11.13.1 – Le Leggi dell’Universo

MIchele Maier, L’Ouroboros, simbolo dell’unus mundus e del tempo circolare, Atalanta fugiens, incisione, Oppenheim, 1618


Dio è dunque la forza che appare con i principi regolatori dell’universo e con l’atto della creazione; le leggi e i principi non sono Dio, che è immanifesto, e tuttavia paradossalmente essi lo sono, perché Dio ha anche una parte manifesta, e questa parte manifesta sono le leggi e i principi. Dio ha creato lo spirito libero, perché altrimenti la sua esistenza non avrebbe un senso, ma nella sua traiettoria egli percorre l’universo avendo commercio con la materia, e cercando di comprendere se stesso, Dio, il cosmo e le leggi che lo fanno funzionare come un tutto armonico e ordinato. L’apprezzamento dell’architettura della creazione richiede che lo spirito, ad un certo grado di evoluzione, si liberi da una serie di sovrastrutture ideologico-affettive per riconquistare la semplicità dell’essenza, come nella beatitudine “Beati i poveri di spirito perché di essi è il regno dei cieli” (Mt., 5,3). L’universo è semplice, nella sua struttura razionale, ma per penetrarlo lo spirito si deve emendare da cognizioni, teorie, dogmi, pregiudizi, attaccamenti, identificazioni, e vederlo per quello che è, la cosa in sé, le relazioni, le significanze, i simboli, che vi sono iscritti e che bisogna saper leggere. Questo dice il celebre aforisma della Chandoya Upanishad, affermando l’identità tra Atman e Brahman: “Qualunque sia questa essenza sottile, tutto l’universo è costituito di essa, essa è la realtà di tutto, essa è l’atman. Quello sei tu (tat tvam asi)”.
Le leggi sono le stesse, ma non si manifestano allo stesso modo a tutti i livelli della creazione, tuttavia si può rilevare una concordanza tra le loro diverse modalità di espressione, secondo il principio della Tabula Smaragdina: “Così in alto come in basso”, il principio che regge l’unus mundus, e che è la trama, il tessuto unitario della realtà che si cela dietro la molteplicità delle manifestazioni. L’organizzazione e il funzionamento della creazione è assicurato dai principi e dalle leggi che la regolano, e che la rendono un organismo armonico, che nelle sue molteplici connessioni e parallelismi funzionali ed evolutivi funziona come un tutto unico, e si palesa attraverso una serie di corrispondenze e analogie a chi, come direbbe Paracelso, ne sa cogliere le signaturae. La prima legge è la Legge dell’Unità, che così possiamo cogliere nelle parole di A:
Il principio di unità anzitutto ci dice che non esiste un alto e un basso, e che rispetto a Dio non esiste neppure l’evoluzione, ma una equidistanza infinita, perché tutte le cose sono a una distanza infinita da Dio. Basta già questa constatazione, che risulta da una definizione della divinità, per porre tutte le cose nel medesimo piano rispetto a Dio, ed è proprio questo medesimo piano, cioè l’uguaglianza, l’unità del piano, che esclude totalmente l’alto, il basso, il dentro e il fuori, essendo queste situazioni esclusivamente dell’individuo, ma non di tipo universale (1981, p. 204).
Il paradigma della complessità, che concepisce gli esseri viventi non come individui isolati, a sé stanti, ma come immersi in una rete di relazioni strutturata come un sistema, riprende il concetto di unus mundus, vedendo la realtà come un immenso organismo vivente. Per comprenderne il funzionamento e il significato, si tentano di porre in relazione i codici semiologici delle infinite forme del mondo vivente e i loro particolari linguaggi (aspetto ecologico) con gli analoghi linguaggi del corpo umano, che sedimenta in sé la filogenesi del mondo (aspetto biologico), per poi ritrovare la relazione fra “mondo” e “bios” umano, negli aspetti psicologici e culturali dello stesso, grazie ai miti, alla storia delle religioni e alle immagini collettive dell’umanità (aspetto psicologico). Nasce così l’Ecobiopsicologia. L’unus mundus è un termine introdotto da Jung, che a sua volta lo mutua da Gerhard Dorn, alchimista allievo di Paracelso, e consiste nell’esperienza della coscienza unitaria trascendente dell’Essere, che lega la psiche inconscia dell’uomo alla materia. Jung intende la psiche come una qualità della materia, e la materia come un aspetto concreto della psiche, a condizione che si intenda per psiche l’inconscio collettivo. L’unus mundus funziona secondo un altro ordine di leggi rispetto alla realtà ordinaria: ad esempio in luogo della legge di causa-effetto vige il principio di sincronicità, o della concomitanza significativa tra due eventi, che non si causano l’un l’altro, ma sono espressione di una stessa struttura fenomenica complessiva (1952).


