11.11– La struttura del complesso spirito-animico

William Blake, Beatrice si rivolge a Dante dal carro, penna, inchiostro e tempera su carta (1824-7), Tate Gallery, Londra

Ricapitoliamo. Lo spirito per vivere l’esperienza della materialità deve dotarsi di un corpo umano. Per entrare in rapporto col corpo, che è comunque materiale, e attraverso di esso con l’ambiente umano e terreno, si crea un adattamento, che consiste in una struttura bioelettrica che gli assicuri delle risonanze di trasmissione con esso: questo intermediario tra lo spirito e il corpo è l’anima. Il punto di partenza dell’apparato psichico è dato da strutture che hanno un’ energia abbastanza simile a quella dei circuiti biologici del corpo umano, strutture mediatrici, che hanno sede nell’encefalo, e che però non sono circuiti cerebrali esclusivamente umani, ma sono sistemi di organizzazione e di controllo del comportamento selezionati dall’evoluzione per il loro valore adattativo e presenti a partire almeno dai mammiferi superiori (Panksepp, 1997). Le funzioni dei sistemi operativi emozionali psico-comportamentali sono prevalentemente inconsce, e sono sovrapponibili agevolmente all’inconscio pulsionale freudiano. In questo l’apparato psichico delle neuroscienze, della psicoanalisi e di A si corrispondono. La coscienza, come ci dice Freud, è un derivato, un epifenomeno della vita psichica, l’attributo della coscienzialità potendosi attribuire soltanto ad una minima parte dei fenomeni mentali. A, riprendendo in questo caso Jung, distingue un inconscio personale e un inconscio collettivo. Il primo è attribuibile alla vita psichica del singolo individuo, ed è costituito dalle esperienze, dagli affetti e dalle rappresentazioni rimosse, perché incompatibili con la vita psichica conscia del soggetto, ossia con la sua rappresentazione del Sé. Al di sotto dell’inconscio personale, esiste un inconscio collettivo, che è sia di specie che di gruppo. L’inconscio collettivo della specie comprende i sistemi operativi emozionali, strutture di regolazione del comportamento adattative trasmesse geneticamente. L’inconscio collettivo di gruppo è qualcosa di cui parla solo A, ma che la cronaca degli ultimi anni ha portato drammaticamente alla ribalta coi figli dei “desaparecidos”. E’ stato osservato da psicoanalisti latino-americani che figli di “desaparecidos” sottratti nella prima infanzia ai genitori, e allevati da famiglie di militari, presentavano strani echi della famiglia d’origine, consistenti in flashback, oscure reminiscenze, misteriose affinità, non spiegabili come ricordi d’infanzia data la precocità della separazione dalla famiglia d’origine, senso di familiarità con la vera cultura d’appartenenza e di estraneità con quella artificiosamente sovrappostagli, che esitava in conflitti e sofferenza psicologica, come se una imprecisata lealtà ad un mondo sconosciuto li mettesse in dissonanza con l’ambiente della vita ordinaria. A spiega l’inconscio collettivo di gruppo come un precipitato di informazioni trasmesse da i geni in modo subliminale. Esse si collocano nell’inconscio, ai margini della psiche, nell’interfaccia tra questa e il corpo, assieme al resto di quelle informazioni che derivano al nuovo individuo dal suo patrimonio genetico e troveranno espressione in stadi successivi dello sviluppo. Nel momento in cui avviene il contatto tra la qualità animica e spirituale e il corpo, avviene anche l’impatto tra le qualità fisiche e la psiche: in altre parole il corpo porta con sé delle qualità che si collocano nell’inconscio, ai margini della psiche, nell’interfaccia tra questa e corpo. Con le parole di A:
“E quali sono questi elementi che vengono dal corpo in formazione? Sono, in primo luogo, quelli della specie biologica e di natura ereditaria a livello delle singole trasmissioni di geni e a livello di trasmissione complessiva: cioè, l’esperienza media come tipo o valore di civiltà di quel determinato momento storico. In altri termini, anziché essere una cosa molto astratta, come si è pensato da taluni, il livello medio, cioè il grado di maturazione media di un certo tipo di civiltà, non può non fissarsi anche a livello dei geni ereditari e non può quindi non trasmettersi attraverso le generazioni. E qual’è la via di trasmissione? La via di trasmissione è al limite, perché non è tipicamente energia che possa entrare nel subconscio [parte dell'apparato psichico che corrisponde al preconscio freudiano, costituita da quei contenuto psichici potenzialmente in grado di divenire coscienti, ndA], infatti l’individuo non avverte subito questa “taratura” media, questo valore globale della civiltà; ma la avverte lì, giù, nel profondo: cioè, questa qualità si sposta al margine della psiche e si sposta con qualità di tipo spirituale” (1973, p. 325-6).
L’anima è la struttura più grossolana sottostante allo spirito in condizione intermedia tra questo e il corpo. Sebbene sia di materia estremamente sottile, essa, rispetto allo spirito, è materiale, e rispetto al corpo è spirituale, proprio come il Mercurio doppio, o anfotero, dell’Alchimia. Si può dire che essa è più confacente al corpo rispetto allo spirito, nel senso che può utilizzare meglio dello spirito il cervello, via finale comune poiché, ricordiamolo, tutte le comunicazioni del  complesso spirito-animico col corpo passano attraverso il cervello. L’anima ha comunque una funzione subordinata verso lo spirito, anche se durante l’esistenza terrena essa sovente prende il sopravvento, oscurando o comunque confondendo la voce di questo. Negli organismi animali in generale il cervello-mente si evolve per fornire delle risposte adattative pronte alle richieste dell’ambiente. Nell’organismo umano, il microsistema ambientale più immediato è la società, e durante lo sviluppo l’Io deve mediare tra le spinte pulsionali e i dettami della società, attraverso un lavoro di repressione e di controllo degli impulsi che prima è cosciente, poi è affidato a degli automatismi il cui funzionamento è nascosto al soggetto stesso. Essi costituiscono i meccanismi di difesa, che hanno per l’Io una funzione di adattamento omeostatico, che egli raggiunge però al prezzo di perdere di vista certi aspetti della sua realtà, interna ed esterna, incompatibili con l’immagine di sé e il sistema di credenze che si è costruito.

