15 – Meditazioni sulla via dell’Assoluto: principi, elementi, metalli e pianeti come strumenti per l’autoconoscenza

February 24th, 2010 § 0

L’alchimista bendato, il coniglio che lo guida, la montagna dei pianeti, S. Michelspacher, Cabala, Speculum Artis & Naturae, Augusta, 1616

Nell’auto-osservazione, ogni fenomeno fisico e mentale va assegnato ad una motivazione e ad una funzione, a un pianeta e a un elemento. L’apoftegma alchemico solve et coagula può essere trasposto nel lavoro interno a quell’intento di autoconoscenza che diviene conoscenza del reale, come nel frontone del tempio di Delfi “Conosci te stesso, e allora conoscerai gli Dei e tutto l’Universo”. Del resto l’opera alchemica richiede una stretta corrispondenza tra il substrato e lo stato interno dell’operatore. Quest’ultimo non può esimersi dal lavorare su di sé mentre lavora sulla prima materia, perché la prima materia è lui stesso. E’ lui il lapis vile e disprezzabile, comune e presente agli occhi di tutti, scartato dagli insipienti e dai presuntuosi. Il solve presuppone la discriminazione e la separazione. Bisogna prima sciogliere il groviglio dei nostri processi mentali e dei nostri comportamenti nei suoi costituenti di base per poter passare alla fase successiva, il coagula, ovvero la reintegrazione dell’uomo perfetto, dell’uomo-dio, in un funzionamento consapevole e volontario. Con questo nessuno sulla terra e perfetto, né lo sarà mai, ma l’uomo-dio è in grado di conoscere come funzionano i suoi meccanismi psichici e le sue affezioni, e se non di mutare i propri istinti, almeno di modularli, indirizzarli, temperarli, compensarli, padroneggiarli in qualche modo, se non infine controllarli ed assumerli nel funzionamento della sua mente totale; è in grado insomma di scegliere il proprio destino, se non può cambiarlo (articolo).

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14.10 – la mistica come scala di elevazione al divino

February 9th, 2010 § 0

La suddivisione delle regioni superiori del cosmo nei nove cori angelici, facenti capo a Cristo, manoscritto, XII sec.

La via del ritorno presuppone un processo di conversione, un graduale abbandono di ciò che si era per tornare ad essere ciò che si è sempre stati. Tutto inizia da un vissuto di irrequietezza, di insoddisfazione, di vuoto, di mancanza: l’individuo comincia a non sentirsi più a suo agio con le cose di questo mondo quando pensa che può esistere qualcosa d’altro, quando rimpiange. Qui comincia l’ascesa dell’anima dall’oscurità alla luce, dall’ignoranza alla verità. L’apocatastasis, la reintegrazione del creato nella perfezione originaria, indica a un tempo la meta finale dell’individuo e del processo cosmico di emanazione e riassorbimento nel suo insieme, quando il singolo uomo e tutta la creazione ritroveranno la pace nel ritorno all’origine da cui sono venuti. E il mistico, nel suo cammino a ritroso di conoscenza del divino, trova un punto in cui la parola non sa più esprimere la natura del mistero, e la conoscenza diviene non-conoscenza. E’ l’esperienza della tenebra, della non-conoscenza di Dio, dove la parola conduce alle tenebre che oltrepassano ogni tenebra, e il pensiero nel suo farsi s’innalza verso lo spirito di Dio e in lui consuma se stesso. Le tenebre sono il luogo dove Dio abita, dove ci si incontra con Dio, ma il fatto stesso di incontrarsi con Dio è tenebra. Le tenebre sono il luogo ontologico dove ci si imbatte nella divinità, quando si affronta la non-conoscenza, il non sapere, e paradossalmente non si sa che si sa.Con le parole di Taulero, “lo spirito è morto e vive per Dio, perché è diventato, senza distinzione, una sola cosa con lui” (articolo).

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