6.5 – L’opera al nero: la nigredo vel putrefactio

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La coniunctio e la putrefactio, Rosarium Philosophorum
De’ corpi mi forma l’abbraccio

l’unione d’opposti m’invera

con fetido odor putrefaccio

materia dell’opera nera.

La sostanza fissa deve avere delle virtù attrattive per condensare su di sé le influenze volatili, e perciò è chiamata magnesia o magnete dei Filosofi. L’apoftegma che esprime questa procedura è fac volatile fixum et fixum volatile, volatilizza il fisso e fissa il volatile, o spiritualizza il corpo e corporifica lo spirito. Gli alchimisti dicono che il processo va reiterato tre volte, tre come le volte che S. Pietro rinnegò Gesù, per poi essere crocifisso a testa in giù, come la Pietra. Diverse immagini alchemiche esprimono questa successione di fasi attraverso cui il lapis deve passare come opposizione tensionale tra due stati della materia, che con la loro alternanza fanno sì che le qualità del volatile vengano via via acquisite dal fisso, e viceversa: la volpe e il gallo, l’aquila e il leone, il drago alato e il drago attero. Nella cabala fonetica, gallo richiama galla, prodotta dalla quercia (la vecchia quercia cava è simbolo della prima materia), che assieme ad essa fornisce il kermes (dall’arabo girmiz, che tinge di scarlatto), assonante con Hermes, il mercurio che tinge l’oro, la tintura (reminiscenza delle antiche tecniche di coppellazione).

La dissoluzione è conditio sine qua non della putrefazione, e tutte e due insieme si accompagnano a un colorito nero, indicato come tenebre, nigredo, caput corvi, di uno uno spessore tale che è detto nigrum nigrius nigro, nero più nero del nero. La putrefazione si manifesta quando appare la negrezza, e insieme a questa delle emanazioni fetide, un odore cattivo e infetto, come di sepolcri, detto toxicum et veneficum, che Batsorf, citato da Fulcanelli, afferma essere percepibile non dall’odorato, ma solamente dall’intelletto (p.122).

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La putrefactio e successivamente la solutio, che libera lo spirito volatile nel vas, G. Aurach, Pretiosissimum Donum Dei, Ms. XVII sec., Parigi

La disgregazione e la dissociazione dei metalli e la separazione dei loro componenti è seguita dalla comparsa nel vas del colore nero, primo aspetto della decomposizione, e che dà a questa fase il nome di nigredo o opera al nero, rappresentata iconograficamente come caput corvi, cane nero, cane corasceno, testa di moro, etiope, morte del mercurio. Ci sono durante tutto l’opus quattro putrefazioni. La materia assume un odore di sepolcro, e sulla sua superficie appare una caratteristica schiumatura, delle bollicine, che sono chiamate occhi di pesce. La putrefactio (mortificatio) è la prima manifestazione della dissoluzione e della separazione degli elementi e della futura generazione dello Zolfo, principio colorante e fisso dei metalli.Il composto diventa come pece fusa, e si fa nero come il carbone, e viene perciò chiamato pece nera, sale bruciato, piombo fuso, lattone non pulito, magnesia e merlo di Jean. Infatti si vede una nube nera che prima aleggia nella parte intermedia del vas, poi sale superiormente, spiritus niger non urens, meritando i nomi di questa fase successiva: Occidente, tenebre, eclissi, lebbra, corvo o falco di Ermete. Questa seconda fase avviene nel segno del Toro, ed è detta anche della chiave, nome che si dà alle dissoluzioni alchemiche radicali e irriducibili, e talvolta anche ai solventi (mestrui) capaci di realizzarle.

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La colomba, avis Hermetis, si libra sopra i quattro elementi, e l’incineratio, Pretiosissimum Donum Dei

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