Hieronymus Bosch, Tondo dei sette peccati capitali, la gola, olio su tavola, 120×150, 1475-80, Museo del Prado, Madrid

Il sistema della ricerca assiste non solo il bisogno della fame, ma quello della sete, della termoregolazione con la ricerca di un riparo, e della riproduzione. Tuttavia il vizio capitale ad esso legato, la gola, contempla solo la disregolazione nella ricerca del cibo, tralasciando gli altri bisogni corporali. E’ come se nella fenomenologia di questo eccesso il fine avesse sopravanzato il mezzo, e l’abnormità del risultato avesse lasciato in ombra il percorso per ottenerlo. Perché certo per arrivare all’eccesso del cibo bisogna mettere in atto una serie di procedure per procurarselo, e la soddisfazione di un bisogno distingue la fase appetitiva da quella consumatoria. In realtà poi la gola si ricongiunge con l’eccesso in altri bisogni ad essa legati nei luoghi comuni dell’immaginario collettivo: sua compagna è l’ubriachezza, e la taverna è il teatro comune di dissipazione e consumazione dove si rappresentano i due vizi; l’appesantimento del ventre produce l’obnubilamento della mente, rendendo più proclive la volontà a soccombere alle insidie della lussuria; infine l’avarizia è strutturalmente collegata alla gola, che è un vizio delle classi ricche, e financo un segno di status, come nel proverbio “grassezza è bellezza”, dove la grassezza era il segno del benessere dovuto al possesso dei beni materiali. Certo, l’essere abbienti diviene un vizio quando si associa allo sperpero, all’eccesso e all’ostentata trascuratezza nei confronti di chi non ha, come nell’immagine testamentaria del ricco Epulone, contrapposto allo smagrito Lazzaro, ma poi punito con la dannazione eterna. E così un altroproverbio recita “ne uccide più la gola che la spada”, cogliendo il nesso tra eccesso e patologia del corpo e della mente.
I riferimenti biblici sulla gola si sprecano. A cominciare dal passo del Genesi in cui Eva, istigata dal serpente, offre la fatidica mela ad Adamo, che naturalmente non può esimersi dall’accettare un così seducente invito, firmando la condanna sua e di tutta l’umanità. Per la verità sull’attribuire la causa della caduta dell’umanità dalla condizione di ignara beatitudine dei primordi al “semplice” peccato della gola S. Agostino solleva una fondata obiezione (De civitate Dei, 14, 12, p. 434), sostenendo che non si trattò di essa, bensì di superbia, avendo la coppia dei progenitori peccato in quanto pretese di essere autosufficiente e di avocare a se la conoscenza del bene e del male. Ma pur proveniendo da una fonte così autorevole, tale tesi non è condivisa da altri illustri commentatori delle Scritture, come Cassiano, Alano di Lilla, Peraldo, Gerson. Forse perché la gola è un vizio legato più alla vita conventuale che al secolo. Ne fa fede ad esempio la severità con cui Bernardo da Chiaravalle stigmatizza i conventi al cui desco le portate sono sì di un unico piatto di carne, ma si raddoppiano i grossi pesci, e le uova, cucinate nei più svariati modi. Contro la gola tuonano anche S. Girolamo, Tommaso di Chobam, S. Gregorio Magno, S. Bonaventura, S Alberto Magno, S. Tommaso, Pietro il Venerabile, papa Innocenzo III, Ugo di S. Vittore, Guglielmo da Thierry.
La gola viene mostrata portare a un abbrutimento, a un appiattimento della mente e perdita della lucidità. Così Noè ubriaco esibisce le proprie nudità ai figli; Lot ancora ubriaco si abbandona a rapporti incestuosi con le figlie; Esaù avido ed esausto vende la primogenitura per un piatto di lenticchie, e qui la gola si unisce alla sconsideratezza, all’imprudenza, al soggiacimento al bisogno immediato. Gli ebrei in cammino verso la terra promessa scivolano verso l’idolatria quando cominciano a desiderare un cibo più gustoso della manna che Dio mandava dal cielo, il che evidenzia un altro punto indicativo, che il dono di Dio non si può accumulare, perché ciò che viene messo da parte si deteriora, e ogni giorno c’è una nuova raccolta. Ancora più allarmante verso la gola è il Nuovo Testamento: nel corso di uno sfrenato banchetto, e dell’eccitazione prodotta dalla gola e dalla lussuria, viene decisa la decapitazione di Giovanni. Addirittura la prima delle tre tentazioni che Satana rivolge a Gesù ritiratosi, guarda caso, a praticare l’ascetismo nel deserto, verte sulla superbia ma anche sulla gola: “Fa che queste pietre diventino pane”. E poi al ricco banchettatore, di nome e di fatto, Epulone viene comminata la dannazione eterna a fronte di quel Lazzaro che egli in vita ha snobbato, e che dopo i suoi stenti viene assurto tra i beati. S. Paolo (Fil. 3, 18-19) bolla quali nemici della croce di Cristo coloro che “hanno come dio il loro ventre”.
Riferimenti alla gola si trovano ovviamente anche nel Corano e in Dante. Questi, nel sesto canto dell’Inferno, colloca i golosi sotto una pioggia fredda e greve mista a grandine, e soprattutto sotto gli artigli di Cerbero, “fiera crudele e diversa”; e li esemplifica nella figura di Ciacco, fiorentino parassita e dissoluto, il cui nome fa riferimento al maiale. Mentre in Purgatorio tra questi peccatori mette pure un papa, Martino IV, condannato a espiare “per digiuno l’anguille di Bolsena e la Vernaccia” (Purgatorio, XXIV, 23-24).

