Guerriero islamico che combatte contro il demonio, pannello in ceramica, Arge Karim Khani (Iran), XIX sec.
Stupore sprigiona la danza
il mistico nome t’incanta
beatifica stasi s’avanza
al ritmo di musica santa
Il Sufismo utilizza a suo modo la classica tripartizione corpo-anima-spirito. Il corpo viene considerato il tempio dello spirito, le vestigia del Creatore, punto di partenza nella realizzazione spirituale. A questa sua funzione allude Sohrawardi nel poema “templi della luce”. Lo spirito è, al pari del cielo, splendente e immutabile al di sopra degli orizzonti dell’anima. Rappresenta un mondo che, pur non essendo identificato con Dio, è da lui inseparabile, e quindi già si trova in prossimità del divino. L’anima è soggetta all’attività spirituale. E’ il piombo che deve tramutarsi in oro, la luna che deve congiungersi al sole. Ma se essa non riconosce il suo legame col Creatore, e si identifica esclusivamente col mondo materiale, è destinata a perdersi e a soggiacere esclusivamente, anziché allo spirito, ai dettami della parte più bassa dei bisogni corporali e istintuali. Per il sufi, la debolezza dell’uomo è legata alla sua natura inferiore, istintiva. Egli deve compiere un’opera di purificazione, principalmente attraverso la meditazione. La forma più importante è il dhikr, che significa ricordo: la via alla purezza totale e permanente è il ricordo di Dio. Questo ricordo continuativo si ottiene attraverso la ripetizione costante del suo nome, in ogni attività, della quale anzi, mantenendo il ricordo di Dio, si aumenta l’efficacia. Esso diviene una sorta di concentrazione e di meditazione orante, attraverso una serie di formule da ripetere ad alta voce oppure mentalmente e che variano a seconda della confraternita di appartenenza e del livello di iniziazione. Spesso alcuni movimenti del corpo, che possono essere vere e proprie danza con particolari accompagnamenti musicali, sono accompagnati alle recitazioni, in base all’idea che ripetendo il nome di Dio assieme alla danza si apre la porta dell’anima alle influenze divine (pratica dell’estasi). Tra le pratiche estatiche, vi è il Sema, la preghiera dei dervisci (lett. mendicanti, designa i monaci itineranti appartenenti a una confraternita mistica) roteanti, creata da Gialal ad-Din Rumi, il poeta filosofo chiamato Maulana, “il nostro signore”, circa nel 1250. Secondo la tradizione, egli un giorno attraversando il quartiere degli orafi di Konya, in Anatolia, si fermò improvvisamente, forse ispirato dal tintinnio ritmato dei martelli che lavoravano l’oro, allargò le braccia e cominciò a roteare su se stesso come danzando. Successivamente, egli introdusse nelle fino ad allora molto austere cerimonie religiose la danza e la musica, e riunì intorno a sè dei discepoli itineranti che furono chiamati appunto dervisci.
Danza dei devisci, miniatura del XVI sec.
Essi nelle loro cerimonie indossano bianche vesti che simboleggiano il sudario dell’anima e la sfera spirituale del divino, un alto copricapo conico di feltro rosso che rappresenta la stele funebre che sovrasta la tomba e un ampio mantello nero che si toglie all’inizio della cerimonia a significare l’anima che si apre alla verità. Il Semazen, capo dei dervisci, autorizza ad uno a d uno i discepoli a danzare. Essi volteggiano con le braccia incrociate sul petto e la testa china, ruotando da destra a sinistra, “intorno al loro cuore”, e aprendo le ampie gonne. La rotazione rappresenta il meccanismo del movimento dell’universo; i danzatori aprono le braccia, col palmo della mano destra rivolto verso l’alto per accogliere le influenze divine, e quello della mano sinistra verso il basso per trasmetterle agli uomini. Facendo da ponte tra cielo e terra, essi vogliono nella danza raggiungere l’estasi e la comunione col divino. Il senso antiorario è proprio del moto delle pellegrini alla mecca, ma anche del moto dei pianeti e delle sfere celesti, e rappresenta la danza ciclica del cosmo. Per il Sufismo, gli uomini sono legati dai loro condizionamenti, che li tengono lontani da Dio, schiavi della loro conformazione, in una condizione di scarsa consapevolezza di sé, paragonabile al sonno. Da qui l’importanza delle tecniche di risveglio, gli shock, che si ritrovano nelle storie sufi, brevi apologhi simili ai racconti zen, che hanno diversi possibili livelli interpretativi, disposti uno sull’altro a bulbo di cipolla, e la cui comprensione quindi dipende dal livello di perfezionamento raggiunto, sì che un buon maestro sa dosare l’insegnamento giusto a seconda del momento, che poi corrisponde alla recettività dell’allievo. La realtà esterna non è per il sufi che un riflesso della realtà simbolica, che è la realtà vera, e non il contrario. L’unità del mondo, l’unità vera, situata in un “al di fuori”, nel mondo delle cose invisibili, è un insieme in cui i singoli fenomeni non hanno altra realtà che quella dell’attimo; essi non sono in sé eterni, il loro unico valore sta nell’essere cenni significativi, simboli di realtà più vere. Rispetto alla realtà dell’umano, Dio è il Nulla, che va al di là di tutti gli attributi dell’umano; ma non soltanto Dio è il Nulla dell’uomo, ma egli è oltre il Nulla e l’Essere. La Creazione è un atto continuo di Dio, che ad ogni istante rinnova il mondo, mentre questo è ignaro del suo rinnovarsi:
Dio crea le cose mormorando incantesimi ai loro orecchi mentre dormono ancora nel Nulla” (Rumi, 1980, p.16).
Gruppo di dervisci in un convegno all’aperto, miniatura, Filadelfia


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