14.10 – La mistica come scala di elevazione al divino

S. Francesco in meditazione con teschio, Francisco de Zurbaràn, 1658, Alte Pinakothek, Monaco di Baviera

Con questa revisione del sistema delle corrispondenze si conclude – provvisoriamente – la nostra rassegna sulle strade d’elevazione spirituale presenti in varie culture, istituzioni, associazioni, sistemi religioso-iniziatici. Il nostro tentativo ultimo era ancorare le esperienze del mistico a stati, condizioni, esperienze psicologiche, e in ultimo alle strutture neurofisiologiche che li determinano. Pertanto l’analisi anche biologica dei sistemi costitutivi dell’identità dell’uomo può costituire il presupposto di un’autocomprensione che mira a dissolvere l’Io per perderlo nell’unità col divino.
Descrivere le strutture comunque prescinde completamente dall’esperienza. Ma l’unità col divino è essenzialmente un’esperienza, di tutte la più ineffabile. Quindi per concludere ritorniamo brevemente all’esperienza della mistica, da cui siamo partiti, e che già nel nome (muein, greco, chiudere la bocca) indica una conoscenza che deve essere sottaciuta, e dunque una conoscenza segreta e in ultimo inesprimibile, che richiede il silenzio.
Vi sono due tipi di mistica, la mistica coniugale o nuziale, che si rifà al commento di S. Bernardo al Cantico dei cantici, in cui l’io umano tende e si raffronta al tu divino, ma in questo processo di avvicinamento e di incontro l’io e il tu rimangono distinti e dialogici; e la mistica unitiva o dell’essenza o dell’essere, che si basa sulla lettura dei padri della Chiesa greci e consiste nel ritorno dell’anima alla sua realtà primitiva e originaria, e  in cui l’io dell’umano si dissolve nel tu del divino. La conoscenza e il superamento delle stazioni dell’evoluzione interiore è il presupposto di quell’autoconsunzione dell’Io che porta al suo annullamento nell’abisso dell’oceano divino.
Nel pensiero del mistico, l’uomo occupa un posto centrale nel processo cosmico a due vie dell’emanazione e del ritorno. Come dicono Toscano e Ancochea (1998), l’uomo procede dalla divinità, dal principio organizzatore primordiale, e vi è in lui qualcosa di increato, fatto a immagine e somiglianza dell’origine della manifestazione, qualcosa di eterno, che gli parla dell’antica fonte da cui proviene. Di converso, egli vive e si relaziona nel mondo della materia, della storia, nel mondo della molteplicità e della diversità. Il cammino di ritorno consiste nel guardare di nuovo, guardare oltre, guardare in un certo senso indietro, dirigere lo sguardo che un tempo è venuto dall’alto e ora è volto verso il basso, inidirizzare di nuovo questo sguardo verso l’alto, su un nuovo punto d’arrivo che coincide con il primo punto di partenza.
Il processo di circolazione della sostanza e dell’energia universale è doppio. Da un lato vi è il pròdos, la processione dall’Uno, la degradazione dell’Essere, l’emanazione delle molteplici forme dall’essenza dell’Uno e dalla pienezza dell’Essere stesso. Dall’altra parte vi è l’epistrophé, la conversione, il voltarsi indietro verso l’Uno da cui tutto procede e a cui tutto ritorna, per riportarsi alla condizione completa originaria.  Uno volta che si è calati nella pura esistenza materiale si riprende il cammino dell’ascesa, si torna all’origine sospinti da un misterioso richiamo che è l’eros, l’attrazione ultima, la passione fondamentale del vivere. La realtà molteplice vive attraverso l’eros, l’energia amorosa, noi stessi viviamo per trovare uno sbocco a questa nostra irrequietezza di fondo, allo slancio vitale che infine ci sospinge verso la necessità di reincontro con l’Uno. La vita è un movimento alterno di emanazione e ritorno, exitus e reditus, che nei viventi si manifesta come discesa e salita, espansione e contrazione, sistole e diastole, un processo continuo che percorre nei due sensi la scala dell’Essere. L’estasi non è altro che la subitanea esperienza del pulsare vitale cosmo, del divenire continuo che lo anima:
L’estasi consiste nel percepire in modo totale e assoluto una presenza già data. In fondo l’estasi non è altro che rendersi improvvisamente conto di ciò che si è… L’estasi non è altro che un grado di coscienza dell’uomo e non vi è estasi più grande che concepire se stessi nell’Uno… La mistica, in definitiva, ti dice di tornare ad essere ciò che sempre sei stato (ibid., p. 38).

La suddivisione delle regioni superiori del cosmo nei nove cori angelici, facenti capo a Cristo, manoscritto, XII sec.

