La scala di Climaco, affresco, XII sec.
I filosofi medioevali avevano colto con straordinario intuito psicologico la comune trama del vizio e della virtù, attribuendo ad una comune radice formativa effetti finali opposti e speculari, sì che le facoltà dell’anima che erano state date all’uomo per la sua felicità e perfezionamento risultano stravolte e corrotte. Non è solo un travestimento, è un vero e proprio pervertimento, nel senso di sviamento di uno stesso principio costitutivo dal suo originario percorso di elevazione ed evoluzione per essere adibito ad attività e fini egoistici e materiali. Ciò che costituisce la grandezza dell’uomo è anche la stoffa della sua miseria, e risiede nei suoi lati oscuri ed animali, che possono essere innalzati e sublimati alle vette dello spirito, o lasciati deperire nella cecità e meccanicità della loro condizione originaria. Il libero arbitrio dunque non è più una sottigliezza dei filosofi, né un atto volizionale discreto che si compie una volta per tutte, ma si diluisce e si declina in una serie di azioni più o meno estese e prolungate, diviene atteggiamento interiore, pratica quotidiana, tensione verso il proprio perfezionamento spirituale, esercizio di costante vigilanza nei confronti delle forze della meccanicità che ci portano all’azione irriflessiva di risposta a corto circuito, come pure alle lunghe incubazioni della vendetta e dell’ossessione: a fronte dello scadimento nell’istintività incontrollata la consapevolezza richiede continua attenzione, sforzo direzionato, rinuncia autoimposta, sofferenza calcolata (articolo).
