February 9th, 2010 §

La suddivisione delle regioni superiori del cosmo nei nove cori angelici, facenti capo a Cristo, manoscritto, XII sec.
La via del ritorno presuppone un processo di conversione, un graduale abbandono di ciò che si era per tornare ad essere ciò che si è sempre stati. Tutto inizia da un vissuto di irrequietezza, di insoddisfazione, di vuoto, di mancanza: l’individuo comincia a non sentirsi più a suo agio con le cose di questo mondo quando pensa che può esistere qualcosa d’altro, quando rimpiange. Qui comincia l’ascesa dell’anima dall’oscurità alla luce, dall’ignoranza alla verità. L’apocatastasis, la reintegrazione del creato nella perfezione originaria, indica a un tempo la meta finale dell’individuo e del processo cosmico di emanazione e riassorbimento nel suo insieme, quando il singolo uomo e tutta la creazione ritroveranno la pace nel ritorno all’origine da cui sono venuti. E il mistico, nel suo cammino a ritroso di conoscenza del divino, trova un punto in cui la parola non sa più esprimere la natura del mistero, e la conoscenza diviene non-conoscenza. E’ l’esperienza della tenebra, della non-conoscenza di Dio, dove la parola conduce alle tenebre che oltrepassano ogni tenebra, e il pensiero nel suo farsi s’innalza verso lo spirito di Dio e in lui consuma se stesso. Le tenebre sono il luogo dove Dio abita, dove ci si incontra con Dio, ma il fatto stesso di incontrarsi con Dio è tenebra. Le tenebre sono il luogo ontologico dove ci si imbatte nella divinità, quando si affronta la non-conoscenza, il non sapere, e paradossalmente non si sa che si sa.Con le parole di Taulero, “lo spirito è morto e vive per Dio, perché è diventato, senza distinzione, una sola cosa con lui” (articolo).
January 18th, 2010 §

Il micro-macrocosmo alchemico, il filosofo-giardiniere, il monte dei pianeti-metalli, Janitor Pansophus, in Musaeum Hermeticum, Francoforte, 1749
La visione dell’unus mundus è alla base dell’opera alchemica, e da qui si riflette anche sulla farmacopea olistica, della quale gli esempi più significativi sono le ricette erboristiche di Ildegarda di Bingen, la Spagiria di Paracelso e l’Omeopatia di Hahnemann. Nella Spagiria non si vuole estrarre alcunché di materiale dalla pianta ma ciò che vi è in essa di divino, o meglio di archetipico, il principio sostanziale, l’individuo psichico che agisce e opera in essa. Ciò a cui mira il processo spagirico è la separazione dalla forma materiale della pianta di ciò che Paracelso definisce Archeus, quindi non un principio attivo ma la forza vitale della pianta, in un certo senso la sua anima, l’individuo di natura che sta dietro la manifestazione fisica e che conduce alla manifestazione stessa. L’omeopatia agisce sul piano mercuriale, del fluido vitale elettromagnetico, perché le diluizioni sono così elevate che non si ritrovano tracce del medicamento in quantità tali da agire sul piano fisico. La spinta farmacodinamica avviene su un solo piano che è quello bio-energetico. Essa si manifesta inizialmente con un aggravamento delle condizioni del paziente perché per agire deve produrre una malattia artificiale. Invece i preparati spagirici agiscono sui tre piani contemporaneamente. Sul piano fisico sono in quantità sufficienti da provocare un’azione farmaco-dinamica. Su quello mentale, se il paziente comincerà a cambiare i suoi schemi mentali vuol dire che il farmaco è giusto e sta agendo. E’ il vecchio principio della “scienza della Bilancia” di Jabir o Geber, che vuole risalire dallo zahir, l’apparente, al batin, il nascosto, perché questa è la via del ta’wil, del ritorno: è la trasmutazione del principio essenziale che ritorna a sè che condizionerà la trasmutazione dei corpi (articolo).
December 25th, 2009 §

Krishna istruisce Arjuna in mezzo agli opposti eserciti schierati a battaglia, XIX sec.
I sistemi operativo-emozionali si possono – in un pensiero anfotero che è contemporaneamente moderno e orientato secondo la Tradizione – sostituire alle entità planetarie-metallurgiche in quanto fattori produttivi di eventi fenomenologico-comportamentali, che nel loro manifestarsi socialmente vengono descritti come vizi e come virtù. La neurobiologia ci dice oggi che vizi e virtù derivano delle stesse strutture neurobiologiche, che il vizio è lo squilibrio di ciò di cui la virtù è l’armonia, oppure la virtù è la moderazione di ciò di cui il vizio è l’eccesso; qualcosa che le religioni avevano sempre sostenuto, ossia che la struttura dei sistemi organizzatori delle motivazioni e delle emozioni è la stessa nell’uomo e nei mammiferi superiori, ma mentre l’animale si comporta secondo gli schemi stereotipati dell’istinto, l’uomo ha in sé la possibilità di elevare le tensioni istintuali nella sfera della moralità, della solidarietà sociale e della trascendenza. L’uomo, in una certa misura, è arbitro del proprio destino, mentre l’animale è al servizio della continuazione della specie, che gli impone il suo programma attraverso il codice genetico. Tuttavia non dobbiamo dimenticarci che il discrimine tra vizio e virtù è molto labile, e che le stesse forze che ci innalzano alle vette del sublime ci sprofondano negli abissi dell’inconsceità e dell’automatismo animale (articolo).