4.1 – Unde malum? Il mondo sacralizzato e demonizzato

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Hortus Deliciarum, scene d’inferno, miniatura, H. di Hohenbourg, 1175 ca.

Del male capire la testa

i plessi ond’esso si sente

la brama di carne ch’arresta

ragione, e la rende silente

La razionalità greca durante i primi secoli dell’era cristiana era arrivata al limite: essa proponeva un cosmo ordinato e un mondo ben disposto, in cui il soggetto era chiamato a contribuire e ad armonizzarsi con il piano universale e poi ad assimilarsi alle divinità benevole che lo reggevano. Questa concezione del mondo come si è visto si incrina e non è più sostenibile. Il male, l’ingiustizia, l’estraneamento diventano una realtà tangibile e vissuta. Lo gnostico non si riconosce nel mondo: cerca di ritrarsi, di fuggire dal mondo. Il mondo si presenta agli occhi di chi ha perso la guida della ragione legislatrice come un male radicale, un disordine assoluto. Di conseguenza, lo gnostico non si preoccupa più del mondo: egli si preoccupa della sorte solo di se stesso, e della sua salvezza individuale. Il dualismo offre una perfetta spiegazione al male del mondo. Il male non è dovuto a Dio, non proviene da Dio, e neppure dall’uomo.Il principio del male può collocarsi a vari livelli nella scala della creazione. La maggior parte dei sistemi gnostici tende a distinguere la sfera d’azione del demiurgo e dei suoi satelliti, i sei arconti planetari, da quella del diavolo e dei suoi demoni ilici, a cui è affidato il dominio sul mondo sublunare. Il diavolo e i suoi satelliti sono in altre parole legati al mondo ilico, al mondo della materia, mentre il demiurgo e gli arconti si originano assieme al cosmo, e fanno parte del mondo psichico. Diverso è anche il destino di redenzione di questi due mondi: mentre il mondo psichico mantiene una somiglianza col mondo pneumatico, e può aspirare ad esso, il mondo sublunare è ad esso incommensurabile. In altri sistemi gnostici, però, la distinzione tra mondo ilico e mondo psichico non è così distinta, e pertanto l’azione del demiurgo finisce col confondersi con quella del diavolo, e la demonizzazione dl mondo è totale, senza possibilità d’appello. Questa condizione psicologia è tanto più comprensibile negli ebrei della diaspora. Nel momento in cui l’uomo si ripiega in se stesso e assume come valore fondante la propria identità personale, si assiste a una progressiva interiorizzazione della lotta spirituale. La vera decisiva battaglia si svolge nei meandri della psiche individuale. Ai demoni e ai arcigni arconti si contrappongono le potenze angeliche e le entità divine gnostiche, specchio di un tremendo conflitto interiore. Allo stesso modo, il cosmo sopraindividuale è sempre più articolato: esistono gl’angeli protettori non solo degli individui, ma dei popoli, dei gruppi, delle nazioni. Accanto a questo nostro mondo, esistono una serie di mondi paralleli, che costantemente interagiscono col nostro, a cui ha accesso il miste e l’iniziato attraverso il rituale, l’estasi, gli stati di sopracoscienza. Allo stesso tempo, l’interferenza di questi mondi con l’uomo si gioca sul piano di ciò che si sottrae al controllo della coscienza e della ragione: le malattie, le passioni, le ossessioni, le passioni. Ogni parte del corpo e della mente ha il suo nume protettore e il suo demone, ogni regione del mondo ha i suoi abitatori benevoli e malefici. Ma l’eredità culturale del mondo pagano in un momento di decadenza e di confusione spirituale è un fardello troppo pesante sia per la Gnosi, che per i valori spiritualistici, post-stoici, del mondo classico. La purezza, la compostezza, l’austerità, la disciplina morale del pensiero stoico professate da Marco Aurelio non impediscono che negli anfiteatri romani in un giorno gli spettatori possano assistere alla morte di trecentocinquanta gladiatori. A una cultura che edifica un altare al “dio ignoto”,il cristianesimo si propone come una risposta rivoluzionaria e totalizzante, capace di sovvertire e rinnovare il sistema di valori su cui essa si fonda. Ma esso deve affrontare un immane battaglia apologetica, e perciò affina presto le sue armi.L’eredità ebraica viene sviluppata e radicalizzata nell’impostare il problema del principio del male.

