5.3 – La visio smaragdina

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La sama (cerimonia di danza mistica), da Una traduzione di Stelle delle Leggende, 1590, New York, Pierpont Morgan Library

Nel corpo sottile smeraldi

i centri d’interno potere

chi ha nervi e propositi saldi

da fonte di vita può bere

La ricerca dell’oriente è uno dei temi principali del Sufismo iraniano, a partire dalla Teologia Orientale di Sohravardi. Non si tratta però di un oriente geografico, poiché esso non è compreso in nessuno dei sette climi (keshvar) della terra, rappresentando l’ottavo clima. L’ascesa attraverso questi climi si accompagna da un lato a una geografia visionaria, dall’altro allo sviluppo, all’interno del miste, del “corpo di luce”: il perfezionamento di un vero e proprio “organo di appercezione visionaria” (latifa) e contestualmente dei “sensi sottili del soprasensibile”. Il pellegrino mistico diviene così “uomo di luce”, differenziando entro la propria mente una facoltà sottile, una forma di intuizione visionaria, che lo rende suscettibile delle visioni del mundus imaginalis, mondo intermedio tra la realtà materiale e le forme astratte dell’intelletto puro, esplorabile attraverso la propria facoltà immaginativa particolarmente affinata. La meditazione e il progresso dell’allievo aprono la strada alla visione interiore. Le opere di Najmoddin Kobra, Semnani e altri autori evidenziano una sorprendente analogia tra gli organi della fisiologia sottile (latifa) e i chakra, nel senso che entrambi sono centri di coscienza e organi di percezione soprasensibile. Essi distinguono sette organi o involucri sottili ciascuno dei quali corrisponde a un profeta del microcosmo umano ed è associato a un colore nella visione mistica. Così, ad Adamo corrisponde il corpo sottile ed il nero opaco, a Noè l’anima e l’azzurro, ad Abramo il cuore ed il rosso, a Mosè il centro segreto (sirr, la soglia della coscienza superiore) ed il bianco, a Davide lo spirito (ruh) ed il giallo, a Gesù e a Maometto gli ultimi due centri, col nero luminoso per Gesù e verde per Maometto. Nella fisiologia mistica indù, ad ogni chakra è associato un colore, una forma del loto con un numero prestabilito di petali, una coppia di divinità, una o più lettere sanscrite ed un bija-mantra, ovvero una sillaba-seme che ha il potere di modificare la coscienza e di produrne il risveglio. Nella radioestesia, similmente, ogni chakra ha un suo colore, una sua morfologia e determinate proprietà. Un mitologema simile si ritrova nella Bibbia con l’albero della tribù di Jesse su cui riposano sette spiriti santi. Le sette diverse tappe della via mistica sono rappresentate simbolicamente da Attar nel suo poema intitolato Il Linguaggio o il Colloquio degli Uccelli in sette valli, della ricerca, dell’amore, della conoscenza, dell’indipendenza, della meraviglia, della privazione, della morte mistica. L’opera di Nizami Le sette principesse unisce il simbolismo dei colori all’astrologia: sette palazzi hanno ciascuno il colore di uno dei sette pianeti e in ciascuno di essi si trova una principessa di uno dei sette climi.

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Due santi musulmani, miniatura moghul, XVII sec.

