4 – Visione del trono di Dio, angelologia e demonologia nella rivelazione religiosa

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La mano di Dio tra i profeti Elia e Enoch, entrambi assunti in vita in cielo, affresco, XII-XIII sec.

Splendente visione del trono

nell’estasi il cuore spalanca

La voce proclama “Io sono”

la veste degl’angeli bianca

Siamo rimasti all’inizio col problema insoluto dell’origine della Gnosi. Secondo Puech (1978), l’ipotesi di una derivazione egiziana trova poco sostegno. Più solida l’ipotesi di una derivazione babilonese. Con la psicoanodia, si assiste alla confluenza e alla coesione di temi e di esperienze che affondano le radici nelle concezioni astrologiche dei Babilonesi, nella mistica popolare orientale, nella misteriosofia ellenistica, con la mediazione dello Zoroastrismo persiano, che trasforma gli dei planetari babilonesi, divinità superiori e benefiche, nei maligni arconti gnostici. L’ascensione celeste tramite la salita cerimoniale di un scala faceva probabilmente parte anche dell’iniziazione orfica. L’altra ipotesi, quella di una derivazione giudaica della Gnosi, solleva inevitabilmente il problema dell’intreccio della Gnosi con la Qabbalah. Un ambito intermedio tra queste tradizioni soteriologiche è costituito da quel complesso di scritti definiti intertestamentari (scorrettamente, perché per gli ebrei, diretti interessati, il testamento è uno solo) o apocalittici (in quanto la maggior parte si presentano sotto forma di rivelazioni ) o pseudoepigrafici e apocrifi, che comprendono il ciclo enochico e la mistica degli Hecaloth e della Merkabah. Essi spaziano da un secolo prima a circa dieci secoli dopo la nascita di Cristo. Il Ma’aseh Merkabah (Visione del Trono del Carro) tratta della visione del trono del carro, della sua gloria, e delle creature fantastiche che l’accompagnano, visione che il mistico ottiene attraverso una preparazione fatta di pratiche ascetiche, di particolari posture, della recitazione di inni che portano la coscienza a una specie di assopimento. Come riporta Scholem (1982) il mistico non solo si immerge nella meditazione sulla vera natura di Dio, ma ottiene la visione della sua apparizione sul trono, di cui parla Ezechiele, e la conoscenza dei misteri del mondo del trono divino. Queste visioni esprimono un mondo alquanto simile al mondo pleromatico degli Gnostici: il mondo luminoso della divinità, coi suoi eoni, le sue potestà e le sue dominazioni. Un velo, o una tenda cosmica, separa la gloria di Dio dalle schiere angeliche. Essa contiene le immagini di tutte le cose, secondo una modalità archetipica: è il loro modo di essere prima di accedere all’esistenza, la forma nella quale sono conservate nel mondo celeste. Successivamente, nella descrizione del viaggio del mistico – che curiosamente viene chiamato “discesa” verso la Merkabah – acquista sempre più importanza la descrizione delle stazioni preparatorie al carro di gloria, i sette palazzi (Hekaloth) situati nell’alto dei cieli. Nella Gnosi non ebraica a questo punto assumono importanza i signori delle sette sfere dei pianeti, i maligni Arconti che si oppongono alla liberazione dell’anima dai vincoli materiali. Nella Gnosi ebraica (il ciclo di Enoch, la Visione del Trono del Carro) invece si parla dei “Vigilanti”, alla lettera “coloro che fanno i turni di veglia”, o, in altro modo, i “Guardiani della soglia”. Situati a destra e a sinistra delle sale celesti che costituiscono le tappe dell’ascensione, essi devono essere rabboniti, persuasi, ingraziati, in modo che lascino passere il pellegrino oltre il limite cui sono preposti. L’anima allora ha bisogno, per proseguire il viaggio, di un lasciapassare, sovente un sigillo magico che mette in fuga i demoni e contiene il nome dell’angelo guardiano. Ad ogni livello c’è un angelo diverso, e un diverso sigillo, col quale il pellegrino suggella la sua volontà. Ecco allora che l’angelologia si diffonde in una minuta speculazione sul nome degli angeli: speculazione non oziosa, perché come osserva Magris (1995) nelle culture semitiche il nome implica la possibilità di controllo sull’oggetto nominato, sì che la sua esatta conoscenza può essere impiegata in formule magiche, preghiere, amuleti. In più di un passo si trovano nomi greci, il che testimonia il legame con la religione ellenistica, e si spiega col fatto che nomi di cui si era perso il significato erano adoperati come nomi magici di Dio.

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La nascita dalle acque tenebrose, la separazione della luce dalle tenebre e la creazione delle sette regioni elementari dell’universo, attorno al fuoco centrale, G. von Welling, Opus Mago-cabalisticum, Francoforte, 1719


Nel testo che appartiene allo strato redazionale più antico del ciclo enochico, le Visioni di Enoch (in lingua etiopica) troviamo un’ampia parafrasi del racconto del Genesi che parla della discesa dei bene ha-Elohim (figli di Dio) sulla terra, perché si sono innamorati delle figlie degli uomini, e di come essi insegnino agli uomini arti evolute e magiche e procreino dei giganti, destinati a corrompere la vita e a indurre Dio a sterminare la loro progenie col diluvio. Enoch ascende al cielo per intercedere presso Dio a favore degli angeli ribelli e dei loro figli, e viene infine assunto alla corte celeste. Le opere che vanno sotto il nome di Ma’aseh Bereshit (Visione del Principio) riportano invece una cosmologia, più che una cosmogonia, che descrive l’ordine del mondo. La principale è il Sepher Yetzirah (Libro della Formazione), un breve, stringato, ma influentissimo trattato cosmogonico scritto tra il III° e il IV° secolo che descrive la creazione attraverso un procedimento magico-numerologico, introducendo per la prima volta il termine Sephiroth, col significato di numeri primordiali che col loro potere presiedono all’opera della creazione. Il trattatello combina idee tardo-ellenistiche e della tarda mistica neoplatonica con il pensiero tipicamente ebraico del mistero delle lettere e del linguaggio. I primi strati del Sepher ha-Bahir (Libro Fulgido), un midrash (antologia di brevi aforismi) che apparve nella Francia meridionale nel XII° secolo, provenienti dall’oriente, provano l’esistenza di idee decisamente gnostiche in un ambiente di ebrei credenti in Babilonia o in Siria, che collegavano le visioni della Merkabah alla teoria degli eoni. Esso anticipa molte idee dello Zohar. L’esilio della Shekhinah fu assimilato all’idea gnostica della scintilla divina in esilio nel mondo terrestre. Il Sepher ha-Bahir conosce le “sette forme sacre di Dio”, che hanno tutte il loro correlato nelle membra dell’uomo, e a partire da qui non c’è che un passo all’idea dell’Adam Kadmon, l’uomo primordiale, specchio di Dio e archetipo della natura.

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Angeli che i cielo compiono rituali, miniatura turca, XVI sec.



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