Il Tetragramma, il sacro nome di Dio, Bibbia sefardita, 1385
Nel mistico l’acqua di vita
inonda e travolge la Legge
tremante ragione smarrita
a certi precetti si regge
Qabbalah in ebraico significa tradizione, tradizione sapienziale. Per Scholem, è il termine tradizionale più comunemente usato per indicare il patrimonio degli insegnamenti esoterici del Giudaismo e del misticismo giudaico, in particolare le forme che quest’ultimo assunse durante il Medioevo a partire dal secolo XII. Nel suo senso più ampio, indica tutti i successivi movimenti esoterici nell’ambito del Giudaismo che si evolvettero dalla fine del Secondo Tempio e divennero fattori attivi della storia ebraica (1974, p. 11). In particolare comprende lo Zohar ( o Sepher ha-Zohar, Libro dello Splendore), l’opera pseudoepigrafica ormai universalmente attribuita a Mosè de Leon e gli scritti da Abulafia e Nahmanide fino a Luria. Altrove, questo grande studioso dell’esoterismo ebraico (1960) sostiene esservi un nesso sottile ma incontrovertibile tra la tradizione cabalistica più antica e l’eredità gnostica. Nel descrivere il mondo misterioso e la vita segreta della divinità, il pensiero cabalista riprende immagini e simboli di contenuto mitico drastico e pregnante, che sono un antico retaggio dell’ebraismo, probabilmente di origine orientale, per le quali Scholem non sa dare altra spiegazione di un legame con la tradizione gnostica. Egli non nega un dinamismo interiore nel giudaismo, che porta alla fioritura degli scritti intertestamentari, ma ritiene che alla Qabbalah concorra un’immissione massiccia di idee nuove che reinterpretano l’ebraismo rabbinico secondo categorie religiose estranee al giudaismo classico, e queste idee sono di derivazione gnostica e neoplatonica. Dopo Scholem, la successiva generazione di studiosi mette in discussione questa sua concezione, ritenendola influenzata dall’idea neoplatonica della Qabbalah, la “Qabbalah cristiana” di Ficino e Pico della Mirandola. Un allievo e continuatore di Scholem, Idel (1998), ritiene con i cabalisti che la tradizione esoterica fu trasmessa a Mosè sul Sinai insieme alla Torah orale; ovvero che le correnti mistiche che sono poi sfociate nella Qabbalah facciano parte di un’antica Weltanschauung che risale addirittura alla rivelazione mosaica, e contemporanea alla Torah orale; dunque la tradizione esoterica ha un’affinità organica col resto dell’ebraismo, in particolare con la precettistica (halakah) e la narrativa leggendaria (aggadah), di cui rappresenta un arricchimento e un approfondimento.
la Torah orale è l’interpretazione essoterica della Bibbia,la Qabbalah getta luce sia sul testo biblico sia sulla sua interpretazione essoterica (halakico-aggadica). Idel segue un’ipotesi opposta per spiegare le affinità tra il giudaismo e la letteratura gnostica delle origini: non sarebbero stati i motivi gnostici a penetrare nell’ebraismo, bensì elementi di un’arcaica tradizione esoterica ebraica avrebbero fatto ingresso nello gnosticismo e contestualmente si sarebbero mantenuti nel pensiero ebraico, ma in circoli ristretti di iniziati, vista la loro antinomia rispetto al giudaismo rabbinico, creando infine la cornice concettuale della Qabbalah. Pertanto rivendica un’origine ebraica ad antichi motivi di pensiero che si svilupparono poi parallelamente nel pensiero ebraico ed in quello occidentale, fiorendo prima nella Gnosi, poi nella Qabbalah. In base a questa concezione, Idel ammette l’esistenza di un nucleo esoterico autoctono nella letteratura ebraica, per spiegare il quale invece Scholem è costretto a ricorrere ad influenze esterne. Per Scholem (1960),la Qabbalah è la riproposizione, all’interno dell’ebraismo, di elementi gnostici derivati da una tradizione molto antica, legati alla religione ellenistica, con un forte accento sincretistico, e marcatamente influenzati dalla religione persiana. Questi elementi si sarebbero conservati all’interno di circoli chiusi per un millennio, e infine si sarebbero fusi con elementi neoplatonici e sarebbero venuti alla luce nelle opere cabbalistiche della Francia meridionale (Sepher ha-bahir) e della Spagna (lo Zohar) nel XII° e XIII° secolo, contemporaneamente al fiorire dell’eresia catara e manichea.
