William Blake, L’uovo cosmico e la creazione, da Milton a Poem (1804-1810/11) in The complete Illuminated Books, Tate Gallery, Londra
L’universo di A. è un universo emanazionistico piuttosto che creazionistico. Infatti l’idea di creazione presuppone il trarre dal nulla una cosa che prima non esisteva. Dunque la perfezione di Dio risulterebbe sminuita dal fatto che in un istante prima della creazione la cosa creata non c’era. Diverso invece il discorso dell’emanazione, un’irradiazione del divino che spiega l’origine delluniverso. Essa significa che le cose create da sempre tutte quante esistono nel Creatore, dal quale vengono emesse in un processo di sviluppo. Nel pensarle Dio le crea. Egli non può impedirsi di pensare, ma questo significa che con ciò fa passare dalla potenza all’atto quello che prima esisteva implicito nel suo pensiero.
Dio pensa; Egli non può non pensare e pensando crea. La creazione deve se stessa a una necessità da parte di Dio, una necessità che si attua involontariamente. Ciò che Dio pensa è, immediatamente, la creazione è la liberazione da Se stesso della Sua stessa potenza che diventa realtà a Lui esterna. La realtà è stata pensata da Dio, l’universo è stato pensato da Dio: pensato nell’eternità e per l’eternità, perché ha occupato e occupa l’eternità stessa di Dio. La realtà è una proiezione di Dio, ed un’unica sostanza è comune allo spirito e all’universo. L’universo quindi risulta legato a Dio stesso, come lo spirito.
Dio è un campo di forze e l’universo è un effetto di Dio. La sostanza è comune allo spirito e all’universo, e non fa differenza se Dio ha preso la sostanza dell’universo per originare lo spirito, senza farlo in modo diretto. Si tratta di una emanazione unica, in cui una parte va a “puntualizzarsi” per creare gli spiriti, ed una parte resta dispersa, originando la realtà propriamente detta, come fatto esterno allo spirito. Entrambi questi aspetti della creazione sono eterni, perché Dio non è eterno solo globalmente, ma tutte le Sue parti sono eterne.
Le cose create da Dio, ovvero la realtà creata da Dio, non è completamente libera, perché non è svincolata da Dio. Egli supera ogni realtà, la ingloba, la contiene, la detiene. L’universo è autonomo, ma solo in quanto è stato reso tale da una serie di principi di origine divina, che Dio vi ha trasferito, e che lo fanno funzionare, ma Egli non ha lo ha abbandonato. Il trasferire gli attributi di Dio ad una qualsiasi realtà non significa che Dio la lasci a se stessa. Il dio lontano, il deus otiosus delle religioni nasce dall’idea che Dio non è presente nella vita dell’uomo come questi vorrebbe. Dio non può mutare le leggi che Egli ha fatto e che fanno funzionare l’universo indipendentemente solo per assecondare il desiderio umano. La creazione comunque risulta in un piano completo e ordinato, e il fatto che Dio non intervenga per stravolgerlo secondo il capriccio umano non significa per questo che Dio non esista o sia assente.
Gli spiriti sono l’altra faccia della creazione. Essi son da Dio creati pensanti, individuali, differenziati. Alla materia mancano due caratteri peculiari che lo spirito possiede: l’individualità e la personalità o differenziazione. La personalità è il modo in cui l’individualità si autointerpreta e si costruisce. D’altra parte, la materia è eterna e infinita come lo spirito, perché deve costituire l’ambiente in cui lo spirito può svolgere la sua traiettoria evolutiva, e dunque lo deve accompagnare corrispondendo alle sue caratteristiche, l’eternità e l’infinitezza.
Lo spirito esiste dall’eternità e la creazione di tutti gli spiriti è simultanea. Questo perché la sostanza di Dio è infinita ed eterna, ed essendo lo spirito della stessa sostanza divina, anch’esso deve essere infinito ed eterno. Dio non può creare per successioni, perché una successione implicherebbe un momento di non-esistenza, e una gradazione nel creato: ci sarebbe chi è stato emanato prima e chi dopo. Invece no, gli spiriti sono sempre esistiti in Dio, potenzialmente. Infatti, Dio essendo l’infinito deve sempre aver posseduto in Sé tutto. Se Dio crea oggi uno spirito che ieri non esisteva questo deve far ammettere che oggi Dio ha una possibilità di creazione che ieri non aveva. Dunque, che il Dio di oggi è superiore a quello di ieri. Ma ciò crea una mancanza nell’infinita perfezione divina. Invece, per il principio generale dell’infinitezza della sostanza divina, lo spirito e tutta la creazione sono sempre esistiti in Lui.