William Blake, Il cerchio dei lussuriosi, penna, inchistro e tempera su carta (1824-7), Tate Gallery, Londra

La psiche ha un ruolo abbastanza passivo senza lo spirito, quindi è sempre quest’ultimo che riveste un ruolo innovatore, riportando nell’apparato psichico elementi trasformativi e per questo inevitabilmente conflittuali. Così si crea la possibilità di infrangere la monotonia di un sistema organizzativo sterile e ripetitivo. Essa passa per l’esperienza del dolore psichico, che tuttavia per A non è condizione necessaria e sufficiente per il cambiamento e per l’evoluzione. Il dolore diventa utile perché è uno degli elementi, forse l’unico, che fa riflettere, che crea delle discontinuità, e che dunque può determinare fattori di maggior riconoscimento della materia, di migliore capacità di interpretazione dei fatti, di sopportazione, tolleranza e gestione dei conflitti e delle avversità, di ricerca del superamento della sofferenza, di perseguimento di uno stato di maggiore integrazione: per dirlo in una parola, di maggior saggezza, che è il frutto dell’elaborazione e dell’integrazione dell’esperienza accumulata. Bateson parla a questo proposito di “saggezza sistemica”, riassumendo in un temine cibernetico la maggiore capacità di gestire le informazioni, da apprendere e di adattarsi che deriva da una visione contestuale allargata e integrata dell’ecosistema organismo-ambiente (1972). Il dolore è un momento funzionale dell’evoluzione soprattutto nelle “vite sofferte”, in cui lo spirito accresce la conoscenza della Terra perché i tormenti materiali fanno parte del suo programma evolutivo per quell’incarnazione.
Anche lo spirito porta in dotazione qualcosa al complesso spirito-animico. Esso infatti vuole servirsi di un corpo, ma deve farlo in maniera tale che il corpo agisca conformemente alle qualità che lo spirito già possiede. La sommatoria delle esperienze che lo spirito porta con sé come bagaglio delle esistenze precedenti è anch’essa parte dell’inconscio. Esiste dunque un inconscio personale, un inconscio collettivo (di specie e di gruppo) e un inconscio spirituale. Lo spirito si manifesta attraverso l’inconscio  – dove talora esprime i suoi messaggi sotto forma di sogni, fantasie e produzioni psichiche creative –  e giunge alla coscienza per questa via, attraverso la quale  può influenzare l’Io. Tuttavia questa sorta di flusso comunicativo tra l’Io e lo spirito, che fa parte della più ampi corrente di informazione tra l’Io e l’inconscio, può interrompersi per circostanza dovute all’educazione, all’ambiente, o a traumi psichici. L’individuo perde la connessione con la parte ispirata della personalità, e manifesta vuoto esistenziale, disperazione, alienazione. All’opposto, l’incontro con lo spirito può manifestarsi come una crisi che sconvolge la vita della persona. Il  sistema di adattamento compiacente all’ambiente che la psiche si è pazientemente costruita sulle sue reazioni adattative alle esperieinze emozionali significative va in frantumi perché l’individuo avverte quello che ha fatto finora come non autentico ed estraneo. Egli sente l’impellente necessità di rimettere tutto in discussione per riavviare un tipo di esistenza maggiormente in sintonia con le sue esigenze più profonde, e a questo bisogno è disposto a sacrificare tranquillità, prestigio, successo, status sociale, che sono niente in confronto al contatto col nucleo vero della sua personalità. Le crisi di questo tipo sono state ampiamente descritte dalla psicoanalisi, in particolare da Winnicott, che parla di patologia del falso Sé. Il vero Sé di Winnicott e il Selbst di Jung sono i concetti psicoanalitici che più si avvicinano all’idea di spirito. Per Winnicott, il vero Sé è la posizione da cui provengono il gesto spontaneo e l’idea personale; solo il vero Sé può essere creativo e sentirsi reale; in confronto coll’esperienza dell’autenticità, l’esistenza di un falso Sé determina una sensazione di irrealtà e di futilità. Il vero Sé è sacro, inviolabile, e va preservato ad ogni costo; solo il silenzio si conforma al codice del Sé, che è assolutamente personale e incomunicabile come la musica delle sfere (1965a, 1965b). Di Jung citiamo questa definizione del Sé, che ci dimostra quanto fosse profonda la sua conoscenza non solo psicologica, ma spirituale:
Qualcosa che è e che vive, teso tra le immagini di due mondi e le loro forme oscuramente intuite, ma chiaramente sentite. Questo “qualcosa” ci è estraneo eppur vicinissimo, coincide con noi eppur non è da noi conoscibile, è un punto attuale di costituzione talmente misteriosa che può esigere tutto, la parentela con gli animali e con gli dei, con i cristalli e con le stelle, senza farci meravigliare e senza suscitare la nostra disapprovazione. Questo qualcosa esige effettivamente tutto ciò, e noi non abbiamo nulla da opporre con qualche diritto a questa richiesta; è perfino salutare ascoltar questa voce (1928, p. 162).
Si può sostenere che in queste righe Jung descriva un’esperienza meramente psicologica, ed in effetti lui stesso ha contribuito decisamente ad aumentare la confusione tra psicologia e spiritualità, ad esempio con l’operazione epistemologicamente fuorviante di ridurre l’Opera alchemica ad un processo esclusivamente psicologico, tuttavia l’impressione è che egli riporti l’intuizione di un quid spirituale che risulta inevitabilmente sminuito, approssimato e infine mistificato dalla descrizione psicologica, perché, come direbbe Winnicott, esso è incomunicabile come la musica delle sfere.

