La struttura a gradini del macrocosmo, che in ultimo conduce alla comprensione di Dio, ma non lo raggiunge, Robert Fludd, Utriusque cosmi II, Oppenheim, 1618
La Legge è l’aspetto formale e sostanziale della Realtà. La Realtà è un Principio nel quale vi è un’organizzazione, una modalità di esprimersi e di manifestarsi, e nello stesso tempo la Realtà è una forza viva, esistente, che come tale viene regolamentata. La Realtà è modulata in modo tale che l’Essere e il Manifestarsi si integrino perfettamente. La Legge dunque non è una disposizione che cade dall’alto, da Dio, e va a colpire una realtà data, ma è il modo stesso in cui l’Essere si manifesta. Realtà e Legge procedono fianco a fianco dovunque c’è l’universo e la vita. Tuttavia la Realtà in quanto tale è vissuta da un soggetto intelligente e dotato di capacità di comprensione. La Legge pertanto più che sanzione, disposizione applicata alla Realtà, è interpretazione della Realtà stessa, alla maniera, o norma di comportamento, o comportamento dell’essere spirituale e intelligente, che si esplica su tale Realtà per identificarla, definirla, conoscerla; e che vivendo in questa Realtà si muove in base a disposizioni di legge. Ma più che di disposizioni di legge si dovrebbe parlare di equilibrio tra sé e la Realtà, tra sé e l’Universo, e la maniera armonica del comportamento risulterà più o meno adeguata alla Legge, la quale quindi non è un’imposizione, ma è il modo stesso, perfetto, con cui dovrebbero svolgersi i rapporti tra gli esseri e la Realtà.
In base alla Legge di Scala, le leggi che ritroviamo nell’universo psico-fisico sono la traslazione, ad altro livello, delle Leggi che regolano l’infinita Realtà. Tra le leggi che riguardano l’evoluzione, la prima è la Legge dell’Infinità del Processo Evolutivo. Lo spirito è stato creato per evolversi, e l’incarnazione terrena fa parte del suo programma evolutivo, in quanto gli offre l’opportunità di fare esperienza della materialità. Ma in che cosa consiste questa evoluzione? L’Entità A dice: “Il fine generale di tutta l’esistenza dello spirito è la maggiore conoscenza di Dio” (1986, p.169). In questo senso l’evoluzione è la sempre maggiore penetrazione e comprensione da parte dello spirito della struttura della realtà divina. La descrizione della realtà materiale e immateriale dell’Entità A è molto simile a quella del Vedanta: esiste una realtà ultima, la “cosa che è”, eterna e infinita. Essa ha una struttura energetica, anche se è un’energia totalmente capace di trasformarsi in materia. Ma la realtà ultima non si riconosce come universo perché non ha un’intelligenza propria. Lo spirito è fatto della stessa sostanza della struttura della realtà, però è dotato di intelligenza e autocomprensione. Esso è stato creato per rendere l’universo autoconsapevole. A un certo punto si localizza in strutture autonome e autosussistenti, esistenti indipendentemente da lui, e le rende strutture intelligenti. Questo è il processo dell’incarnazione. La vita biologica esiste a prescindere dallo spirito, ma quest’ultimo si unisce ad un corpo e lo rende consapevole di sé. Per questo lo scopo dell’evoluzione non è l’annichilimento o l’inabissamento in Dio, come nei mistici, o il ritorno a Dio, come nella Gnosi, perché sarebbe come se Dio mettesse un limite ultimo all’evoluzione, che sarebbe il ritorno all’origine. Invece l’Entità A descrive l’evoluzione come un processo infinito, perché lo spirito non potrà mai raggiungere Dio e percorrere tanto spazio dell’universo da conoscerne abbastanza e da saziarsene. Con le parole di A:
Lo spirito sa che Dio c’è ma egli, scoprendo la realtà, sa anche che questo Dio è irraggiungibile. Questo fatto non lo angustia minimamente in quanto che allo spirito non interessa stare in Dio in una maniera geometrica, perché sa anche che Dio è non soltanto la realtà che è intorno a sé, ma è anche parte di se stesso. Non dovete dimenticare che lo spirito è anzitutto costituito strutturalmente di essenza divina, cioè di una essenza che, pur essendo partecipe della realtà, resta tuttavia ad essa estranea nel senso di possedere integralmente una propria identità. Cioè, noi non sosteniamo l’idea di un Dio panteista, sosteniamo l’idea di un Dio il quale, pur costituendo tutta la realtà, è tratto fuori da se stesso o se ne trae fuori in virtù della sua Personalità e della sua Individualità infinite. Egli è contemporaneamente causa ed effetto in quanto ché l’effetto non è altro se non l’aspetto formale o reale di quella Essenza che è appunto Dio stesso (1973, p. 249).