Tuttavia gli spiriti sono entrati nella realtà universale secondo una possibilità di adesione alla realtà che è stata diversa per ognuno di loro. Diversa perché lo spirito emanato da Dio ha la possibilità di potersi sintonizzare con la realtà universale, e questa sintonizzazione è diversa per ogni spirito e non è contemporanea. La differenza tra gli spiriti non origina da un’arbitraria gerarchia nella mente divina, ma dalla libertà che Egli lascia allo spirito. Dio emana da sé lo spirito libero altrimenti l’emanazione non avrebbe senso; allo stesso tempo, la materia è non libera, cieca, condizionata, perché non ha l’intelligenza e l’autocoscienza. Lo spirito è l’autocoscienza dell’universo, perché nel trovare se stesso attraverso un libero percorso conoscitivo porta all’autoconsapevolezza l’universo.
Lo spirito una volta emanato da Dio non ritorna più in Dio; non ritornando più in Dio, ed essendo eterno nella sua struttura sostanziale, la distanza tra questo spirito e Dio sarà sempre infinita. Ed essendo infinita non ha senso aver aderito alla realtà prima o dopo. Il problema può esistere nel confronto degli spiriti tra loro, ma non nel confronto tra gli spiriti come insieme e Dio. Per ciascuno di loro singolarmente preso Dio resta irraggiungibile per l’eternità, e non essendoci niente da raggiungere non ha più senso parlare di un prima e di un dopo. Cioè tra tutti gli spiriti esistenti e Dio vi è una distanza, una differenza infinita, rispetto alla quale non esiste un avvicinamento o un allontanamento nei confronti di Dio. Questo rende paradossale il concetto di evoluzione, perché per quanto uno spirito possa trovarsi in alto nella scala dell’evoluzione, esso sarà sempre infinitamente distante da Dio.
Allora il processo dell’evoluzione va ridefinito quanto ai suoi scopi. Il fine di ciascuna evoluzione non è quello di avvicinarsi a Dio ma è soltanto quello di scoprire la realtà, perché scoprendo la realtà si conoscono e si assimilano anche gli aspetti della divinità. Perché la realtà non è che un aspetto della divinità, e avvicinandosi lo spirito sempre di più alla realtà e alla coscienza delle cose egli si avvicina sempre più a Dio, anche se Questi asintoticamente continua a sfuggirgli. Nello stesso tempo, lo spirito sa che Dio non è soltanto la realtà che sta intorno a sé ma è anche parte di se stesso. Lo spirito è costituito strutturalmente di essenza divina, cioè di una essenza che, pur essendo partecipe della realtà, resta tuttavia ad essa estranea nel senso di possedere integralmente una propria identità.
L’ individualità e la differenziazione dello spirito pongono in essere la singolarità della sua condizione. Lo spirito è un essere solo. E’ vero che a volte si creano delle vicinanze o delle comunità o degli insiemi di spiriti, ma queste aggregazioni, che pure esistono per dei motivi, nulla tolgono al fatto che comunque il rapporto che lo spirito stabilisce con l’universo, dall’interno all’esterno – dove l’esterno è l’universo – è in ogni caso un rapporto singolo. Vale a dire, la verità che lo spirito cerca ed assume non gli viene da un altro spirito, ma dall’ambiente in cui vive, l’universo, e dal modo in cui lo vive, che rispecchia la sua peculiarità, unica e irripetibile. Gli viene in altre parole dall’esperienza della materia, che esso fa in maniera tutt’affatto singolare, connaturata al suo modo di essere. La scoperta della composizione dell’universo e il rapporto che lo spirito ha nei confronti di esso sono un rapporto peculiare, un rapporto tra sé e Dio, tra sé e la Legge, tra sé e la realtà che lo circonda. Proprio perché Dio ha creato lo spirito libero non ha voluto farlo dipendere da un altro spirito, anche qualora questa dipendenza fosse stata giustificata dall’acquisizione di una maggiore evoluzione. Così gli è stato impedito di funzionalizzare la propria esistenza rispetto a quella degli altri, perché ciò l’avrebbe inevitabilmente legata all’arbitrio e alla volontà di altri spiriti. La legge, la gerarchia, la comunità spirituale non esistono; qualora si configurassero forme di dipendenza, di obbedienza, di sottomissione, esse non avrebbero ragione di costituirsi nel regno della libertà dello spirito. Lo spirito è posto come essere singolo nei confronti della realtà, a mezzo di una vocazione verso la Legge che è al di sopra e al di là delle singole volontà degli spiriti.