Il mistico, nel suo percorso ascensionale (in senso sia verticale che orizzontale, lungo i sette climi) cerca di conseguire la crescita dell’”uomo di luce” (Corbin, 1971, 1979). Il percorso è segnato dalla comparsa di aloni di luce che circondano i sensi fisici, fotismi colorati, visioni e manifestazioni della guida celeste, fenomeni che corrispondono allo sviluppo dei “sensi sottili del soprasensibile”, o organi dell’appercezione visionaria. La visualizzazione di un cielo o di una sfera celeste avviene in ragione dello schiudersi della corrispondente particella sottile nel mistico, poiché il sentimento di uno stato mistico non è che la conquista di un livello dell’appercezione visionaria, intesa come schiudersi della visione interiore grazie alla rimozione del velo che l’occultava, e sviluppo di una perspicua capacità sensoriale che lo rende in grado di distinguere fenomeni peculiari. Ad ogni livello dell’essere corrispondono esperienze luminose caratteristiche, la cui successione guida il pellegrino lungo la sua ascesa visionaria: i sette cieli, le sette categorie dell’essere hanno il loro omologo nell’interiorità, e la crescita delle orbite di luce implica l’ascensione interiore di questi sette strati. L’ascensione fuori dal pozzo della sensibilità grossolana e le visualizzazioni sono eventi sincronici allo schiudersi dei sensi sottili della percezione extrasensoriale della fisiologia mistica, in modo simile all’apertura dei chakra, in particolare del terzo occhio (sesto chakra), sede dell’intuizione e della chiaroveggenza. Così, nell’arcobaleno della visio smaragdnina (per inciso, la summa di Ermete Trismegisto era impressa sulla Tabula Smaragdina) divengono iridescenti tutti i cieli spirituali, i cieli interiori dell’anima, i sette piani dell’essere, che hanno i loro omologhi nell’uomo di luce. Infine il mistico perviene alla visione del Volto Augusto, del Testimone Celeste, del mistagogo che l’ha accompagnato nel suo percorso e che infine si fonde con lui in base al principio dell’identità neoplatonica di amore, amato e amante, in una relazione uxorica in cui il Volto di Luce è il suo stesso volto, perché egli stesso è una particella della sua luce, ed amato, amante e atto d’amore si fondono in una esperienza di unità indissolubile. O, con le parole di Rumi:

E, infine, mi fissai lo sguardo nel cuore, ed ecco, là io lo vidi, in nessun altro luogo che là, Egli era!

E per vero, così perplesso, stupefatto ed ebbro ne fui che un atomo solo dell’essere mio più non si vide. Io più non ero (1980, p.58).

Facciamo ora un salto da Occidente ad Oriente, alla mistica islamica medievale, in un ambiente comunque fortemente impregnato di sapere alchemico, anche perché all’epoca, e prima di essere destituita dalla moderna chimica, l’Alchimia era una tradizione multicomprensiva, che abbracciava tutti gli aspetti dell’esistenza umana, inserendoli in un più ampio contesto cosmo-ontologico. All’Alchimia araba si devono tra l’altro il lavoro di Jabir, occidentalizato in Geber, con la sua “scienza della Bilancia (mizan)”. Questa esprime il rapporto tra l’essoterico e l’esoterico, tra la lettera e il cuore, tra lo zahir e il batin. Secondo Corbin (1964), il fine della scienza della bilancia è quello di scoprire in ogni corpo il rapporto che esiste tra il manifesto e l’occulto, tra lo zahir e il batin. Il metodo alchemico non è altro che un’applicazione del ta’wil, del ritorno, che è l’esegesi del senso spirituale. Ta’wil significa far ritornare, ricondurre all’origine, e riferito a uno scritto ritornare al senso vero e originale. L’enunciato viene distolto dal suo senso apparente (zahir), che è il senso della lettera (shari’at) e ricondotto alla sua verità (haqiqat), che è il senso esoterico (batin). Per i corpi materiali, misurare la natura di una cosa significa misurare in che quantità l’anima mundi se ne è appropriata, ovvero l’intensità del desiderio dell’anima entrando nella materia; poiché sarà la trasmutazione dell’anima che ritorna a sé a determinare la trasmutazione dei corpi. Il fine dell’alchimia è dunque di trascendere la materia per ricondurre l’anima, che vi è stata precipitata del suo desiderio, alla sua origine celeste. Il magistero è una impresa basata sulla corrispondenza tra realtà materiale e realtà psichica, poiché le operazioni compiute sulla materia sono sincroniche alle fasi dell’anima che ritorna a sé. I mistici e gli alchimisti arabi trovano nel Corano un appoggio alle loro scoperte interiori e materiali.

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Paesaggio di Xvarnah, Antologia persiana, Istambul, 1398

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