L’armonia tra i due estremi, spirito e corpo, tra cui l’anima discende e risale, Robert Fludd, Utriusque cosmi II, Oppenheim, 1618
Ma in fondo anche il termine di evoluzione è inesatto, perché implica un sopra e un sotto, un meglio e un peggio: per la verità, dice l’Entità A, lo spirito va incontro a delle trasformazioni, che gli fanno ognuna penetrare meglio l’essenza del reale, e l’onnipresente sostanza divina. Dalla Legge di Scala e dalla Legge di Evoluzione deriva la Legge della Gradualità della Trasformazione: natura non facit saltus! Così l’evoluzione dello spirito è un processo discreto, che avviene attraverso una prestabilita gradualità, che gli consente di prendere contatto con i vari punti e aspetti della realtà, e con ciò progredire nell’idea e nella coscienza di Dio. Questa legge si ritrova nella organizzazione gerarchica delle società iniziatiche che, quando non è costituita a fini di potere, vuole stabilire una corrispondenza tra i livelli evolutivi del cammino iniziatico e gli stati interni dell’iniziato.
Per ironia della sorte, sembra che niente abbia messo in discussione il pensiero religioso tradizionale quanto la teoria che rappresenta l’interpretazione a livello del mondo della natura del principio dell’evoluzione, ovvero la teoria di Darwin. Secondo essa, l’evoluzione delle specie è il fenomeno del cambiamento, non necessariamente migliorativo, del fenotipo, espressione visibile e diretta del genotipo, cioè del patrimonio genetico, degli individui di una specie. La teoria dell’evoluzione delle specie ha costituito una vera e propria rivoluzione scientifica, e ha ispirato numerosi teorie e modelli in altri settori della conoscenza; essa costituisce uno dei pilastri della biologia moderna, e suoi aspetti secondari sono tutt’oggi ampiamente dibattuti, e costituiscono un campo di ricerca estremamente vitale. La teoria iniziale di Darwin parlava di “lotta per l’esistenza” e di sopravvivenza del più forte. Secondo l’evoluzionismo più sofisticato la sopravvivenza del più adatto non significa la sopravvivenza del più aggressivo, ma la sopravvivenza di colui che riesce a passare i geni progenie.
Già prima di Darwin la teoria evoluzionista cominciava ad essere accettata, poiché di fronte ai ritrovamenti sempre più frequenti di fossili che non corrispondevano ad alcuna specie vivente cadeva per forza di cose ogni ipotesi “fissista” e “creazionista”, basata cioè sull’immutabilità della specie dal momento della loro comparsa, con la creazione, ai nostri giorni. Delle specie animali a noi ignote e diverse dalle attuali erano esistite e scomparse, come al contrario non c’era traccia di fossili delle specie viventi, che erano da considerare nuove e recenti. Ma il punto che manda in crisi lo stesso Darwin, nella sua adesione al credo scientifico figlio dell’Illuminismo e quindi all’idea di progresso, è il ruolo assegnato al caso: la teoria infatti spiega solo in che modo gli organismi si modifichino nel corso del tempo reagendo in modo adattivo ai mutamenti negli ambienti locali, senza che in ciò vi sia un fine migliorativo. Alla fine la teoria dell’origine della specie per mezzo della selezione naturale parla di “discendenza con modificazione”, poiché probabilmente Darwin riteneva che la parola “evoluzione” suggerisse un legame troppo stretto con il concetto di progresso.
Contributi altrettanto importanti furono dati da Darwin con la messa a punto dei concetti di evoluzione ramificata, che implica la discendenza da un’origine comune di tutte le specie viventi, e di evoluzione graduale, contrapposta a quella a salti (mutazionismo) che sosteneva come una nuova specie si afferma attraverso una singola mutazione. Secondo Darwin, il meccanismo della discendenza con modificazioni avviene in due fasi: dapprima si ha lo sviluppo di un’abbondante varietà di individui (dinamica delle popolazioni), che vengono poi selezionati tramite il criterio della sopravvivenza del più adatto, o selezione naturale. La prima fase è dominata dalla casualità, la seconda dalla necessità.
Charles Darwin /Shrewsbury 1809 – Londra 1882)
Nel rapporto fra casualità e necessità Richard Dawkins e Daniel Dennett privilegiano la seconda, nella convinzione che la selezione naturale regoli tutto ciò che ha qualche importanza nell’evoluzione, riducendo di molto il ruolo ricoperto dalla fase della variazione. Dawkins ha costruito una teoria generale della trasmissione dei tratti culturali, che avverrebbe tramite i “memi”, presunti equivalenti dei geni, che si replicano utilizzando le menti umane. In questa concezione è vicino a Edward O. Wilson, padre della sociobiologia, che costituisce un tentativo di spiegare biologicamente la cultura e l’organizzazione sociale.