George Ripley, La lotta tra i draghi all’interno del cerchio zodiacale, simbolo della preparazione dell’oro potabile, disegno su pergamena (rotolo di Ripley), XVI sec., edito da Elias Ashmole nel Theatrum chemicum britannicum (1652, ristampa New York, Londra 1967)


La seconda legge, correlata a questa, è la Legge della Molteplicità delle Manifestazioni e della Pluralità delle Prospettive. Proprio perché la Realtà è una, e non vi sono gradazioni di merito, essa va colta nella multiformità fenomenica, ogni espressione della quale ha una sua legittimità di declinazione e di approccio alla Realtà stessa. I cabalisti medioevali avevano intuito questa verità. Il grande cabalista palestinese del XVI secolo Ysaac Luria di Safed affermava che vi sono tante interpretazioni della Torah quanti sono i suoi lettori. Più modestamente, il suo maestro Mosè Cordovero sosteneva che ciascun lettore della Torah ha in essa un settore  che è soltanto suo, tale che quel lettore, e solo quel lettore, può intendere correttamente, in quel punto a lui destinato, la Legge stessa. Pertanto ciascuna interpretazione della Torah  è dal suo punto di vista legittima e necessaria, e ciascuna fornisce una parte della verità interpretativa, sì che la comprensione globale della Torah discende dalla sommatoria di tutti i vertici interpretativi, e senza il punto di vista del singolo lettore, che spetta a lui e unicamente a lui, l’esegesi del testo rimarrebbe incompleta (Scholem, 1980). Ne consegue che non vi è una verità assoluta, secondo l’aforisma del Rigveda (I, 146.46):  “La verità è una ma i saggi la chiamano con molti nomi”, ed esiste una pluralità di prospettive che, lungi dall’escludersi, si completano e si integrano a vicenda.
Questa legge ha un risvolto concettuale e uno pragmatico. Il primo consiste in quel relativismo prospettico o con l’espressione di Ortega y Gasset, ripresa da Trevi (Trevi, Fedrigo, 2008) prospettivismo relativistico, che il nostro attuale pontefice tanto aborrisce, preoccupato com’è di legittimare l’autorità della legge e dell’ortodossia, più che di permettere il libero sviluppo del pensiero. Esso ci dice che ognuno di noi impiega nell’indagine della realtà una sua sua prospettiva caratteristica della sua singolarità, della sua condizione esistenziale e di altri fattori di ordine individuale. La prospettiva implica una presa di coscienza della realtà che ha il carattere dell’unicità senza per questo cadere nel relativismo sofistico o scettico. Il prospettivismo non esclude che la visione prospettica abbia punti di contatto con altre prospettive ed anzi implica il confronto se non il conflitto delle interpretazioni e delle prospettive. Infatti non esiste una verità stabilita una volta per tutte e garantita, ma la verità, per quel poco che le ci si può approssimare, è il frutto di una conquista, di una ricerca, essa nasce in itinere dal dialogo, in cui, nell’ermeneusi infinita di Gadamer (1960), ogni risposta diventa domanda per l’altro.
Per illustrarne il risvolto pragmatico prenderemo a prestito le parole che Esther e Jerry Hicks (2006) riportano profferite da Abraham, un gruppo di entità benevole manifestatesi loro per impartire un insegnamento di vita, e che si condensa in tre leggi universali, la Legge dell’Attrazione, la Scienza della Creazione Intenzionale e l’Arte del Permettere. La Legge del Permettere dice: “Io sono ciò che sono, e permetterò agli altri di essere ciò che sono” (2006, p. 48). Più estesamente:
“Per Arte del Permettere intendiamo questo: Io sono ciò che sono e questo mi piace e mi da gioia. Voi siete quello che siete e, se anche siete diversi da quello che sono io, va comunque bene… Perché io sono in grado di concentrarmi su quello che desidero; anche se tra noi ci sono differenze abissali, io non provo emozioni negative, perché sono saggio abbastanza da non concentrarmi su ciò che mi turba. Applicando l’Arte del Permettere, sono giunto a comprendere che non sono venuto in questo mondo fisico per fare in modo che tutti seguano quella che io ritengo essere la “verità”. Non sono emerso per incoraggiare conformismo e uniformità, perché sono saggio abbastanza da comprendere che nel conformismo, nell’uniformità, non c’è la varietà che stimola il processo creativo. Concentrandomi sull’uniformità, agirei in favore della fine della creazione, piuttosto che della sua continuazione.
L’Arte del Permettere è parte essenziale della continuazione o sopravvivenza di questa specie, di questo pianeta e di questo Universo, e questa continuazione è potentemente permessa dall’ampia prospettiva della Sorgente (2006, p.162).