Miniatura dal Livre de chasse, Gaston Fébus, 1387-89, Biblioteca Nazionale di Francia, Parigi

Gli strali dei dottori della chiesa verso un vizio su cui invece il sommo poeta lascia trasparire una certa indulgenza sono dovuti al fatto che esso era molto più diffuso tra le mura claustrali che nel secolo. Dove esso doveva combattere contro la miseria imperante, ed era quindi un vizio tipico delle classi abbienti. Questo fa della gola un peccato sociale, che diviene tale quando si accompagna allo sperpero e alla trascuratezza nei confronti di chi ha bisogno, come nella parabola del ricco Epulone. Il cibo assolve la funzione di segnalare la superiorità di classe: mangiare molto, mangiare bene e soprattutto mangiare carne. Sulla carne vi è un punto cruciale nella Bibbia: l’introduzione di essa nella dieta dopo il diluvio universale. Noè e i suoi figli, scampati dalle acque, ricevono da Dio il permesso di uccidere ogni tipo di animali e di cibarsi delle loro carni. Certo, resta il tabù del sangue, che fa sì che nelle prescrizini ebraiche la carne debba essere tagliata kosher, senza spargimento di sangue, e che evidenza come sulla carne venga proiettata una luce sinistra, legata alla morte e alla consumazione di un essere morto.
La gola è un peccato sociale, stante l’inconsistenza del problema della gola nell’universo della povera gente. “se Cerere manca, anche Venere è fredda”, recita un altro proverbio, questa volta latino. I golosi sono tutti ricchi, e potenti, e uomini; tra le donne, vi sono le mistiche anoressiche. La cucina medioevale, per quel che si sta tentando di ricostruire, non è necessariamente una cucina povera, capace com’è di mescolare i gusti orientali, con sempre nuove spezie, alla caccia e all’agricoltura locali. La tavola è un luogo di socialità ma anche di trasgressione. E’ una situazione conviviale, dove la compagnia del proprio simile scatena nell’uomo i più bassi istinti o anche induce le forme raffinate del vivere civile. Allora, si deplora la taverna comme il luogo dell’ubrichezza, della gola, della dissipazione, che portano all’abbrutimento e alla follia; si stigmatizzano i comportamenti di scompostezza e di maleducazione, si introducono i valori dell’etichetta, e si arriva alla compilazione dei galatei cinquecenteschi. L’ottenebramento della mente porta da un lato alla bestemmia, alla scurrilità, al gioco d’azzardo, alla violenza; e pertanto si cerca di temperare l’eccesso con l’imposizione di regole che non vogliono essere sempre esose, ma il cui rispetto proietti chi le segue in un’atmosfera di superiore adeguamento al vivere civile.
E’ paradossale che il luogo per eccellenza della regola, il chiostro, sia anche quello dove il peccato della gola viene più smodatamente consumato. Il che spiega l’attenzione degli uomini di chiesa verso questo vizio. In realtà il convento, da luogo di mortificazione del corpo, diviene il luogo dove il corpo stesso si prende le sue rivincite, e ciò che non può fare esplicitamente con altri vizi, in particolare la lussuria, lo fa con quelli che surrettiziamente sono tollerati, appunto la gola. Vi è tutto un atteggiamento distorto verso la carne che giustifica il peccato della gola, che alla fine è un peccato di non equilibrio, di eccesso, di trascuratezza verso se stessi. Ma che in ultimo nasce da una percezione del corpo che