11.10– Materia e spirito: effetti dell’incarnazione sul complesso spirito-animico

William Blake, I ventiquattro offrono le loro corone di fronte al trono divino (1803-05), matita e tempera su carta, Tate Gallery, Londra


Sembra dunque che il principale fine, interesse, attività dello spirito sia quello di evolversi. Questa predisposizione condiziona fortemente l’etica della dottrina spiritistica. Sono fatti salvi, naturalmente, i principi fondamentali delle religioni, tipo “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso”; cionondimeno tutta quanta l’etica spiritista è improntata a rendere il più fruttuosa possibile l’impresa evolutiva. In un punto ad esempio A si scaglia contro “l’inerzia conoscitiva”: è ben vero che se nel corso di una esistenza lo spirito non riesce a conseguire i programmi evolutivi che si era proposto egli può, nella successiva, riprendere dallo stesso punto, tuttavia ciò non giustifica che si debba tenere un atteggiamento lasso, fatalista, inerte, pigro, disimpegnato. Perché se anche si può ricominciare tutto daccapo, e se ci sta davanti l’eternità, pure questa vita che ci è stata data è preziosa, e non abbiamo il diritto di sprecarla. Lo stesso impegno, la stessa serietà d’atteggiamento che sono richiesti nei confronti dei compiti dell’esistenza i membri di una catena spiritica lo devono dimostrare in seduta, perché questa è una occasione unica nel suo genere di avere delle conoscenze sulla vita nell’al di là e sui misteri ultimi; e per quanto spesso l’entità disincarnata abbia a che fare con esseri umani il cui livello evolutivo li rende impari agli insegnamenti impartiti, pure da parte dello spirito si giudica prevalentemente in base alla buona volontà, all’impegno, alla disponibilità a mettersi in discussione.
Qual’è, dunque, la trasformazione indotta nello spirito dall’esperienza della materialità, e dove essa si produce? Lo spirito ha il desiderio di Dio perché in lui vi sono gli elementi stessi di Dio, ma viene sulla terra per approfondire la materia e contemporaneamente i rapporti tra essere ed essere: dunque deve passare dall’Uno di Dio in cui era contenuto e che rimane in lui come essenza imperitura al molteplice, per continuare ad aspirare all’Uno e durante il percorso arricchirsi del condensato delle sue esperienze nella molteplicità. Se noi comprendiamo questa operazione, penetriamo negli apoftegmi dell’Alchimia, fac volatile fixum et fixum volatile e solve et coagula: lo spirito si deve sciogliere nella materia e corporificarsi, la materia deve volatilizzarsi e ricondensarsi nello spirito. Ma il paradosso rimane: come può ciò che è sottile, aereo volatile, diventare solido, denso, grossolano, e come può lo spessore della materia lasciare una traccia nella sottigliezza dello spirito? Allo spirito passano soltanto le esperienze, ma le esperienze non possono essere legate ad un quid di fattura materiale.
In realtà il dualismo tra materia e spirito in ultima analisi è fuorviante. Perché se noi guardiamo la struttura ultima dell’universo, anche lo spirito ha una base materiale. Solo che è di una materia talmente sottile da non poter essere penetrata dai nostri sensi, e da non poter interferire direttamente con la materia grossolana.
Lo spirito allora ha bisogno di intermediari, di mediatori per poter interfacciarsi con la materia. Ritorna qui l’idea dei corpi sottili, in base alla quale oltre al corpo l’uomo sarebbe formato da una serie di strutture concentriche che si assottigliano sempre di più a partire dalla base materiale per giungere all’involucro etereo dello spirito. L’Entità A non fa sue le elucubrate distinzioni dei teosofi che considerano sette involucri sottili; in ogni caso però si colloca nella tradizione inaugurata da Kardec, che sostiene una costituzione tripartita dell’individuo umano.
Se lo Spiritismo fosse considerato una scienza, o comunque una disciplina umanistica, esso avrebbe introdotto nel panorama della conoscenza una vera e propria rivoluzione epistemologica. Nel pensiero tradizionale infatti la costituzione dell’uomo è sempre stata considerata bipartita. Il dualismo cartesiano tra res cogitans e res extensa non è che l’approdo ultimo della distinzione dualistica di S. Paolo, la cui rielaborazione dell’insegnamento di Gesù Cristo ha segnato profondamente il pensiero occidentale. S. Paolo segue un’impostazione dualistica, vede lo spirito tendenzialmente sottomesso agli appetiti della carne, ma propugna una sua vittoria attraverso la mortificazione della materialità. Nella Tradizione, che è come abbiamo visto una linea di pensiero che si sviluppa ai margini e in contrapposizione alla filosofia e poi alla scienza ufficiali, la costituzione dell’essere umano è sempre stata più complessa, come minimo triadica nell’Alchimia, ad esempio, dove Sulphur, Mercurius et Sal stanno per spirito, anima e corpo; ma anche più complicata, come nella struttura settenaria dei corpi sottili presente nella Gnosi e nel Sufismo.
Kardec comunque si colloca all’interno della Tradizione sostenendo una struttura tripartita dell’essere umano. All’anima, struttura pensante e immateriale, e al corpo, che è l’aspetto tangibile, oggettivabile, misurabile dell’uomo, affianca una terza struttura, il perispirito, involucro immateriale ma di natura bio-energetica. Esso è composto di radiazione elettromagnetica e costituisce il tramite tra lo spirito e il corpo, come un’aura eterea che circonda quest’ultimo, e può allontanarsene, restandovi collegato attraverso il cordone argentato, traccia fluidica che collega il perispirito al corpo.
Ora, l’Entità A riprende l’idea della costituzione tripartita dell’essere umano per spiegare l’interrelazione tra spirito e materia e tra spirito e corpo. Per non ingenerare confusione dobbiamo però fare una precisazione terminologica. Kardec intende con anima la condizione incarnata dello spirito, e con spirito la condizione disincarnata dell’anima: spirito e anima sono in sostanza la stessa cosa, la vibrazione immateriale, il principio ultimo individuale, e la distinzione è data dal fatto che il primo è affrancato dal corpo (quindi è nello stato post mortem o pre-incarnativo), l’anima invece abita un corpo. L’anima è in sostanza uno spirito incarnato, lo spirito un’anima disincarnata.

