Vortici luminosi diffusi
Lo spirito è un principio immateriale la cui struttura interna è della stessa sostanza di Dio, da cui è stato creato, di per sé sussistente e che non ha bisogno di nulla per vivere, poiché la sua natura è eterna e infinita. La materia invece ha bisogno di altra materia, per alimentarsi e con essa trasformarsi. Tuttavia, nella sua traiettoria non di avvicinamento a Dio, la cui perfezione è irraggiungibile, ma di ricerca delle Sue “tracce” nell’universo, ovvero nelle leggi che lo governano, esso non è mai fermo, è in continua evoluzione. Nel suo percorso utilizza le esperienze incarnative per trarne gli elementi che gli sono utili sul suo piano di esistenza. La conoscenza lo spirito la possiede già, innata, allo stato potenziale; il commercio con la materia gli serve a far emergere la conoscenza preesistente, a risvegliare, a far affiorare le situazioni conoscitive. Le esperienze quindi sono svuotate del significato pratico e materiale, e di esse contano le influenze che dalla vita umana giungono a interessare quella spirituale. Cioè allo spirito non importa acquisire una somma di eventi, ma l’essenza degli eventi. Non sono le esperienze in sé che interessano lo spirito, ma i significati, i valori, che ovviamente non sono quelli apparenti del mondo. Le esperienze della materialità vanno trasformate in esperienze di tipo mentale, operando un vero e proprio transfert [Freud introdusse questo termine per indicare il trasferimento di affetti da una rappresentazione dell'infanzia del paziente a una della situazione attuale: qui esso sta per spostamento di affetti e contenuti psichici, ndA] dal puro dato materiale alla presenza interiore. L’Entità A usa qui il termine “sublimazione”, anch’esso ripreso da Freud – che però gli dava un significato psicodinamico, ritenendolo il prodotto della repressione nevrotica della pulsione sessuale – che con esso indicava l’attività creatrice prodotta dalla deviazione della pulsione sessuale verso una meta non sessuale e verso oggetti socialmente valorizzati, quindi un innalzamento della pulsione verso mete e oggetti più accettabili di quelli originari. La sublimazione di un’esperienza equivale invece per A a viverla in maniera piena, con la partecipazione dell’intera personalità, e il concetto è molto affine al funzionamento sincronizzato dei centri di Gurdjieff, che consiste nel far partecipare unitariamente i tre centri, motorio, emotivo e intellettuale, ad un’esperienza: a questo modo, in uno stato di coscienza improntato alla consapevolezza di sé, e quindi di funzionamento mentale attivato, l’esperienza diventa un’altra cosa, perché essa non interessa più per quello che è, ma è portata ad un altro piano, tale da farle perdere gran parte della sua realtà, e acquisirne un’altra, spirituale. Non tutte le attività dell’uomo sono sublimabili, ovviamente: lo sono quelle che gli mostrano il suo modo di porsi di fronte all’esperienza. Quello che conta non è la materia o l’oggetto con cui l’individuo si pone in relazione, ma lo stile, il modello di relazione, il come l’essere umano si pone di fronte alla materia e all’oggetto, li utilizza, li ingloba e si comporta con essi. A questo modo avviene il processo che lo stesso Gurdjieff chiama “costruzione dell’anima”, ovvero, nel suo modo di esprimersi, la cristallizzazione nella presenza esserica del precipitato delle impressioni. Descrivendo lo stesso fenomeno da un altro punto di vista, la situazione psicoanalitica mira ad evidenziare il modello relazionale nucleare del paziente quale si manifesta nella relazione con l’analista, specchio delle relazioni con gli oggetti significativi, e riedizione dei prototipi delle relazioni coi genitori nell’infanzia; però il paziente vive nella situazione analitica un cambiamento esperienziale, in virtù del quale può comprendere ed elaborare, anziché agire – come nelle situazioni di vita – le scene relazionali della sua infanzia, e tutto ciò innesca il cambiamento terapeutico. Allora in cosa differisce questa fase dell’evoluzione spirituale dal trattamento psicoanalitico? La differenza è che per la psicoanalisi che mentre il tema relazionale conflittuale nucleare che è alla base della sofferenza psicologica è il prodotto della coartazione indotta dall’ambiente durante l’infanzia, per la dottrina spiritica esso è il risultato di una libera scelta che lo spirito ha effettuato prima di scendere sulla Terra, e che gli pone un compito evolutivo, quello per cui egli si è incarnato in questa famiglia e in questo ambiente sociale: estrarre il principio formale che regge questa situazione di rapporti, farlo suo, integrarlo ed assimilarlo.