Agrippa di Nettesheim, I saggi investigano le costellazioni, le figure, i sigilli e i caratteri della natura, De occulta phylosophia, 1510

L’organizzazione generale dell’universo quale si sviluppa dalla divinità nel processo emanativo è espressa dalla Legge di Scala. Essa è la legge della progressiva condensazione dell’energia emessa dal campo di forze primordiale nelle apparenze sempre più concrete e grossolane della materia; ma è anche la legge della progressiva degradazione delle forme della manifestazione, dello scostamento della Creazione dalla perfezione divina. Scendendo giù attraverso i livelli emanativi, le leggi che regolano i piani dell’Essere vengono in qualche modo annacquate, si adattano alle condizioni inferiori, non sono più perfette, e sottostanno a dei compromessi relativi. Sulla Terra, le leggi divengono più tolleranti e più “umane”, e si ispirano di più alle circostanze della materia. Una legge perfetta di Dio raggiunge un ambito di localizzazione come il sistema solare, dove è già meno perfetta, ma rallenta ancor più il suo ritmo preciso per applicarsi più specificamente al pianeta Terra e all’uomo. La legge diviene più tollerante, più comprensiva, ma perde in esattezza. Essa si adatta alle condizioni necessarie per la sopravvivenza dell’uomo, ma si discosta dalla perfezione divina. All’inverso, risalendo lungo la scala dell’evoluzione, lo spirito incontra leggi sempre più rigorosamente giuste, che non sarebbe possibile applicare all’uomo senza condannare in blocco tutta l’umanità. La legge non muta nella sostanza, ma muta nella manifestazione, nell’estrinsecazione, nell’applicazione esteriore.
La Legge dell’Unità e la Legge di Scala implicano che manifestazioni della stessa legge si possano ritrovare a differenti livelli dell’universo. Se noi prendiamo ad esempio due leggi dal funzionamento molto intuitivo, la Legge di Causa ed Effetto e la Legge di Azione e Reazione, vediamo che esse spiegano i fenomeni elementari della fisica, gli accadimenti psicologici, ma anche quel complesso ancora sconosciuto di circostanze che prende il nome di karma e che lega l’evento della reincarnazione alle acquisizioni, ai debiti in sospeso, alle vicende incompiute e irrisolte, ma anche agli aspetti caratteriali ed emozionali delle esistenze precedenti. La Legge della Reincarnazione è un argomento incontrovertibile nelle comunicazioni spiritiche. La reincarnazione sembra essere uno dei punti fondamentali della vita di uno spirito, che svolge una parte della sua esistenza da incarnato e una parte da disincarnato. La maggior parte di tempo lo passa tuttavia da disincarnato, perché tra una vita e l’altra intercorrono talvolta interi secoli, mentre l’esistenza terrena è relativamente breve. Nel mondo ultraterreno lo spirito elabora le esperienze avute in terra, e compie altre esperienze che sulla terra non può fare; d’altra parte, determinate conoscenze le può acquisire solo attraverso l’immersione nella materialità, in particolare il significato e il valore di rapporto tra lo spirito e la materia. Libertà dello spirito contro necessità della materia, con quest’ultima che è l’opposto dello spirito, il suo alter ego in senso universale. La libertà è solo nello spirito, l’universo non ne possiede alcuna, ma è proprio questa diversità che obbliga lo spirito a conoscere quest’altro aspetto dell’universo e della realtà Divina. Il mondo dello spirito è un mondo di ordine e di equilibrio dal quale egli può evadere quando afferma la propria libertà o quando entra in contrasto con certi principi che interpreta, analizza, esamina. Allora egli sperimenta un altro mondo che esiste accanto al mondo dello spirito, il mondo materiale, retto da altre leggi, e che si impone alla sua attenzione perché egli ne faccia oggetto di conoscenza. Questo aspetto dell’universo è difforme dalla sua condizione, e come tale costituisce per lo spirito una sfida, una prova, una palestra, un cimento per il suo percorso di conoscenza. Conoscenza che certo non sempre è piacevole, e lo spirito sa che l’esistenza terrena non è fatta per la felicità. Paradossalmente, se il mondo terreno fosse più ordinato, più equilibrato, più giusto, mancherebbero allo spirito certe possibilità di fare esperienza. In qualche modo, esso sfrutta la Terra come possibilità e come luogo dove vivere determinate situazioni, che solo lì può sperimentare, e che nel complesso rappresentano l’esperienza della materialità, poiché certe acquisizioni lo spirito le può fare solo in ambito terreno e non c’è un modo per fargli conseguire nel mondo spirituale ciò che è frutto solo del commercio con la materia. A sua volta, il dominio della materia richiede da parte dello spirito la conquista del giusto atteggiamento, il distacco, che è stato propugnato da scuole tra loro diversissime, Meister Eckart in Occidente e la Bhagavad Gita, in Oriente, laddove questa recita “Né per i vivi né per i morti i saggi menano cordoglio”.
L’immersione nel mondo della materia avviene in ossequio ad un’altra legge, che è la conseguenza della Legge della Molteplicità delle Manifestazioni e della Pluralità delle Prospettive: la Legge della Necessità delle Esperienze Difformi. Essa giustifica il fatto che lo spirito esca dalla beatitudine della condizione originaria per calarsi in un mondo, quello della materia, che per lui è ingrato, opaco, resistente, inerte, ma che gli consente delle acquisizioni e un progresso nella conoscenza di sé, dell’universo e di Dio che altrimenti sarebbe impossibile.

Raimondo Lullo, L’intelletto ai piedi della scala della creazione che attraverso i tre regni giunge fino a Dio, dove Sophia ha costruito la sua dimora, De nova logica, 1512.

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