Il micro-macrocosmo alchemico, il filosofo-giardiniere, il monte dei pianeti-metalli, Janitor Pansophus, in Musaeum Hermeticum, Francoforte, 1749
La visione dell’unus mundus è alla base dell’opera alchemica, e da qui si riflette anche sulla farmacopea olistica, della quale gli esempi più significativi sono le ricette erboristiche di Ildegarda di Bingen, la Spagiria di Paracelso e l’Omeopatia di Hahnemann. Nella Spagiria non si vuole estrarre alcunché di materiale dalla pianta ma ciò che vi è in essa di divino, o meglio di archetipico, il principio sostanziale, l’individuo psichico che agisce e opera in essa. Ciò a cui mira il processo spagirico è la separazione dalla forma materiale della pianta di ciò che Paracelso definisce Archeus, quindi non un principio attivo ma la forza vitale della pianta, in un certo senso la sua anima, l’individuo di natura che sta dietro la manifestazione fisica e che conduce alla manifestazione stessa. L’omeopatia agisce sul piano mercuriale, del fluido vitale elettromagnetico, perché le diluizioni sono così elevate che non si ritrovano tracce del medicamento in quantità tali da agire sul piano fisico. La spinta farmacodinamica avviene su un solo piano che è quello bio-energetico. Essa si manifesta inizialmente con un aggravamento delle condizioni del paziente perché per agire deve produrre una malattia artificiale. Invece i preparati spagirici agiscono sui tre piani contemporaneamente. Sul piano fisico sono in quantità sufficienti da provocare un’azione farmaco-dinamica. Su quello mentale, se il paziente comincerà a cambiare i suoi schemi mentali vuol dire che il farmaco è giusto e sta agendo. E’ il vecchio principio della “scienza della Bilancia” di Jabir o Geber, che vuole risalire dallo zahir, l’apparente, al batin, il nascosto, perché questa è la via del ta’wil, del ritorno: è la trasmutazione del principio essenziale che ritorna a sè che condizionerà la trasmutazione dei corpi (articolo).