William Blake, illustrazione da Il primo libro di Urizen (1794), in The Complete Illuminated Books, loc. cit.

De Simone ed A invece intendono per spirito l’entità vibrazionale individuata e personalizzata, non importa se incarnata o disincarnata, mentre con anima designano lo strumento di cui si serve lo spirito per vivere sulla terra od anche – in uno stadio post-mortem – nell’orbita materiale terrestre, uno strumento che si configura come un tipo di energia organizzata a quel fine e che è destinata a disgregarsi dopo un tempo più o meno lungo, a morte corporea avvenuta. Essi considerano l’anima comunque qualcosa di già diverso dalla psiche che ha una sua esistenza ancora più strettamente legata al complesso cerebrale dell’uomo vivente: la distinzione tra anima e psiche comunque non è agevole, e qui non la manterremo, usando indifferentemente i due termini, e considerando un terzo termine, quello di complesso spirito-animico, per indicare lo spirito assieme alla struttura a strati che gli si sviluppa attorno in funzione dell’interazione con l’ambiente, e di cui le componente animica è la parte più esterna che si interfaccia con la realtà materiale. L’anima è una struttura elettromagnetica informazionale intelligente prodottasi a seguito dell’evoluzione, nella quale si è innestato lo spirito, promuovendone ulteriormente lo sviluppo; gli animali hanno un’anima, ma non uno spirito, cioè un “quid” immortale.
Siamo dunque arrivati a un punto ineludibile: per capire l’essenza della trasformazione indotta nello spirito dall’esistenza materiale non possiamo prescindere dalla struttura del complesso spirito-animico. Partiamo dall’alto o partiamo dal basso? Partiamo dal basso, dal cervello.
Il cervello è la propaggine della psiche nel corpo e del corpo nella psiche. Per collocare il nostro discorso in un ambito un po’ più vasto del puro esoterismo, diremo che ultimamente si è fatta strada nella scienza una teoria unificata del rapporto mente-corpo, la teoria dell’isomorfismo funzionale cervello-mente. Questa teoria si propone in sostanza di superare il dualismo cartesiano tra corpo e pensiero, tra res cogitans e res extensa, per sostenere che l’attività mentale è il prodotto del funzionamento del cervello, e che il cervello è il substrato dell’attività mentale. Si dovrebbe così usare uno stesso termine, cervello-mente, per indicare la sede fisiologica di questa attività. Questa teoria, come tutte le teorie scientifiche, è un po’ estrema: il cervello non è isolabile tecnicamente dalle sue propaggini, i nervi, in altre parole non è circoscrivibile al contenuto della scatola cranica; e  anche se lo fosse, esso avrebbe un altro tipo di comunicazione, oltre quella bio-elettrica della trasmissione nervosa, col resto del corpo, ovvero la trasmissione neuro-chimica. In virtù di essa, il cervello, grazie al liquor cefalo-rachidiano e poi al sangue, è immerso in un vero e proprio bagno di neuropeptidi, ormoni, neurotrasmettitori, che veicolano informazioni dalla periferia al centro e dal centro alla periferia, e che fa sì che ciò che succede ad esempio nel tubo digerente influenzi il cervello, e viceversa. Questa componente della trasmissione nervosa non è certo trascurabile, perché è il substrato delle emozioni, e con esse delle malattie psicosomatiche e degli squilibri neurovegetativi e bioenergetici.
