
L’esercito di Maometto schierato a battaglia, XVIII sec.
I sistemi operativo-emozionali si possono – in un pensiero anfotero che è contemporaneamente moderno e orientato secondo la Tradizione – sostituire alle entità planetarie-metallurgiche in quanto fattori produttivi di eventi fenomenologico-comportamentali, che nel loro manifestarsi socialmente vengono descritti come vizi e come virtù. Proprio perché questi comportamenti sociali nascono dalla ricerca della soddisfazione di un bisogno essenziale e sono radicati nelle profondità della nostra eredità biologica, e quindi sono strutture organizzative super species, è difficile dire dove cade il confine tra il vizio e la virtù. Certamente il vizio è espressione di un eccesso, di una soddisfazione egoistica, unilaterale, socialmente sregolata e indifferente del bisogno, mentre la virtù ne presuppone una condotta di bilanciato e armonico espletamento, che è capace di contemperare il punto di vista individuale e collettivo. Il vizio e la virtù si danno all’interno di un codice etico, e dunque normativo, che presuppone l’assunzione di responsabilità del singolo all’interno di un gruppo sociale. E’ la sanzione della comunità che stabilisce cosa è vizio e cosa è virtù, all’interno di un sistema di regole preposte all’ottimizzazione del comportamento. Il vizio è l’altra faccia di una medaglia che ha dal recto la virtù. La cappella di Rosslyn, vicino a Edimburgo, resa celebre dal Codice da Vinci (Brown, 2003), è un affascinante edificio di fattura gotica del XV secolo alla cui costruzione si dice abbiano posto mano i Templari riparati in Scozia; esso presenta enigmi irrisolti tra cui le pannocchie di mais scolpite nei bassorilievi delle pareti quando l’America ancora non era stata scoperta, o i numerosi omini verdi disseminati ovunque. Nella decorazione muraria della navata destra ci sono la striscia dei vizi e la striscia delle virtù. Ma l’avarizia è tra le virtù, mentre le opere di carità sono tra i vizi. L’ignoto autore ha voluto ammonirci a non separare troppo rigidamente queste due opposte condizioni dell’anima umana: l’una può facilmente trapassare nell’altra, perché esse derivano dallo stesso principio organizzatore.
Noi oggi lo diciamo così: vizi e virtù derivano delle stesse strutture neurobiologiche. Il vizio è lo squilibrio di ciò di cui la virtù è l’armonia, oppure la virtù è la moderazione di ciò di cui il vizio è l’eccesso. Le forze pulsionali sono il cavallo imbizzarrito che in prima istanza ci domina e ci soggioga, ci fa andare ora qua ora là, essere uno nessuno e centomila, a secondo dell’impulso prevalente al momento; ma sono anche la materia grezza che si può purificare, controllare, innalzare, sublimare. Questo è il senso della metafora della pietra e del fuoco, dell’apoftegma fac volatile fixum et fixum volatile. Il combattimento interiore è una metafora universale delle religioni. Citando un moderno predicatore, Livio Fanzaga, padre scolopio e direttore di Radio Maria:
“Nella sua essenza il combattimento spirituale consiste nello sforzo quotidiano di estirpare le tendenze al male che hanno messo le loro radici nella nostra natura maligna. Si tratta di un’operazione chirurgica molto dolorosa e mai del tutto completata che la libera volontà, sostenuta dalla grazia, deve portare avanti con costanza, anche se con alterni risultati. Infatti sfuggono alla nostra comprensione gli abissi di miseria nascosti nelle profondità di ogni persona. A volte si vedono cadere persino i maestosi cedri del Libano, osservava il Montfort. Anche coloro che sono avanti nel cammino spirituale non devono presumere di se stessi, perché la natura, ferita dal peccato, è debole e il nemico è forte. (Fanzaga, 2004, p.33).

Krishna istruisce Arjuna tra le opposte schiere nemiche, XIX sec.
Analogo discorso vale per jihad, un termine che costituisce il cuore stesso della religione islamica, e che è sovente frainteso od usato a sproposito in Occidente. Se andiamo all’etimologia della parola, la radice è ja-ha-da che vuol dire letteralmente “fare uno sforzo”, e che si trova in circa ottanta accezioni negli insegnamenti dell’Islam. Il primo ambito è quello dell’individuo. Ogni essere umano sente in sé delle forze che si potrebbero definire negative come la violenza, la collera, la cupidigia, il desiderio, ecc. Lo sforzo che egli o ella compie per lottare contro dette forze si chiama jihad: questo jihad, chiamato comunemente jihad an-nafs, lo “sforzo dell’essere”, è al centro della spiritualità islamica perché rappresenta la fatica continua che ciascuno deve fare per dominare il proprio essere, per donargli accesso alla sfera superiore dell’umano che cerca Dio con allo stesso tempo la costante preoccupazione della dignità e dell’equilibrio dell’individuo stesso.