Nel momento in cui l’uomo assume si di sé questa condizione esistenziale primaria inizia il cammino di ritorno. Esso si apre con un’esperienza di nostalgia, la nostalgia dell’essere: è un impulso che spinge l’anima ad andare oltre se stessa per perdersi nella semplicità dell’Essere divino. La via del ritorno presuppone un processo di conversione, un graduale abbandono di ciò che si era per tornare ad essere ciò che si è sempre stati. Tutto inizia da un vissuto di irrequietezza, di insoddisfazione, di vuoto, di mancanza: l’individuo comincia a non sentirsi più a suo agio con le cose di questo mondo quando pensa che può esistere qualcosa d’altro, quando rimpiange. Qui comincia l’ascesa dell’anima dall’oscurità alla luce, dall’ignoranza alla verità.
Nella ricerca della fusione  col divino, vi sono tre stadi, purificazione, illuminazione e unione o perfezione. Il primo stadio, la via purgativa, consiste nella lotta contro il peccato e nella purificazione dell’anima, e spetta agli uomini di buona volontà, che nel Vangelo di Matteo (25, 21) così sono esortati: “Servo buono e fedele, prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Il secondo, la via illuminante, richiede la pratica positiva della virtù e lo sviluppo della via interiore, che trasforma l’uomo in “amico di Dio”, come in Giovanni 15, 15: “Non vi chiamo più servi, ma amici”. Il terzo stadio è la via mistica di unione con Dio, secondo il detto di Gesù “Che siano una sola cosa, come tu sei in me e io in te” (Giovanni, 17, 21).  La penitenza dunque non è fine a se stessa, ma il primo momento della via, un mezzo, e non un fine, perché il fine è Dio, bisogna cercare Dio e nient’altro che Dio, senza aspettarsi da lui ricompense o segnali di assenso o incoraggiamento. Quando lo cerchiamo per la ricompensa non lo troviamo. Anzi, è proprio l’assenza che in determinati momenti autentifica la presenza. L’assenza della presenza divina dimostra che il mistico non ne è la causa, non ha su di essa alcun controllo, dunque essa non è un miraggio. Successivamente la presenza divina prima labile giungerà a stabilirsi nell’anima in modo permanente. L’uomo incontra in Dio il suo esempio eterno, e contempla tutte le cose nell’unità della luce divina.
L’apocatastasis, la reintegrazione del creato nella perfezione originaria, indica a un tempo la meta finale dell’individuo e del processo cosmico di emanazione e riassorbimento nel suo insieme, quando il singolo uomo e tutta la creazione ritroveranno la pace nel ritorno all’origine da cui sono venuti. E il mistico, nel suo cammino a ritroso di conoscenza del divino, trova un punto in cui la parola non sa più esprimere la natura del mistero, e la conoscenza diviene non-conoscenza. E’ l’esperienza della tenebra, della non-conoscenza di Dio, dove la parola conduce alle tenebre che oltrepassano ogni tenebra, e il pensiero nel suo farsi s’innalza verso lo spirito di Dio e in lui consuma se stesso. Le tenebre sono il luogo dove Dio abita, dove ci si incontra con Dio, ma il fatto stesso di incontrarsi con Dio è tenebra. Le tenebre sono il luogo ontologico dove ci si imbatte nella divinità, quando si affronta la non-conoscenza, il non sapere, e paradossalmente non si sa che si sa. Nella contemplazione oscura, le potenze inferiori dell’anima sono attratte dalle superiori, e queste verso la loro origine, che è l’apice della mente. Da lì lo spirito s’innalza verso lo spirito di Dio e si consuma in lui. Con le parole di Taulero, “lo spirito è morto e vive per Dio, perché è diventato, senza distinzione, una sola cosa con lui” (citato in Toscano e Ancochea, p.115).
Dunque la missione suprema per l’uomo è raggiungere ciò ch’egli già è, realtà presentita nel detto di Nietzsche “diventa ciò che sei”. Il cammino verso l’interno è il cammino di ricerca di se stessi che ci porta a essere quello che siamo, a reincontrare quel fondo dell’anima di cui parla Meister Eckart che dall’oscurità dove è nascosto preme su si noi e ci interpella. La purificazione del primo stadio dell’ascesi è un mezzo e non un fine, e il fine è la presenza di ciò che avvolge, la presenza della realtà ultima, Dio stesso che presentiamo che sia lì. Dunque il percorso faticoso di liberarsi da tutte le incrostazioni che velano lo specchio della nostra anima, e le impediscono di riflettere la luce del divino, è un processo che attraverso la riduzione all’essenziale culmina con un allargamento della coscienza. Perché la coscienza rompe i limiti che sono posti alla mente normale dalle croste delle identificazioni che essa si è costruita per adattarsi alla realtà circostante e sopravvivere. Ma la contemplazione, abbattendo questi “respingenti”, frutto dello sforzo adattativo, spezzando i confini tra l’Io e il mondo, fa emergere la coscienza e fa apparire un’esperienza totalizzante, unificatrice, che esprime la totalità, l’Androgino primordiale, l’uomo integro ed integrato. La coscienza meditativa è una coscienza integratrice. Essa esige un Io solido, che affrancandosi passo passo dai limiti e dai condizionamenti esterni riesce a inabissarsi e consumarsi nella vita spirituale. In tal modo esso realizza il paradosso dell’uomo, di autodistruggersi quando realmente è.

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