è non solo individuale, ma collettiva. Nel Libro della Sapienza, scritto da un ebreo ellenizzato del II secolo a.C., il corpo è definito “tenda d’argilla”. Vi sono state nella Chiesa tutta una serie di difficoltà a conciliare la natura umana e quella divina in Gesù Cristo, fino a due eresie:  il monofisismo, che sosteneva esservi in Lui solo la natura umana, e il docetismo, dal greco docheo, che sostenva che in Lui Dio aveva preso solo le apparenze della natura umana. In questa trascuratezza del corpo diventa difficile percepire correttamente i suoi bisogni, e così è inaccessibile l’idea della sobrietà. Si cerca da un lato la mortificazione della carne, dall’altro non si riesce a distinguere tra necessità e sazietà.
Ciò che è difficile sul piano umano diventa impossibile sul piano collettivo. La gola è stata qualificata come un peccato contro l’umanità, perché lo spreco del singolo Epulone toglie la possibilità di sfamarsi ai poveri che attendono le briciole ai margini della sua mensa. Qui la cattiveria sta nel non vedere il limite della propria soddisfazione, della sazietà appunto, e nel cercare il superfluo. La gola è appunto un vizio collettivo, per soddisfare il quale gli opulenti paesi industralizzati tengono nella fame e nell’indigenza quelli in via di sviluppo. Ma non per guadagnare una improponibile felicità, ma per ammalarsi a loro volta di altra patologia: l’obesità, le malattie cadiovascolari, l’anoressia, la bulimia.
Eppure la gola, intesa quale appagamento disordinato del mangiare e del bere, è a torto considerata un vizio più lieve di altri. Innanzitutto perché si considera solo il fine, e si perde di vista il processo, che è un percorso di appropriazione e violenza, per arrivare ad una disponibilità “ingiusta” dei beni di prima necessità. Poi perché a differenza di altri vizi essa nasce da una percezione distorta dal Sé e del corpo. La radice della gola sta nel non sciogliere il nodo del rapporto tra bisogno e piacere. Nella teoria dei sistemi motivazionali di Lichtenberg e in quella dei sistemi operativi-emozionali di Panksepp si dice esplicitamente che quando un bisogno non trova la strada della sua soddisfazione si riversa su altri bisogni in cerca di soddisfazioni sostitutive. L’alienazione è appunto l’essere altri da se stessi, non riconoscere i propri bisogni essenziali, e perdersi e disperdersi in gratificazioni surrettizie. La lingua che da organo del gusto diventa organo della chiacchiera inutile e futile, l’avidità verso il successo da perseguire a qualsiasi prezzo, l’attrattiva verso gli orpelli ingannatori di un mondo fatto solo di apparenza, sono altrettanti aspetti di una avidità collettiva che è ormai divenuta parte integrante del nostro modo di essere. E se la pubblicità ci addita cibi improponibili dal punto di vista di una corretta alimentazione, e alimenti per i bambini adatti solo per l’obesità e lo squilibrio nutrizionale, ciò evidentemente può essere solo in una concezione dell’uomo ormai sradicato da se stesso, anomico, e incapace di leggere correttamente i propri vissuti e bisogni. Gola, lussuria e avarizia, in quanto vizi del corpo, sono sempre indissolubilmente uniti in una concezione dell’uomo che ha perso il riferimento a se stesso collocando il proprio centro di gravità nel soddisfacimento di bisogni illusori, distorti e alienati.