William Blake, S. Pietro e S. Giacomo con Dante e Beatrice, penna, inchistro e tempera su carta (1824-7), Tate Gallery, Londra

I resoconti più esaustivi di questi cambiamenti di corso dell’esistenza si ritrovano meno nella letteratura psicoanalitica che nell’agiografia. Le vite dei santi, e qui l’elenco potrebbe davvero farsi lungo, sono segnate e trasformate in maniera eclatante dal contatto con lo spirito. S. Paolo, S. Francesco, S. Galgano sono esempi di cambiamenti drammatici dell’esistenza; S. Ildegarda di Bingen, di cui abbiamo parlato, ci offre invece un esempio di contatto “tranquillo” con lo spirito, di una vita toccata fin dall’infanzia dalla dimestichezza con la dimensione spirituale, che ha accompagnato passo passo e ha ispirato tutta l’attività pratico-sociale e la produzione culturale della monaca. Ma vi sono anche le situazioni più tragiche in cui il conflitto tra spirito e complesso animico, ovvero tra nucleo profondo autentico e falso Sé compiacente esita in una situazione di stallo. In tal caso l’individuo non riesce a scardinare il duplice sistema di coartazione, quello esterno dei vincoli impostigli dalla società e dalla cultura, e quello interno dalle sue sovrastrutture ideologico-emozionali di adattamento; la crisi non è risolutiva e la personalità resta dilaniata tra i suoi ideali e aspirazioni da un lato e il suo adattamento forzato e di maniera dall’altro, tra una possibile libertà e un conservatorismo coatto. Se non sa liberarsi resterà incatenata a questa doppia identità, a questo doppio desiderio, a questa immagine contraddittoria e irrisolta per tutta la vita, e l’esito ultimo è la patologia psichiatrica, che al fondo nasconde sempre delle “forme d’esistenza mancate”.
Esiste anche un’altra possibilità per lo spirito di manifestarsi, ed è quella della proiezione. La psicoanalisi ha studiato approfonditamente il processo difensivo rappresentato dalla scissione di contenuti psichici incompatibili e dalla loro proiezione in un’altra persona, col duplice vantaggio di liberarsi di questi contenuti psichici e di prendere in qualche modo possesso della mente dell’altro, e di abitarla e controllarla; essa ha chiamato questo meccanismo difensivo identificazione proiettiva. L’Entità A aggiunge una dimensione spirituale al processo in oggetto. Lo spirito è in qualche modo più ampio e più potente di quello che la personalità cosciente possa contenere, e questa parte non integrata, staccata e forzosamente coartata può prendere per manifestarsi la strada della proiezione inconscia, che da luogo a relazioni fusionali fortemente ambivalenti e conseguentemente difficili da comprendere e da districare; ma anche a fenomeni paranormali. Questa personalità scissa, vero e proprio Mr. Hyde che si oppone al dr. Jeckill, la personalità conscia del soggetto, può manifestarsi in una seduta spiritica, proiettandosi nel medium che allora da voce o comunque da espressione non ad un’entità disincarnata, ma ad una parte scissa e proiettata di uno dei presenti. Essa assume in tal caso il carattere di una di quelle personalità autonome che erano la croce e della delizia degli psichiatri dell’Ottocento, e che ora col declino per ragioni socio-culturali delle manifestazioni dell’isteria, e in particolare della dissociazione isterica, sono pressoché scomparse.