La materia tende ad aggregarsi alla materia, tende ad unirsi in senso chimico-fisico ad altra materia, e l’associazione è subordinazione, cioè la materia si subordina alle leggi del nuovo aggregato. La libertà dell’idrogeno e la libertà dell’ossigeno sono relative, e i due elementi tendono ad unirsi e, creando l’acqua, subordinano la loro libertà di idrogeno e ossigeno alla nuova legge dell’acqua. Così nel regno animale ogni singolo essere è subordinato ad una vita collettiva, al punto di essere guidato dallo “spirito di gruppo”, che tende alla creazione di un capo e alla subordinazione del gruppo alla sua volontà. Lo spirito, incarnandosi in un corpo, subisce la pressione della materia, e ne è succube. Egli sente cioè la coercizione degli elementi totalitari della materia, degli elementi biologici che tendono alla non-libertà, alla subordinazione. D’altra parte, lo spirito ha in sé l’istinto alla fuga, è tendenzialmente un ribelle, un anarchico individualista. Mentre l’universo tende all’aggregazione, lo spirito tende ad avere una sua indipendenza, e vi tende perché possiede un’individualità che la natura non possiede. Lo spirito ha un suo Io, e può sempre affermare: “Questo sono io, e non sono nessun altro”. La natura invece non può fare questa operazione mentale, perché la legge della struttura universale prevede che tutta l’organizzazione si accentri, si colleghi in maniera anonima. Lo spirito pone sempre se stesso “oltre”, in una situazione avanzata, rispetto a una situazione passata ed elaborata. E in questa operazione vi è l’elemento dell’evoluzione, dove il tendere avanti, l’imporsi, il sopravanzarsi sono il risultato dell’indipendenza e dell’autonomia dello spirito.
Tuttavia la libertà dello spirito è una libertà condizionata. Essa vige nell’ambito dei limiti della sua stessa evoluzione, quindi la sua è una libertà relativa. La libertà assoluta è solo di Dio, perché presuppone una possibilità di esercizio in un ambito infinito, e lo spirito non può operare in un ambito infinito, essendo solo relativamente infinito, ovvero condizionato dalla sua evoluzione che è comunque limitata. Egli non ha percorso tutto l’infinito, ma solo alcune tappe, e in queste tappe è libero.
Quando lo spirito si incarna, la sua libertà si riduce notevolmente, entro i limiti delle scelte che si impone: decide un gruppo di esperienze da fare, confina la sua libertà nell’ambito di queste, e ad esse applica la sua intelligenza. In questo senso egli si riduce, perché la sua intelligenza non ha più la possibilità di potersi allargare, dilatare, se non entro i limiti stabiliti dalle esperienze cui si è preposto. La materia si muove per successioni logiche, conseguenziali, normali; la spiritualità è disordinata, rivoluzionaria, estemporanea, perché l’indisciplina è il segno della libertà rispetto alle norme codificate implicite nella materia.