Dal Tetragrammaton emanano i dieci nomi di Dio e le dieci Sephiroth, R. Fludd, Philosophia Sacra, Francoforte, 1626
la Qabbalah sia un elemento peculiare dell’ebraismo, capace di imprimere alla letteratura tradizionale (la halakhah, la precettistica, e la haggadah, l’anedottica leggendaria) un nuovo dinamismo spirituale, cosa che non era riuscita a fare la filosofia, che aveva letto il corpus della cultura ebraica in chiave allegorica, privandolo della forza della devekut, la devozione mistica; tuttavia per lui la mistica è un prodotto di crisi, che si manifesta nel periodo romantico della religione, mentre la religione formalizzata è il frutto della maturità dei popoli. Puech (1976) ammette, tra i filoni costitutivi della Gnosi, assieme al pensiero indo-iranico, a quello sincretico-ellenistico e a quello cristiano, una Gnosi ebraica, costituita da sette eretiche – i mandei, i nazorei (cui apparteneva lo stesso Nazareno?), i discepoli di Giovanni Battista. Idel (1988), invece, rivendica un’origine ebraica ad antichi motivi di pensiero che rimasero contemporaneamente patrimonio del pensiero ebraico, sviluppandosi contemporaneamente, e fiorendo prima nella Gnosi, poi nella Qabbalah. Per Idel il dinamismo propulsivo della Qabbalah vivifica la religione ortodossa e non si esaurisce in un rapporto personale con Dio, ma impregna la pratica rituale di tuta la comunità. Egli parte dal nesso tra teosofia e teurgia, essenziale per comprendere le dinamiche della Qabbalah. I cabalisti sottolineano l’importanza della teosofia per la comprensione dei precetti della halakah: l’intero sistema delle Sephiroth è essenziale per la loro corretta interpretazione, e questo atteggiamento permette di penetrare la dimensione simbolica del rito, che è una realtà primaria e operante nella vita del singolo e della comunità, e non confina la teosofia in un ambito separato. Questo è invece il limite dello gnostico, che mantiene le sue speculazioni teosofiche al di fuori della vita, e quindi fa dell’approfondimento delle strutture superiori un processo fine a se stesso, o crede in un sistema filosofico-religioso che può suggerirgli solo il distacco o la fuga da questo mondo. Il cabalista al contrario riporta costantemente il rituale nel quotidiano, che ne risulta trasformato, assumendo una dimensione magica e misteriosa. La Qabbalah esprime una posizione più articolata e attiva della Gnosi, nella quale la direzione era sempre ascendente, di ritorno verso il divino: come dice Idel (1988), è sia una teosofia-teurgia che una mistica e una disciplina dell’estasi, ed. Nel primo caso, il percorso è discendente, dal divino all’umano: il cabalista mira nella teosofia a intuire, comprendere e descrivere la vita nascosta della divinità, e infine a immedesimarsi con lei attraverso la contemplazione; nella teurgia, a seguire dei precetti, a mettere in atto dei rituali i quali influenzino, mantengano attivo e addirittura producano il divino. Questo è un punto di vista teocentrico. Nel secondo caso, vi è un percorso ascendente, dall’umano al divino, dove l’uomo tende a divenire dio (teandria). Nella mistica, l’uomo ricerca un contatto con il divino sia spontaneamente, che applicando delle tecniche, che costituiscono la pratica dell’estasi, tra le quali fondamentale è la kevannah – lett. “intenzione”, ovvero la concentrazione meditativa che accompagna la preghiera o il compimento dei riti e dei precetti – destinate a trasportarlo al di fuori delle condizioni ordinarie di coscienza.La Qabbalah estatica è decisamente antropocentrica, e concepisce le Sephiroth come un paradigma dell’anima umana e delle attività dell’uomo, più che come un sistema teosofico. I diversi livelli dell’essere che essa tocca nell’anima umana sono, come nella mistica ascensionale, una scala attraverso la quale, acquisendo e dominando ogni tappa della salita, si può accedere alla sommità del divino.
Corrispondenza tra gradi del cosmo tolemaico e le ventidue lettere dell’alfabeto ebraico, Robert Fludd, Utriusque cosmi I, Oppenheim, 1617.


[...] 5.2 – L’origine della Qabbalah: autoctona o da influenze gnostiche? [...]