Pieter Bruegel il Vecchio, Il paese della cuccagna, olio su tela, 1567, Alte Pinakothek, Monaco

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2 Responses to “19.2 – La gola”

  • [...] Eppure la gola, intesa quale appagamento disordinato del mangiare e del bere, è a torto considerata un vizio più lieve di altri. Innanzitutto perché si considera solo il fine, e si perde di vista il processo, che è un percorso di appropriazione e violenza, per arrivare ad una disponibilità “ingiusta” dei beni di prima necessità. Poi perché a differenza di altri vizi essa nasce da una percezione distorta dal Sé e del corpo. La radice della gola sta nel non sciogliere il nodo del rapporto tra bisogno e piacere. Nella teoria dei sistemi motivazionali di Lichtenberg e in quella dei sistemi operativi-emozionali di Panksepp si dice esplicitamente che quando un bisogno non trova la strada della sua soddisfazione si riversa su altri bisogni in cerca di soddisfazioni sostitutive. L’alienazione è appunto l’essere altri da se stessi, non riconoscere i propri bisogni essenziali, e perdersi e disperdersi in gratificazioni surrettizie. La lingua che da organo del gusto diventa organo della chiacchiera inutile e futile, l’avidità verso il successo da perseguire a qualsiasi prezzo, l’attrattiva verso gli orpelli ingannatori di un mondo fatto solo di apparenza, sono altrettanti aspetti di una avidità collettiva che è ormai divenuta parte integrante del nostro modo di essere. E se la pubblicità ci addita cibi improponibili dal punto di vista di una corretta alimentazione, e alimenti per i bambini adatti solo per l’obesità e lo squilibrio nutrizionale, ciò evidentemente può essere solo in una concezione dell’uomo ormai sradicato da se stesso, anomico, e incapace di leggere correttamente i propri vissuti e bisogni. Gola, lussuria e avarizia, in quanto vizi del corpo, sono sempre indissolubilmente uniti in una concezione dell’uomo che ha perso il riferimento a se stesso collocando il proprio centro di gravità nel soddisfacimento di bisogni illusori, distorti e alienati (articolo). [...]

  • alephnull:

    L’Adepto (matrice e antecedente di ogni Alephnull) al riguardo, nel rivolgersi alla Confraternita, commentava:

    La Gola si esprime in una strana forma di imbecillità che tende ad estendersi, senza fine, all’infinito.
    Se la Gola potesse estinguersi una volta che si sia esaudito un desiderio, allora non sarebbe più un Vizio, ma al contrario un indispensabile strumento per il proprio miglioramento.
    Invece non è così, poiché la Gola è strettamente legata alla fantasia : ad ogni esaurimento di un desiderio, immediatamente, provvede ad abbellire i gioielli che ornavano il desiderio, generando una specie di perpetua fata morgana.
    Essa sembra sempre di poter essere raggiunta definitivamente dall’imbecille che perpetua le fantasie, mentre, in realtà mantiene una distanza inviolabile.
    Il motto del goloso è : ho deciso di dissetarmi con la sete del desiderio.
    La fata morgana viene anche chiamata più nobilmente l’angelo della finestra di occidente, che notoriamente non riesce mai a scaldare i cuori.
    Talvolta, l’imbecillità si spinge a tal limite da rivestire con veste sacrale l’aspetto dell’angelo, per dargli una forma assolutamente meritoria, tipica di ogni genere di adorazione.
    I Volontari sanno benissimo che una sana pisciata del primo tipo, quella cioè sui simboli della falsa sacralità, può aiutare a guarire un goloso, ma purtroppo è un fatto accertato che un goloso appartiene alla schiatta dei creduloni, che sembrano essere molto restii ad abbandonare i sogni ad occhi aperti.
    Stranamente, la Gola fa più male ai singoli imbecilli che non alla schiera globale dei golosi.
    La Gola è un vizio solitario.
    Il Ridicolo non ha una presa diretta sul singolo, ma piuttosto potrebbe induce a ripensamenti salutari qualora il goloso, applicandolo ad altri golosi con i quali viene in contatto, alla fine riesca ad intendere che egli stesso si trova nelle medesime vane condizioni.
    Ogni Volontario dovrebbe meditare sul fatto strano che nessun goloso prova Invidia per la Gola degli altri.

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