Un altro significato è quello che riguarda il jihad nel senso dell’impegno in guerra: in questo caso particolare si chiama jihad al-qital. Tutto cio’ che abbiamo detto sul jihad an-nafs è fondamentale perché il principio è lo stesso: proprio come un essere fa lo sforzo e resiste alle tentazioni di violenza e di collera, allo stesso modo una comunità umana deve resistere agli atti di aggressione dei quali essa potrebbe essere oggetto. Probabilmente in tale senso il termine jihad e’ stato abusato e mal compreso dagli stessi musulmani, che sovente non hanno resistito alla tentazione di strumentalizzarlo per obiettivi politici propri, prestando il fianco agli avversari dell’Islam che hanno trovato in questa estensione del significato un pretesto per screditare l’Islam stesso ed i Musulmani. In particolare l’Occidente, che ha sempre incorso nell’errore di comprendere la terminologia delle altre culture alla luce della storia e dei riferimenti della propria civiltà, ha interpretato il jihad come l’equivalente per l’Islam di quello che le crociate sono state per il Cristianesimo, la guerra per Dio, la guerra santa. Ebbene nulla, né nel concetto, né nella storia della civiltà islamica, si trova che si apparenti all’idea di una guerra santa fondata sull’autorità della Chiesa e del dogma e sul proselitismo coatto. In realtà il jihad rappresenta un mezzo di difesa contro l’aggressione e non è mai sinonimo di “attacco offensivo”, né strumento di guerra contro innocenti o di tirannia verso i deboli e gli oppressi. Il termine jihad è qualcosa di unico, che rivela il cuore stesso della religione islamica, e che implica il concetto di difesa del divino messaggio dall’aggressione dei suoi nemici.
La parola jihad dunque non significa “guerra santa”, come comunemente, ma erroneamente, si crede, ma piuttosto “sforzo”, e piu’ precisamente sforzo interiore, lotta per raggiungere un determinato obiettivo, di norma spirituale. Il termine, nella sua accezione più vasta ma anche piu’ semplice, indica uno sforzo serio e sincero che il credente compie in una duplice direzione, quella personale e quella sociale, per rimuovere il male, l’indolenza e l’egoismo da se stesso, l’ingiustizia e l’oppressione dalla società. La giustizia, nell’ottica islamica, non si raggiunge attraverso la violenza o la prevaricazione ma attraverso lo sforzo interiore e personale di ciascuno, attraverso mezzi leciti ed istruttivi che possano spingere alla conoscenza e alla perfezione, per quanto sia possibile ad esseri imperfetti quali gli uomini. Lo sforzo è dunque sociale, economico e politico. Jihad significa lavorare molto per realizzare ciò che è giusto: il Corano lo nomina 33 volte, ed ogni volta esso ha un significato differente, ora riferito ad un concetto come la fede, ora al pentimento, ora alle azioni buone, ora all’emigrazione per la causa di Dio. Nell’accezione piu’ vera e completa, il jihad rappresenta lo sforzo intimo e personale che ogni credente deve compiere per riuscire a conformare il propro comportamento alla volontà di Dio. Il jihad, dunque, non è una guerra, anche se, in determinate circostanze, esso puo’ assumere la forma di una guerra. L’Islam vuole essere una religione di pace, ma ciò non vuol dire che accetti l’oppressione o che chieda la passività o una generica presa di distanza di fronte all’ingiustizia. L’azione è importantissima, ma l’Islam ci insegna a fare il possibile per eliminare tensioni e conflitti, e per lottare contro il male e l’oppressione attraverso mezzi pacifici e non violenti fino a quando sia possibile.

Il carro di Krishna e Arjuna, stampa moderna
E’ curioso notare che attraverso il concetto di combattimento interiore due delle grandi religioni monoteistiche, la cristiana e l’islamica, reintroducono al loro interno dei germi di politeismo, nella rappresentazione e nella ipostatizzazione delle forze antitetiche tra cui si dibatte la personalità umana. Infatti, quando si parla di lotta interiore contro i vizi e a pro delle virtù, si mettono in campo quelle componenti che costituiscono la natura molteplice della psiche, e che sono a volte cooperanti, ma altre volte impegnate in conflitti che possono essere paralizzanti per l’intero di cui fanno parte. Per la terza religione monoteistica,l’ebraica, rimandiamo ai capitoli sulla Qabbalàh per ricordare che questa, come tutte le mistiche, oltrepassa i confini dell’ortodossia aprendo al simbolico e all’ineffabile, attingendo a registri che non sono permessi nella religione ufficiale, e riproponendo in sostanza l’idea della natura molteplice del divino, e corrispondentemente dell’umano.
