Giotto. La carità, affresco, Cappella degli Scrovegni, Padova

La carità è la forma di tutte le virtù, quella linfa vitale che permette ad esse di scorrere, o da un altro punto di vista quell’atteggiamento mentale che condiziona il comportamento etico. E’ una disposizione che si alimenta nell’essenza stessa di Dio. Dio, infatti, nella sua struttura trinitaria, è Amore: in Dio vi è il Padre, il Figlio del Suo amore, e la corrente spirituale che li unisce; vi è l’Io generante e il Tu generato, l’uno di fronte all’altro in un rapporto di reciproca e totale donazione. Dio si trova all’interno di se stesso e si riflette in se stesso col Figlio in un rapporto d’amore. Il Padre e il Figlio si amano fin dall’eternità e questo rapporto è lo Spirito Santo, che procede dal Padre e dal Figlio come in una eterna emanazione d’amore. Le tre persone divine sono infine relazioni d’amore. Quando la fede cristiana afferma che Dio è amore vuole riferirsi a questa relazione d’amore che viene eternamente scambiata nel cuore della Trinità. Il Cristianesimo è centrato sulla carità perché questa è l’essenza stessa di Dio. Anche se l’uomo non fosse mai esistito Dio sarebbe egualmente carità; e l’uomo esiste per un atto d’amore eterno di Dio, amore che sempre si ripete e si rinnova (articolo).

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Benozzo Gozzoli, Testa di Cristo oronata di spine (1448-50), tempera su pergamena incollata su tavola, 39,5×29,5, Museo del tesoro della Basilica di S. Francesco, Assisi

Ci sono due tipi di dolore: quello fisico e quello psicologico. Il dolore fisico viene avvertito come una sensazione molesta causata da un male corporeo, mentre il dolore psichico viene avvertito come un senso di sofferenza. Risulta utile la distinzione del buddhismo tra dolore e sofferenza: il dolore ha una valenza trasformativa, fa crescere e andare avanti, mentre la sofferenza che si mette in atto per alleviare o evitare il dolore si autoperpetua. Perché il dolore sia trasformativo bisogna che esso comporti una aumento di consapevolezza e di capacità di padronanza e controllo dei propri conflitti interni, limiti e fragilità. In tal caso esso è un’esperienza che alla fine può produrre la scoperta di nuovi aspetti del Sé, la creatività, la produzione artistica, la riorganizzazone della vita, l’espansione dell’Io, un senso di più ampia partecipazione e inserimento nel tutto vivente, quello che gli alchimisti del XVI° secolo chiamavano l’esperienza dell’unus mundus, ovvero di una realtà unificata sottostante dalla quale le molteplici cose emergono e alla quale ritornano; Bateson più modernamente chiama “saggezza circuitale” la consapevolezza di essere un circuito cibernetico integrato in una mente più vasta che trascende il singolo individuo (articolo).

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