In sostanza la visione monistica dell’isomorfismo funzionale cervello-mente sembra obbedire più che alla necessità di una visione unitaria al bisogno di semplificazione e di reificazione propria del riduzionismo scientifico: non si ricerca la sostanza unica universale substrato dello spirito e della materia, ma si riduce lo spirito alla materia, negandolo. Comunque è importante conoscere questa prospettiva perché essa gode oggi di un notevole accreditamento.
Ma torniamo ad A. Il quale non si sogna minimamente di confutare la visione della scienza ufficiale, ma semmai parte esplicitamente da essa per ampliarla. Parte cioè dall’idea che
“tutta la vita psichica, tutta la vita mentale, tutta la vita spirituale passa sempre attraverso il corpo che racchiude la vita… tutto passa sempre attraverso il cervello, anche la mente superiore, la mente critica; il neurotrasmettitore [inteso come strumento di neurotrasmissione, non come sostanza chimica attraverso cui viaggia l'informazione, ndA] è pur sempre il cervello” (1986, p.81-2).
Questo però non significa che tutta la complessità della vita psichica dipenda o sia creata dal cervello in quanto elemento-base, perché esso è soltanto un elemento di tramite. L’attività mentale legata all’adattamento e alla sopravvivenza della specie, con tutti i suoi schemi interni di rappresentazione e di comunicazione, dipende dal cervello. In realtà dovremmo dire dall’encefalo, perché per cervello a rigor di termini si intendono solo gli emisferi cerebrali, mentre l’encefalo comprende anche altre strutture all’interno della scatola cranica, che sono importantissime ai fini del nostro discorso: il cervelletto, i nuclei della base, il mesencefalo, il ponte e il bulbo. Comunque, fatta questa premessa, ci uniformeremo all’uso comune, che fa coincidere la parola cervello con un significato più esteso di quello rigoroso degli anatomici, e ci permetteremo di parlare di cervello anche a proposito delle strutture preposte alle emozioni, che invece hanno sede nel tronco encefalico.
Dice A che l’organizzazione mentale della specie circa la sopravvivenza è legata al sistema neuropsicologico; quindi, ai livelli più elementari del funzionamento intelligente, mente e cervello coincidono. La struttura cerebrale che produce lo schema neuropsicologico della sopravvivenza è uno schema “ad archetipi fissi”. Ovvero è uno schema naturale, o a riproduzione e moltiplicazione naturale, che si manifesta in maniera automatica sia nell’uomo che nell’animale. Questo perché il sistema mentale riferito alla sopravvivenza non è mutato con l’evoluzione della specie, in quanto ha mantenuto il suo valore adattativo: è ancora adatto a garantire la sopravvivenza nell’ecosistema abitato dall’uomo. Il temine archetipo, impiegato da A., è di origine junghiana, ma ormai viene usato in senso esteso per indicare schemi di risposta all’ambiente selezionati dall’evoluzione e trasmessi ereditariamente: nel proseguo del nostro discorso vedremo che agli archetipi corrispondono più precisamente i sistemi operativi emozionali di controllo del comportamento.