Ma anche nell’Induismo l’idea delle componenti molteplici della psiche le une contro le altre armate, e del compito dell’iniziato di comporre e ottimizzare questo scontro per altri versi creativo si ripropone nel testo religioso fondamentale, la Bhagavad Gita. Lo scoramento di Arjuna, il protagonista, l’eroe che sarà alfine vincitore delle passioni, nasce dal vedere schierati a battaglia i due opposti eserciti che lo atterriscono perché ognuno di loro, con parenti, maestri, amici e compagni ne invoca la lealtà e l’appartenenza a se stesso. Come può egli combattere e uccidere la carne della sua carne e il sangue del suo sangue? La Bhagavad Gita è una metafora della lotta interiore, espressa dall’immagine del campo dove si affrontano le opposte forze pulsionali.
Nel primo verso del poema compare il termine sanscrito composto dharmaksetra, tradotto con terra santa, che è la terra dei Kuru, uno dei principali luoghi santi di tutti gli indù. Ma esiste anche un altro significato profondo della parola che non esclude il primo e che diviene chiaro nel capitolo tredici, dove si parla del complesso psico-fisico dell’uomo come ksetra, campo, e della realtà spirituale presente in lui come ksetrajna, conoscitore del campo. Quindi, la grande battaglia del Kuruksetra, del campo sacro dei Kuru, si combatte una volta in illo tempore, nel tempo sacro al di fuori del tempo e all’origine del tempo e della realtà creata; ma si combatte ogni giorno nell’interiorità dell’uomo che, come dice Jung, ha deciso di essere un problema e un compito a se stesso. Essa infatti è la battaglia tra le forze del dharma, i Pandava figli di Pandu, e le forze dell’adharma, i Kaurava figli di Dhartarastra, ovvero tra le forze dell’ordine e della legge e le forze del caos e dell’informe, le forze del bene e le forze del male, le forze della coscienza e della meccanicità. L’arena del dharma si svolge nell’uomo, perché è in lui che l’atto diventa etico, e ciò che nell’animale è semplice moto pulsionale si ritrova nell’essere umano sottoposto al potere discriminatorio del libero arbitrio; e quindi su ciascun uomo grava una scelta che costituisce il motivo fondamentale e universale delle religioni. L’atto del libero arbitrio non è compiuto una volta per tutte e concluso, ma si rinnova ogni giorno nella presenza a se stessi e nella guardia mai abbassata per perfezionarsi e padroneggiare le forze cieche e oscure della psiche animale che vorrebbero direzionarci secondo il loro criterio.

L’epifania di Krishna nel suo splendore divino ad Arjuna, stampa moderna
[...] I sistemi operativo-emozionali si possono – in un pensiero anfotero che è contemporaneamente moderno e orientato secondo la Tradizione – sostituire alle entità planetarie-metallurgiche in quanto fattori produttivi di eventi fenomenologico-comportamentali, che nel loro manifestarsi socialmente vengono descritti come vizi e come virtù. La neurobiologia ci dice oggi che vizi e virtù derivano delle stesse strutture neurobiologiche, che il vizio è lo squilibrio di ciò di cui la virtù è l’armonia, oppure la virtù è la moderazione di ciò di cui il vizio è l’eccesso; qualcosa che le religioni avevano sempre sostenuto, ossia che la struttura dei sistemi organizzatori delle motivazioni e delle emozioni è la stessa nell’uomo e nei mammiferi superiori, ma mentre l’animale si comporta secondo gli schemi stereotipati dell’istinto, l’uomo ha in sé la possibilità di elevare le tensioni istintuali nella sfera della moralità, della solidarietà sociale e della trascendenza. L’uomo, in una certa misura, è arbitro del proprio destino, mentre l’animale è al servizio della continuazione della specie, che gli impone il suo programma attraverso il codice genetico. Tuttavia non dobbiamo dimenticarci che il discrimine tra vizio e virtù è molto labile, e che le stesse forze che ci innalzano alle vette del sublime ci sprofondano negli abissi dell’inconsceità e dell’automatismo animale (articolo). [...]