Lo spirito approfondisce la conoscenza dell’universo, che è una conoscenza comunque unica e irripetibile, nel senso che avviene da quel peculiare punto di vista che gli compete e a cui si attiene. La conoscenza dello spirito è prima soggettiva, poi, quanto più si accresce, sempre più oggettiva. In particolare lo spirito inizia dalla conoscenza di se stesso, dei suoi stili, modelli, schemi di relazione; man mano che padroneggia e assimila la conoscenza del suo modo di essere, può passare al sapere oggettivo, quello del cosmo e delle sue leggi. Le serie di eventi si traducono per lo spirito in strutture sempre più astratte, idee senza espressione linguistica, simboli, strutture formali della realtà.
L’acquisizione delle strutture formali e delle leggi della realtà cristallizza un plus di informazione, per cui si può dire che ad un certo punto lo spirito, più che comprendere la legge, è la legge: ci si identifica, la fa propria nella sua organizzazione, ne diviene un prototipo vivente. L’evoluzione porta a un cambiamento, ma l’essenza rimane intatta. Lo spirito non è mai statico, è sempre in movimento. Il carattere individuale e personalizzato della sua intelligenza si mantiene integro, per tutto il suo percorso esso continua a rappresentare quel punto di vista sulla realtà. Vive nell’universo, con l’universo e per l’universo, alla ricerca della divinità ma senza distruggersi in essa.
Vortici cimiteriali intorno a lapidi
La conoscenza dell’universo da un certo punto in poi riguarda le leggi che lo regolano, e che sono la presenza stessa di Dio, perché Dio, una volta emanato da se stesso l’universo, lo lascia al proprio funzionamento autonomo scandito dalle leggi che Egli vi ha posto. La legge non è qualcosa di scritto in qualche parte del cosmo, ma scaturisce da un atto interpretativo dello spirito, che la riconosce, la definisce, la qualifica, nel momento in cui, incontrandosi con la realtà, produce un’attività intellettiva. La conoscenza e la verità esistono nell’universo, ma esse sarebbero nulla se non esistesse una forza intelligente che le evidenzia e le comprende. Dire che lo spirito ad un certo punto non conosce più la legge ma è egli stesso la legge significa che la registra, la inscrive nel suo bagaglio informazionale. Questo è anche il motivo per cui gli spiriti non hanno sentimenti, o almeno non ne hanno così come li concepiscono gli umani. Gli spiriti certo vedono le ingiustizie, le guerre, le stragi che accadono sulla Terra; potrebbero intervenire, eppure non lo fanno. E neppure pietiscono coloro che soffrono. Perché pietà, misericordia e carità sono interventi estemporanei che si svolgono per correggere qualcosa che si ritiene non giusto, non buono, bisognoso di correzione, di calibrazione, di intervento. Ammettere un’ipotesi del genere significherebbe ammettere una carenza della Creazione, una sua manchevolezza. Altrimenti sarebbe Dio stesso che, se avesse in sé le qualità di bontà e compassione, dovrebbe esercitarle per perfezionare la Sua opera. Ma se le cose da Lui compiute sono già perfette in partenza, che bisogno avrebbe di perfezionarle? Se le vediamo così sbagliate e ingiuste, è perché la nostra ristretta visuale ci consente di apprezzare una parte ben limitata del piano divino. L’amore di Dio consiste nell’aver stabilito un ordine primario della Creazione, e poi averle lasciato una vita autonoma; dotando le creature intelligenti, gli spiriti, del libero arbitrio, senza di che la loro esistenza e la loro intelligenza non avrebbero avuto senso.
Dopo la morte, lo spirito cade in una specie di sonno letargico, in cui perde coscienza di sé, e si risveglia dopo un periodo variabilissimo, che è proporzionato alla sua evoluzione spirituale. Esso gli serve per liberarsi dal richiamo terreno, che è molto forte quando si muore, e in particolare è acuito dal dolore dei cari che sono rimasti in terra. Durante questo sonno il trapassato sogna tutta la sua vita, ossia ripercorre tutta quanta la sequenza della sua esistenza nelle sue tappe fondamentali, il che gli serve per farne un bilancio, vagliarne l’utilità e il raggiungimento del programma preincarnativo, inquadrandola nel complesso della sua evoluzione. Questo sonno, che tende a isolarlo, a lasciarlo solo, è un sonno impenetrabile, in cui nessuno può comunicare con lui. Al termine, lo spirito emette il giudizio su di sé, che dunque non è opera di Dio, ma di lui stesso. Infatti è in grado di giudicarsi con assoluta severità ed equità, e di vagliare quello che ha fatto, gli errori compiuti, le opportunità e il tempo sprecati. Accorgendosi delle sue inadempienze, vorrà cercare di sanarle, di rimediare, e questo sarà il suo purgatorio. O con altro termine costituisce il suo karma, nel senso di un bagaglio che si porta dietro di esperienze irrisolte, debiti insoluti, desideri insoddisfatti, programmi inadempiuti. Comunque, le incarnazioni non vengono scelte solo per assolvere i debiti karmici (pregressi), ma anche per effettuare nuove esperienze, e portare ulteriore arricchimento al bagaglio conoscitivo dello spirito e alla sua assimilazione della struttura dell’universo e delle sue leggi, e quindi in ultimo della presenza di Dio.