Wialliam Blake, Behemoth e Leviathan (1805-06), penna e inchiostro e tempera su carta, Biblioteca e Museo Morgan, New York


L’attività degli archetipi, o sistemi operativi emozionali psico-comportamentali, esita in uno stato di coscienza. Uno stato di coscienza è la percezione di uno stimolo, cioè la sensibilità alla reazione. Come tale, la coscienza esiste anche nell’animale, e si chiama coscienza primaria. Edelman e Tononi (2000) nella loro teoria del nucleo dinamico ipotizzano alla base dell’esperienza cosciente l’attività di un grande e variegato aggregato funzionale, comprendente un gran numero di gruppi neuronali variamente distribuiti nel cervello – anche se con una buona componente nel sistema talamo-coricale – che comunicano attraverso connessioni rientranti [il rientro  è un processo di segnalazione ricorsivo e in parallelo tra aree del cervello reciprocamente connesse, ndA] che funzionano come un sistema complesso, tanto che il legittimo spazio neurale di riferimento dell’esperienza cosciente è dato dall’attività dell’intero nucleo dinamico. Edelman (1989) distingue due tipi di coscienza, la coscienza primaria, che appartiene anche ad animali più evoluti come i mammiferi superiori, e la coscienza di ordine superiore, che presuppone l’uso del linguaggio e quindi è tipicamente umana. La coscienza primaria è un presente ricordato, in quanto emerge dall’interazione – attraverso una continua segnalazione rientrante –  delle categorie percettive correnti della memoria di lavoro con la memoria remota, che è una categorizzazione preesistente degli eventi percettivi in base al loro valore di sopravvivenza per il mantenimento degli stati omeostatici interni. In un secondo momento, l’organismo è in grado di collegare e pianificare le contingenze, organizzandole in continuum temporale, attraverso lo stabilirsi di nuove connessioni rientranti tra i centri di categorizzazione percettiva e concettuale e i centri del linguaggio. Si costituisce così la coscienza di ordine superiore, cui si deve la continuità e la coerenza del Sé, prodotta dall’organizzazione della successione delle esperienze del presente ricordato col riferimento ai sistemi simbolico-linguistici.
Gli schemi operativi psico-comportamentali differiscono nell’uomo da quelli dell’animale perché hanno un ulteriore livello di rappresentazione, a livello corticale, nella corteccia interpretativa. Questo livello di rappresentazione in più conferisce all’uomo la capacità creativa, che è contemporaneamente una capacità critica, e costituisce un vantaggio adattativo. Ora la stragrande maggioranza dell’attività umana è di tipo puramente operazionale, cioè è riferibile a schemi fissi, non è creativa o critica, e comporta solamente la coscienza primaria. Con un termine di Gurdjieff, che studieremo in seguito, diremmo che essa è puramente meccanica. La coscienza di sé implica l’autoriconoscimento e  l’esperienza della continuità nel tempo e si distingue da un Io soggettivo di pura marca neuropsicologica, un proto-Sè come direbbe Damasio (1999). Riprendendo in parte questo autore, ci sono nell’uomo tre livelli di consapevolezza:
un proto-Sé meccanico e irriflessivo, che corrisponde alla rappresentazione costante nel tempo del funzionamento neurofisiologico, e sbriga le attività ordinarie, agendo in termini di stimolo-risposta;
un Io capace di autoriconoscimento, che implica il Sé nucleare di Damasio, risultante dall’esperienza dell’incontro con l’oggetto, come registrazione dei cambiamenti del proto-Sé in rapporto coi cambiamenti dell’oggetto. Esso è in grado di esercitare un minimo di attività critica;
un Io creativo e critico che consente di modificare la realtà, ed è legato alla coscienza estesa, che registra le modificazioni del Sé e dell’oggetto nel tempo. La coscienza estesa è legata all’esperienza della continuità del Sé nel tempo e alle capacità critiche e creative; essa presuppone un’attività più complessa che non il semplice autoriconoscimento.
Secondo A al momento in cui si ebbe lo sviluppo della zona corticale del cervello e questa determinò la possibilità di usare certe facoltà intellettive fu possibile l’avvento dello spirito nell’essere umano, che proprio con questo atto divenne tale. Infatti ad una intelligenza elementare venivano ad aggiungersi nuove possibilità, in particolare uno sviluppo lineare e una funzione discriminativa, che consentivano allo spirito di iniziare ad operare. A sua volta, in un processo autoamplificantesi, l’insediamento dello spirito produsse una ulteriore spinta evolutiva nel cervello. Non a caso l’esperienza del proto-Sé e della coscienza nucleare sono presenti anche nei mammiferi superiori, mentre la coscienza estesa è un fenomeno tipicamente umano.