William Blake, Elohim crea Adamo (1795-1805), stampa a colori finita ad inchiostro e tempera su carta, Tate Gallery, Londra
La struttura dell’universo è una, la sostanza che compone lo spirito è la stessa dell’universo. Il principio vitale dell’universo è un tipo di energia, che è stato chiamato in vari modi: la cosa in sé, il noumeno, tat tvam asi (tu sei quello). Su questa base si costruisce tutto l’universo infinito, materiale e immateriale, con la complessità delle sue leggi. La struttura degli spiriti è fatta di questa energia di base (perché in ultima analisi la materia si riduce a energia), costitutiva della causa universale, anche se poi gli effetti se ne discostano. A differenza dell’universo lo spirito è energia di base individualizzata e personalizzata. L’universo non si autoriconosce perché è materia inerte, meccanica, non autoconsapevole; solo attraverso lo spirito l’universo può riconoscere se stesso. Ecco che lo spirito nella sua traiettoria evolutiva percorre quanto più possibile di universo alla ricerca di se stesso, delle leggi dell’universo e della sua struttura, e in ultimo di Dio. Infatti la sostanza dello spirito essendo fatta della stesso complesso energia-materia dell’universo è come un doppione della realtà, che si frantuma in un numero infinito di parti, e ciascuna parte è uno spirito. Il Principio è andato a localizzarsi nelle strutture autonome, facendo diventare ognuna di esse intelligente; le strutture erano individualizzate, differenziate (ovvero dotate di qualità, e quindi di personalità peculiari) e così sono diventate intelligenti.
Le strutture intelligenti percorrono l’universo per cercare di acquisirne il significato, il valore del rapporto tra il mondo dello spirito e il mondo della materia. Per ottenere ciò lo spirito deve calarsi nella materia stessa, e questa è la ragione dell’incarnazione. La materia, come alter ego dello spirito, è rappresentata dall’inerzia, dall’opacità, dalla immobilità dell’universo e dalla perennità delle sue leggi, dalla staticità dei suoi principi al di fuori dell’evoluzione, perché l’universo non si evolve. Ciò non significa che l’universo non cambia; esso si trasforma nel senso di modifiche interne alla sua struttura previste e permesse dal suo piano di base, ma non possiede libertà, infatti solo lo spirito è un essere libero. In sintesi l’evoluzione dello spirito differisce da quella dell’universo perché quest’ultima è meccanica e precostituita, quella dello spirito è libera, estemporanea, imprevedibile, è frutto del regime di libertà, indipendenza, autonomia di cui gode, e come tale è un processo intelligente e non meccanico. Ma la loro diversità obbliga lo spirito a conoscere quest’altro aspetto della realtà divina. E può farlo solo penetrando nella struttura della materia, vivendo un’intima comunione tra la propria qualità di spirito e la manifestazione materiale che pure ha la stessa origine dello spirito, ma se ne differenzia perché manca di individualità, personalità, libertà e intelligenza. Lo spirito, fatto da Dio, potenzialmente perfetto come Dio, struttura divina, non ha necessità di materializzarsi se non per acquisire, far proprio, assimilare l’aspetto a lui “altro” dell’universo. Per lui non conta la natura degli eventi, ma come li assimila, li sintetizza, li categorizza, li traduce in un’idea, un’immagine, un simbolo che poi si cristallizzano nella sua struttura, e lo lascia infine con un plus di conoscenza, esperienza, consapevolezza. Lo spirito, acquisendo un ambito di esperienze ulteriori, non avverte più la legge, ma diviene egli stesso la Legge, cioè egli stesso rientra nella legge, fa la legge, è Legge in movimento.