Gli spiriti pensano e comunicano tra di loro per mezzo di “idee semplici”, che sono le idee in sé, private delle sovrastrutture disposizionali linguistiche e rappresentazionali con cui la corteccia interpretativa del cervello-mente le “processa” e le connette ad altri sistemi, come la memoria. Ovvero l’idea semplice è un’idea che non né rappresentazione, né espressione semantica, né associazione mnestica: è un significato in sé, ed è attraverso questi messaggi che avviene la comunicazione tra gli spiriti. Però uno spirito che deve inserirsi in un ciclo di esperienze umane o terrestri non può utilizzare il sistema di pensiero e comunicativo in uso tra gli spiriti, ed ha bisogno di una struttura animica materiale che gli consenta una presa sulla realtà e uno scambio con gli esseri incarnati. Così A descrive il pensiero nel mondo spirituale:
Il nostro è un pensiero che non potete immaginare, è come un lampo che voi vedete squarciare il buio della notte. Ebbene, guardate attentamente quel lampo e dite: un’anima è come quel lampo! Essa è una vibrazione, un attrito, è qualcosa che vibra un certo momento e che vibrando pensa, che pensando costruisce, che si applica, che si estrinseca, che è intelligente… Questo è il lampo, il balenio di una saetta, è la scintilla determinata da un circuito elettrico, è lo spirito, questo sono io, questo siete voi!…
Ma a differenza del lampo che squarcia la notte, a differenza della saetta o della scarica elettrica, il nostro lampo, la nostra vibrazione è intelligente! Essa è una vibrazione che sa quello che è, perché pensa; è una vibrazione che ha la possibilità di operare e di promuovere l’azione. Questo è lo spirito. Lo spirito – come vibrazione – può acquistare una forma, la quale però sarà soltanto l’abito dello spirito, e non si identificherà con esso. Lo spirito resterà sempre quel lampo, quella vibrazione, quel pensiero. E la vibrazione non ha dimensioni caratteristiche, dato che potrebbe essere lunga un metro o rientrare nell’infinitamente piccolo. In ogni caso resterà sempre pensiero, con le medesime possibilità, con le medesime qualità, con il medesimo valore. Si tratta di elasticità, di distensione, la quale è legata alla volontà dello spirito stesso… (1973, p.99).

Sagoma femminile inattesa
L’anima è, al pari dello spirito, immateriale, in quanto non ha una visibilità fisica; in realtà, essa è una forma di energia, che si costituisce dalle energie dell’ambiente materiale. Mentre lo spirito non ha nulla a che vedere con la terra e con la materia, perché proviene direttamente da Dio, l’anima si forma dalle energie dell’ambiente materiale, almeno in parte. Lo spirito, precipitando nella materia, si riveste di un particolare abito o involucro, che non è ancora l’anima – perché ancora non si è incarnato – e che, per come appare, può essere considerato il corpo astrale. Se lo spirito è immortale, l’anima ha un carattere provvisorio, nel senso che può sopravvivere anche per duemila anni, ma prima o poi decade. Dopo la morte, l’anima, o meglio quell’involucro che si identifica col corpo etereo e col corpo astrale, subisce una disgregazione, mentre lo spirito libero si conserva; tuttavia, in questa sua sopravvivenza, esso può mantenere alcuni elementi dell’anima, che gli conferiscono un aspetto esterno e riconoscibile. Oltretutto questi residui animici possono servire allo spirito per la sua prossima incarnazione, e costituire un bagaglio di informazioni che gli faciliterà l’esistenza successiva (ad esempio, come possibilità del linguaggio umano o come particolari e altrimenti inspiegabili predisposizioni). Finché è sulla Terra, lo spirito è soggetto all’anima; liberatosi dal corpo, torna alla sua autonomia, ed allora è l’anima che soggiace allo spirito, e lo segue come il cane segue il padrone, non avendo più alcuna autonomia specifica, perché, legata com’era alle strutture del cervello, morto quest’organo si riduce a una “larva”, che a volte appare alla vista dei sensitivi come “guscio astrale”. Lo spirito può portarsi dietro l’anima, nella quale vi sono qualità più grezze di quelle che filtrano attraverso l’inconscio. Esse sono esperienze non ancora maturate ed elaborate, perché quelle realmente assimilate passano nello spirito come esperienze fondamentali cristallizzate. Ciò che conta degli eventi materiali è la maniera in cui essi vengono