Lo spirito è la parte più profonda, più nascosta, più autonoma, più vera della personalità, ovvero del complesso spirito-animico. Se ci immaginiamo quest’ultimo come una struttura a cipolla, a strati sovrapposti, lo spirito è il nucleo interno, mentre il falso Sé di Winnicott o la persona [dal latino persona, maschera, e quindi i ruoli che uno interpreta in società, e i personaggi che recita, ndA] di Jung sono le zone più esterne e superficiali, che d’altra parte sono altrettanto necessarie, perché servono da interfaccia con l’ambiente e da protezione del nucleo autentico e celato. Certo, questo cuscinetto protettivo a volte diventa ingombrante, e impronta di sé tutta l’esperienza del soggetto, come nel caso dell’ipertrofia dell’intelletto al servizio del falso Sé compiacente, ovvero l’uso difensivo della facoltà del pensiero (con razionalizzazioni, banalizzazioni, forzose intellettualizzazioni), che esita in personalità costruite e distanti, incapaci di spontaneità e sentimento, ma con un senso sordo e ineliminabile di vuoto, insoddisfazione, futilità.
L’esperienza dello spirito è quindi un’esperienza limite, ed è davvero la posta in gioco del viaggio iniziatico, il tesoro nascosto che attende l’adepto al temine della sua ascesa, il tema della ricerca con cui abbiamo iniziato la fatica di questo sito, l’oggetto della queste du San Graal. La sua conquista richiede un aspro e appassionato tirocinio della mente e del corpo, che devono essere portati al punto di massima vibrazione, perché lo spirito possa manifestarsi. Citiamo integralmente A:
Lo spirito, in altri termini, è lì, al limite; è nel punto per raggiungere il quale tutto il corpo (mente compresa, ovviamente) deve essere portato al massimo della sensibilizzazione. A questo punto si travalica i sensi, dunque si va nell’extra-sensorialità, nel luogo dove può essere incrociato lo spirito. Questo è quello che io posso dire e che così, molto sinteticamente, è poi l’essenziale del problema dell’autopercezione dello spirito.
Per poter giungere ai limiti estremi di questa psiche, ovvero per sensibilizzare se stesso in modo da percepire lo spirito, è indispensabile arrivare ad una libertà interiore pressoché totale, tale che, allorquando dentro si spinge per spersonalizzarsi, ovvero per immergersi, per andare ed essere nello spirito, l’operazione non deve essere ostacolata; il che significa che tutto il corpo deve autonomamente e razionalmente raggiungere attraverso il sensorio la estraneità di se stesso in quanto materia.
Significa che, allorquando un uomo innesca il meccanismo del sensorio, deve poter raggiungere uno stato di rapimento, di bellezza ( e quindi di piacere, in quel sensorio, quindi di pura estasi che diventa quasi immobile), una condizione in cui la piacevolezza del sensorio è data da dalla percezione di una cosa estremamente raffinata (e anch’essa, guarda caso, estremamente piacevole quale è lo spirito). Questo impatto crea una sospensione della coscienza, un momento folgorante in cui di più non si può provare, in cui oltre non si può andare: è il momento della verità, è il momento in cui l’individuo avverte l’estraneo, l’estraneo perché finora sconosciuto; l’estraneo che è se stesso. Perché, per voi, il vostro modello interiore, il vostro spirito,la vostra essenzialità sono degli estranei, non li conoscete (1986, p. 102-3).