William Blake, La forma spirituale di Nelson che guida il Leviathan (1805-09), tempera su tela, Tate Gallery, Londra

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§ One Response to “11.10– Materia e spirito: effetti dell’incarnazione sul complesso spirito-animico”

  • [...] Qual’è, dunque, la trasformazione indotta nello spirito dall’esperienza della materialità, e dove essa si produce? Lo spirito ha il desiderio di Dio perché in lui vi sono gli elementi stessi di Dio, ma viene sulla terra per approfondire la materia e contemporaneamente i rapporti tra essere ed essere: dunque deve passare dall’Uno di Dio in cui era contenuto e che rimane in lui come essenza imperitura al molteplice, per continuare ad aspirare all’Uno e durante il percorso arricchirsi del condensato delle sue esperienze nella molteplicità. Come può ciò che è sottile, aereo volatile, diventare solido, denso, grossolano, e come può lo spessore della materia lasciare una traccia nella sottigliezza dello spirito? Allo spirito passano soltanto le esperienze, ma le esperienze non possono essere legate ad un quid di fattura materiale. Lo spirito allora ha bisogno di intermediari, di mediatori per poter interfacciarsi con la materia. Il dualismo cartesiano tra res cogitans e res extensa non è che l’approdo ultimo della distinzione dualistica di S. Paolo, la cui rielaborazione dell’insegnamento di Gesù Cristo ha segnato profondamente il pensiero occidentale.Kardec comunque si colloca all’interno della Tradizione sostenendo una struttura tripartita dell’essere umano. L’Entità A riprende l’idea della costituzione tripartita dell’essere umano per spiegare l’interrelazione tra spirito e materia e tra spirito e corpo, intendendo per spirito l’entità vibrazionale individuata e personalizzata, non importa se incarnata o disincarnata, mentre con anima designa lo strumento di cui si serve lo spirito per vivere sulla terra od anche – in uno stadio post-mortem – nell’orbita materiale terrestre, uno strumento che si configura come un tipo di energia organizzata a quel fine e che è destinata a disgregarsi dopo un tempo più o meno lungo, a morte corporea avvenuta. L’anima è una struttura elettromagnetica informazionale intelligente prodottasi a seguito dell’evoluzione, nella quale si è innestato lo spirito, promuovendone ulteriormente lo sviluppo; gli animali hanno un’anima, ma non uno spirito, cioè un “quid” immortale (articolo). [...]

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