digeriti, assimilati, elaborati, non la loro natura “oggettiva” (ammesso che essa esista); e non si può neppure fare un paragone tra individui consimili, perché la maniera di reagire, di assorbire le esperienze varia in proporzione al carattere, alla personalità, alle condizioni contingenti e al grado d’evoluzione, e quindi la valutazione dello spirito è strettamente personale. In base a tutto questo nello spirito avvengono alcuni fenomeni in seguito all’impatto con un evento o meglio una serie di eventi significativi. L’anima, che lo circonda, capta, assorbe e si arricchisce di elementi psichici, ossia eventi bioenergetici che si imprimono nella sua struttura. Tali elementi psichici sono in grado di far passare certi elementi qualitativi allo spirito, l’essenza di origine divina. Il quale a sua volta compie un’altra operazione: li mette a contatto con altri elementi che già possiede. Lo spirito possiede tutta la conoscenza in potenza, ma all’inizio è muto, è tabula rasa, ovvero le sue idee non si manifestano. L’anima invece si arricchisce con l’esperienza. Lo spirito a contatto con l’evenienza fenomenica scava dentro di sé, riporta in luce e rimette in evidenza, nel repertorio di idee semplici che gli furono date all’atto della creazione, quelle che sono suscitate e attivate dalle esperienze in atto ad esse pertinenti. Un evento esterno suscita nell’intelletto una sua categorizzazione, interpretazione, valutazione, da cui lo spirito ricava una struttura formale: c’è quindi l’incontro tra un evento e l’idea, il simbolo o l’archetipo che lo rappresenta, e che è preesistente in potenza nel bagaglio informativo dello spirito, solo che questo per attivarlo deve imbattervisi nella realtà sostanziale in atto.
Il fine generale di tutta l’esistenza dello spirito è la maggiore conoscenza di Dio e delle sue leggi; all’interno di questo percorso, come dato preliminare, esso acquisisce anche la conoscenza di se stesso e della realtà. Attraverso la serie particolareggiata delle strutture formali dell’universo lo spirito si costituisce una mappa della forza di Dio che può ricondurlo a un’idea sempre più esatta della divinità. Lo spirito giudica in base alla sua individualità, esistenza e autonomia, che sono per lui i dati incontrovertibili, ma la realtà in cui si trova a vivere gli è estranea, retta da leggi diverse su cui non può avere alcuna ingerenza e su cui non può effettuare alcuna modifica. Queste leggi lo interessano, ed egli anche le subisce, ma non intaccano la sua struttura, che risale all’origine divina. Questo giustifica il suo interesse per la realtà esterna, al pari di quello nei confronti di Dio, che però, irraggiungibile, continua a sfuggirgli, mentre la realtà gli è accessibile e comprensibile: esso ne individua alcune direttrici e la percorre, e al contempo la vive, l’assimila, la decodifica, se ne arricchisce.
Lo spirito nel suo divenire acquista un certo ritmo, tanto che la sua libertà entro i limiti dell’evoluzione non è più tale, ma diviene ritmo universale. Quindi, dal punto di vista di Dio lo spirito non è affatto libero, perché non fa che seguire quello che Dio ha fatto, e non può non seguirlo perché la sua vita è legata all’ambiente universale, alle leggi a lui preesistenti e alla sua stessa essenza. Tuttavia esso non avverte minimamente questo fatto, perché viene a trovarsi in un consesso di leggi che gli danno effettivamente la sensazione della libera scelta. Lo spirito, soggettivamente libero e dotato di intelligenza e personalità, trae dalle apparenze la sensazione che la sua scelta sia autentica. Le conseguenze della sua scelta si installano nella sua essenza ed equivalgono ad un autentico fattore di conoscenza, all’acquisizione di un principio morale, ad un valore di evoluzione. A tutto ciò corrisponde un mutamento della sostanza dello spirito e un raffinamento della sua essenza, come conseguenza logica della responsabilità dell’azione. Anche se la libertà dello spirito è relativa, perché la sua partecipazione all’universale è limitata, e gli è concessa solo nell’ambito del suo grado di evoluzione; e anche di questo si rende conto solo se l’evoluzione stessa è parecchio avanti. Quindi:
“Libertà autentica per quanto riguarda lo spirito in sé, assenza di libertà per quanto riguarda l’esistere in senso universale, in special modo rispetto a Dio” (1973, p.299).
Vortice luminoso