L’universo, inteso come realtà esterna allo spirito, esprime uno dei principi più forti e più tangibili della creazione di Dio. Lo spirito si trova a confrontarsi con una realtà che gli è estranea, retta da leggi diverse su cui egli non può avere alcuna ingerenza, e che non può in alcun modo modificare. E’ attratto da questo mondo a lui difforme come si è attratti da ciò che ci è sconosciuto se non opposto. Ciò può sollecitarlo a penetrare in zone più buie e diametrali della realtà, la cui conoscenza diviene quindi ancora più forte, pregnante, significativa. La conseguenza è una maggiore padronanza della realtà; ma anche una maggiore conoscenza di se stesso e in ultimo di Dio. Lo spirito abbiamo detto è increato e della stessa natura di Dio; quindi in lui potenzialmente c’è tutto, in attesa di essere recuperato, ricordato, fatto proprio. Allora la conoscenza dello spirito non avviene per acquisizione di dati esterni, ma “per reminiscenza”, ovvero per una sorta di risveglio col quale egli trova in se stesso la risposta alle sue questioni e situazioni. Il dato esterno non si imprime in lui, ma provoca invece un riaffiorare di situazioni conoscitive preesistenti. La conoscenza non si trova sparsa nell’universo, in attesa di essere recuperata e assunta dallo spirito. Anche perché l’universo non è soggettivamente intelligente, non si autopensa, tutt’al più è oggettivamente intelligente, ovvero è retto da leggi razionali le quali possono essere pensate da un pensatore esterno ad esso (che è lo spirito). Le leggi dell’universo quindi non sono inscritte nella materia, ma nascono da un atto interpretativo esterno, sono opera dell’uomo. Al punto che potremmo pensare: se non esistesse l’uomo, esisterebbero le leggi? E senza leggi l’universo collasserebbe? Esso certamente continuerebbe ad esistere, ma senza un soggetto pensante esterno ad esso verrebbe privato della relazione, e con essa del fine. All’opposto, la conoscenza delle leggi e della struttura dell’universo qualifica lo spirito, nel senso che lo fa essere più o meno evoluto, più o meno progredito nella ricerca della realtà. Anche se sappiamo quanto sia illusoria l’idea di una gradazione tra gli spiriti, tutti egualmente separati da una distanza infinita dalla perfezione divina. Ma il paradosso naturalmente non induce alla conclusione che se la distanza è infinita tanto vale non percorrerla! Allora la gradazione, la gerarchia non esiste tanto in un ordinamento esterno, quanto nell’autovalutazione, nell’autogiudizio che lo spirito esprime su di sé, poiché il giudizio su di lui non lo fa Dio, ma lui stesso; ed in conseguenza egli si colloca in un certo luogo dell’evoluzione, in un ambito di esperienze e di possibilità, che sono il posto dell’universo che gli compete.
William Blake, Dio crea l’uomo, da Gerusalemme, l’emanazione del Gigante Albione, in The Complete Illuminated Books




[...] Dio è un campo di forze e l’universo è un effetto di Dio. La sostanza è comune allo spirito e all’universo, e non fa differenza se Dio ha preso la sostanza dell’universo per originare lo spirito, senza farlo in modo diretto. Si tratta di una emanazione unica, in cui una parte va a “puntualizzarsi” per creare gli spiriti, ed una parte resta dispersa, originando la realtà propriamente detta, come fatto esterno allo spirito. Entrambi questi aspetti della creazione sono eterni, perché Dio non è eterno solo globalmente, ma tutte le Sue parti sono eterne. Le cose create da Dio, ovvero la realtà creata da Dio, non è completamente libera, perché non è svincolata da Dio. Egli supera ogni realtà, la ingloba, la contiene, la detiene. L’universo è autonomo, ma solo in quanto è stato reso tale da una serie di principi di origine divina, che Dio vi ha trasferito, e che lo fanno funzionare, ma Egli non ha lo ha abbandonato. Il trasferire gli attributi di Dio ad una qualsiasi realtà non significa che Dio la lasci a se stessa. Il dio lontano, il deus otiosus delle religioni nasce dall’idea che Dio non è presente nella vita dell’uomo come questi vorrebbe. Dio non può mutare le leggi che Egli ha fatto e che fanno funzionare l’universo indipendentemente solo per assecondare il desiderio umano. La creazione comunque risulta in un piano completo e ordinato, e il fatto che Dio non intervenga per stravolgerlo secondo il capriccio umano non significa per questo che Dio non esista o sia assente. Gli spiriti sono l’altra faccia della creazione. Essi son da Dio creati pensanti, individuali, differenziati. Alla materia mancano due caratteri peculiari che lo spirito possiede: l’individualità e la personalità o differenziazione. D’altra parte, la materia è eterna e infinita come lo spirito, perché deve costituire l’ambiente in cui lo spirito può svolgere la sua traiettoria evolutiva, e dunque lo deve accompagnare corrispondendo alle sue caratteristiche, l’eternità e l’infinitezza (articolo). [...]