L’impostazione concettuale che privilegia la fase della necessità e il gradualismo, e che è definita fondamentalismo darwiniano, viene messa in discussione recentemente da paleontologi come Stephen Jay Gould e Niles Eldredge (1989, 1990), con la teoria degli equilibri puntuati (o punteggiati). Il gradualismo comporta che i mutamenti evolutivi avvengano per piccolissimi ed infinitesimali passi e che anche i grandi cambiamenti, come il sorgere di una nuova specie (speciazione), siano frutto dell’accumulo di questi micro-processi di variazione spontanea e selezione in rapporto all’ambiente. Però così è difficile dar conto degli “anelli mancanti”, ovvero di fossili intermedi che registrino il passaggio da una specie ad un’altra. La risposta più banale, che ciò sia dovuto alla scarsità dei fossili, è criticata da Gould ed Eldredge, che sostengono invece che l’assenza di fossili è dovuta al fatto che l’evoluzione non è lenta, graduale e continua, ma, al contrario, alterna lunghi momenti di stasi a periodi di veloce e rapida esplosione della specie – intendendo rapido e veloce sui tempi geologici – a volte dovuti a eventi catastrofici, come la scomparsa dei dinosauri che sarebbe stata causata dall’impatto di un gigantesco meteorite. Questa visione contrasta vistosamente con la freccia del tempo, con l’idea di progresso verso il meglio. Al contrario, secondo Gould, la storia della vita è una storia di eliminazioni di massa, seguite da differenziazioni all’interno dei pochi ceppi superstiti, e non il racconto convenzionale di un progresso costante verso una sempre maggiore eccellenza, complessità e diversità. La vita in evoluzione piuttosto che un albero con pochi rami è un cespuglio che si ramifica copiosamente, “continuamente sfrondato dalla sinistra mietitrice dell’estinzione”. E se l’umanità è sorta solo ieri su un ramoscello secondario di un albero rigoglioso, la vita non può esistere per noi o a causa nostra. «Forse noi siamo solo un ripensamento, una sorta di accidente cosmico, una decorazione appesa all’albero di natale dell’evoluzione». L’immagine della freccia del tempo alimenta la speranza di un universo dotato di un significato intrinseco, prestandosi a descrivere l’unicità degli eventi storici, pur marcandoli come distinti: la storia è sequenza irreversibile di eventi irripetibili, tutti i momenti narrano una storia di eventi connessi fra loro che muovono in una direzione. Ma per Gould invece c’è l’idea di ciclo del tempo che descrive la «regolarità dell’obbedienza ad una legge, per stabilire una base di intelligibilità. Gli stati fondamentali sono immanenti nel tempo, sempre presenti e mai soggetti a mutamento. I moti apparenti sono parte di cicli che si ripetono, e differenze del passato saranno realtà del futuro. Il tempo non ha una direzione». Tuttavia, rifiutare la freccia del tempo non significa necessariamente che allora è solo caos, caso, e che «Dio gioca a dadi». C’è una terza possibilità: «ogni ripetizione del film della vita condurrebbe l’evoluzione su una via completamente diversa da quella intrapresa in realtà. Ma le differenze conseguenti nell’esito non significano che l’evoluzione sia priva di significato. Sarebbe altrettanto interpretabile, altrettanto spiegabile, a posteriori, quanto la vita reale». La diversità dei possibili itinerari dimostra solo che i risultati finali non possono essere predetti fin dal principio, poiché ogni passo procede sulla base di precise ragioni, ma non si può specificare un finale fin dal principio, e nessun finale si verificherebbe mai una seconda volta nello stesso modo perché ogni via procede passando per migliaia di fasi improbabili. Se cambia un evento remoto, anche di pochissimo e in un modo privo di alcuna apparente importanza, l’evoluzione imboccherà un canale radicalmente diverso. Questa è l’essenza della storia, la contingenza (Carlini, 1995). Concluderemmo che l’assenza di un senso garantito e prestabilito non significa assenza di senso, ma infinita ricerca di senso, come è infinito il cammino di autocomprensione e conoscenza della Realtà dello spirito nel suo asintotico tentativo di avvicinarsi a Dio.


[...] In base alla Legge di Scala, le leggi che ritroviamo nell’universo psico-fisico sono la traslazione, ad altro livello, delle Leggi che regolano l’infinita Realtà. Tra le leggi che riguardano l’evoluzione, la prima è la Legge dell’Infinità del Processo Evolutivo. Lo spirito è stato creato per evolversi, e l’incarnazione terrena fa parte del suo programma evolutivo, in quanto gli offre l’opportunità di fare esperienza della materialità. Ma in che cosa consiste questa evoluzione? L’Entità A dice: “Il fine generale di tutta l’esistenza dello spirito è la maggiore conoscenza di Dio” (1986, p.169). In questo senso l’evoluzione è la sempre maggiore penetrazione e comprensione da parte dello spirito della struttura della realtà divina. Per ironia della sorte, sembra che niente abbia messo in discussione il pensiero religioso tradizionale quanto la teoria che rappresenta l’interpretazione a livello del mondo della natura del principio dell’evoluzione, ovvero la teoria di Darwin. Secondo essa, l’evoluzione delle specie è il fenomeno del cambiamento, non necessariamente migliorativo, del fenotipo, espressione visibile e diretta del genotipo, cioè del patrimonio genetico, degli individui di una specie. La teoria dell’evoluzione delle specie ha costituito una vera e propria rivoluzione scientifica, e ha ispirato numerosi teorie e modelli in altri settori della conoscenza (articolo). [...]