William Blake, Evoluzioni degli spiriti dettate dalle loro emozioni prima del Giudizio Finale, penna, inchiostro e tempera su carta (1805), Tate Gallery, Londra

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§ One Response to “11.11– La struttura del complesso spirito-animico”

  • [...] Lo spirito per vivere l’esperienza della materialità deve dotarsi di un corpo umano. Per entrare in rapporto col corpo, e attraverso di esso con l’ambiente umano e terreno, si crea un adattamento, che consiste in una struttura bioelettrica che gli assicuri delle risonanze di trasmissione con esso: questo intermediario tra lo spirito e il corpo è l’anima. Il punto di partenza dell’apparato psichico è dato da strutture che hanno un’ energia abbastanza simile a quella dei circuiti biologici del corpo umano, strutture mediatrici, che hanno sede nell’encefalo, i sistemi operativi emozionali psico-comportamentali, le cui funzioni sono prevalentemente inconsce, e che sono sovrapponibili agevolmente all’inconscio pulsionale freudiano. L’anima è la struttura più grossolana sottostante allo spirito in condizione intermedia tra questo e il corpo, più confacente al corpo rispetto allo spirito, nel senso che può utilizzare meglio dello spirito il cervello. L’anima ha comunque una funzione subordinata verso lo spirito, anche se durante l’esistenza terrena essa sovente prende il sopravvento, oscurando o comunque confondendo la voce di questo. La psiche ha un ruolo abbastanza passivo senza lo spirito, quindi è sempre quest’ultimo che riveste un ruolo innovatore, riportando nell’apparato psichico elementi trasformativi e per questo inevitabilmente conflittuali.Lo spirito è la parte più profonda, più nascosta, più autonoma, più vera della personalità, ovvero del complesso spirito-animico.L’esperienza dello spirito è quindi un’esperienza limite, ed è davvero la posta in gioco del viaggio iniziatico, il tesoro nascosto che attende l’adepto al temine della sua ascesa, il tema della ricerca con cui abbiamo iniziato la fatica di questo sito, l’oggetto della queste du San Graal (articolo). [...]

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