14. 9 – Revisione del problema delle corrispondenze: Alchimia, Spagiria, Omeopatia

January 18th, 2010

Il micro-macrocosmo alchemico, il filosofo-giardiniere, il monte dei pianeti-metalli, Janitor Pansophus, in Musaeum Hermeticum, Francoforte, 1749

La visione dell’unus mundus è alla base dell’opera alchemica, e da qui si riflette anche sulla farmacopea olistica, della quale gli esempi più significativi sono le ricette erboristiche di Ildegarda di Bingen, la Spagiria di Paracelso e l’Omeopatia di Hahnemann. Nella Spagiria non si vuole estrarre alcunché di materiale dalla pianta ma ciò che vi è in essa di divino, o meglio di archetipico, il principio sostanziale, l’individuo psichico che agisce e opera in essa. Ciò a cui mira il processo spagirico è la separazione dalla forma materiale della pianta di ciò che Paracelso definisce Archeus, quindi non un principio attivo ma la forza vitale della pianta, in un certo senso la sua anima, l’individuo di natura che sta dietro la manifestazione fisica e che conduce alla manifestazione stessa. L’omeopatia agisce sul piano mercuriale, del fluido vitale elettromagnetico, perché le diluizioni sono così elevate che non si ritrovano tracce del medicamento in quantità tali da agire sul piano fisico. La spinta farmacodinamica avviene su un solo piano che è quello bio-energetico. Essa si manifesta inizialmente con un aggravamento delle condizioni del paziente perché per agire deve produrre una malattia artificiale. Invece i preparati spagirici agiscono sui tre piani contemporaneamente. Sul piano fisico sono in quantità sufficienti da provocare un’azione farmaco-dinamica. Su quello mentale, se il paziente comincerà a cambiare i suoi schemi mentali vuol dire che il farmaco è giusto e sta agendo. E’ il vecchio principio della “scienza della Bilancia” di Jabir o Geber, che vuole risalire dallo zahir, l’apparente, al batin, il nascosto, perché questa è la via del ta’wil, del ritorno: è la trasmutazione del principio essenziale che ritorna a sè che condizionerà la trasmutazione dei corpi (articolo).

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14.8 – Vizi, virtù e libero arbitrio dal Medioevo ai nostri giorni

January 6th, 2010

La scala di Climaco, affresco, XII sec.

I filosofi medioevali avevano colto con straordinario intuito psicologico la comune trama del vizio e della virtù, attribuendo ad una comune radice formativa effetti finali opposti e speculari, sì che le facoltà dell’anima che erano state date all’uomo per la sua felicità e perfezionamento risultano stravolte e corrotte. Non è solo un travestimento, è un vero e proprio pervertimento, nel senso di sviamento di uno stesso principio costitutivo dal suo originario percorso di elevazione ed evoluzione per essere adibito ad attività e fini egoistici e materiali. Ciò che costituisce la grandezza dell’uomo è anche la stoffa della sua miseria, e risiede nei suoi lati oscuri ed animali, che possono essere innalzati e sublimati alle vette dello spirito, o lasciati deperire nella cecità e meccanicità della loro condizione originaria. Il libero arbitrio dunque non è più una sottigliezza dei filosofi, né un atto volizionale discreto che si compie una volta per tutte, ma si diluisce e si declina in una serie di azioni più o meno estese e prolungate, diviene atteggiamento interiore,  pratica quotidiana, tensione verso il proprio perfezionamento spirituale, esercizio di costante vigilanza nei confronti delle forze della meccanicità che ci portano all’azione irriflessiva di risposta a corto circuito, come pure alle lunghe incubazioni della vendetta e dell’ossessione: a fronte dello scadimento nell’istintività incontrollata la consapevolezza richiede continua attenzione, sforzo direzionato, rinuncia autoimposta, sofferenza calcolata (articolo).

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14.7 – La via del vizio e della virtù e il combattimento interiore

December 25th, 2009

BG Krishna instructs Arjuna

Krishna istruisce Arjuna in mezzo agli opposti eserciti schierati a battaglia, XIX sec.


I sistemi operativo-emozionali si possono – in un pensiero anfotero che è contemporaneamente moderno e orientato secondo la Tradizione – sostituire alle entità planetarie-metallurgiche in quanto fattori produttivi di eventi fenomenologico-comportamentali, che nel loro manifestarsi socialmente vengono descritti come vizi e come virtù. La neurobiologia ci dice oggi che vizi e virtù derivano delle stesse strutture neurobiologiche, che il vizio è lo squilibrio di ciò di cui la virtù è l’armonia, oppure la virtù è la moderazione di ciò di cui il vizio è l’eccesso; qualcosa che le religioni avevano sempre sostenuto, ossia che la struttura dei sistemi organizzatori delle motivazioni e delle emozioni è la stessa nell’uomo e nei mammiferi superiori, ma mentre l’animale si comporta secondo gli schemi stereotipati dell’istinto, l’uomo ha in sé la possibilità di elevare le tensioni istintuali nella sfera della moralità, della solidarietà sociale e della trascendenza. L’uomo, in una certa misura, è arbitro del proprio destino, mentre l’animale è al servizio della continuazione della specie, che gli impone il suo programma attraverso il codice genetico. Tuttavia non dobbiamo dimenticarci che il discrimine tra vizio e virtù è molto labile, e che le stesse forze che ci innalzano alle vette del sublime ci sprofondano negli abissi dell’inconsceità e dell’automatismo animale (articolo).

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