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Un angelo chiude dall’esterno la porta dell’Inferno, Ms. Nero IV vol. 39

Il cristianesimo eredita dalla religione ebraica una serie di capisaldi che poi sviluppa in maniera autonoma e per fini politici, di differenziazione dall’ebraismo e di diffusione tra i non ebrei (gentili, da gens). Nella sua polemica contro i Cristiani, Celso (che conosciamo per le citazioni del suo polemista suo avversario, Origene, 1971), schierandosi in difesa del monoteismo, poiché come filosofo platonico asserisce di venerare il solo dio che governa su tutto, osserva che i Cristiani professano un dualismo pratico. Essi infatti creano un avversario di Dio, e lo chiamano diavolo, o Satana, conferendogli un potere tale da opporsi al vero Dio e renderlo impotente. Per giustificare una sedizione in terra, essi inventano una ribellione nei cieli: à l’eterna lotta tra il Bene e il Male, di cui Satana è, al pari di Dio, personaggio chiave e imprescindibile. Alcuni studi (tra cui Scharf, 1959, in una prospettiva junghiana, e Pagels, 1995 più storica) hanno ricostruito l’evoluzione della figura di satana nell’Antico e poi nel Nuovo Testamento. La religione ebraica è una religione monoteista, e perciò non contempla l’esistenza di un principio del male contrapposto e antagonista a Jahvè. Satana (avversario, nemico, accusatore, dal verbo satan, perseguitare sotto forma d’impedimento nel libero procedere) perciò è una creazione piuttosto tardiva. All’inizio in Isaia ad esempio si trovano dei mostri mitologici, quali Leviatan o Behemoth per simboleggiare i nemici di Israele. Successivamente la figura del nemico, da nemico esterno, ostile al popolo di Israele, passa a indicare un nemico interno, dei correligionari dissidenti. In Numeri compare la figura del mal’ak Jahvè, un messaggero di Dio, che per ordine o concessione di Dio ostacola i desideri degli uomini, comunque a fin di bene. Un ulteriore passaggio si ha in Giobbe, dove satana è ancora un personaggio della corte celeste, un bene elohim (in ebraico “uno degli esseri divini”), però con una funzione specifica, e piuttosto spiacevole, di essere una spia itinerante che percorre le contrade del regno divino alla ricerca degli indizi di infedeltà dei suoi sudditi (in questo evidentemente simile alle spie dell’ imperatore persiane cui al tempo gli Ebrei erano sottoposti). Dio permette al satana di colpire e terrorizzare il suo servo Giobbe, egli però rimane un servo di Dio e un membro della sua corte, segno che comunque la spaccatura si è insinuata all’interno del popolo di Israele. La divisione diviene più forte con gli avvenimenti del tempo dei Maccabei, ovvero dei sovrani ellenistici, e la discordia civile tra la fazione “collaborazionista” e modernista, pronta ad aprire ai costumi e alla cultura greca, anche per guadagnare un’autonomia politica e dei privilegi commerciali all’interno del Regno di Siria, e la fazione purista e ortodossa, tesa a difendere gelosamente lo status e la prerogativa di popolo eletto. Quest’ultima alla fine prevale, ma un’eco del conflitto si ritrova nella letteratura apocrifa o intertestamentaria, il Libro di Enoch, il Libro dei Vigilanti e il Libro dei Giubilei. Qui il protagonista anzitutto è Enoch, un personaggio anteriore ad Abramo, la cui storia quindi appartiene alla razza umana, e non solo al popolo ebraico, ad indicare un’insolita apertura ai gentili, ma anche una visione negativa di Israele. La storia di Semeyaza, capo di una schiera di angeli che si unisce a donne umane generando esseri mostruosi e demoniaci, e quella di Azazel, arcangelo decaduto che svela agli esseri umani i segreti della metallurgia, spingendoli a ornarsi con oro argento e cosmetici, sembra una satira dei dominatori ellenistici e di una classe sacerdotale disposta a collaborare con loro svendendo la diversità ebraica. Nel Libro dei Giubilei è Mastema (in ebraico “odio”) ad aver spinto Abramo al sacrificio di Isacco, segno che ormai il male è all’interno del popolo di Israele e dell’uomo. Le posizioni dei cabalisti riguardo al problema del male mostrano un’evoluzione. Inizialmente, si riconoscono nell’idea neoplatonica che il male non ha un’esistenza metafisica e una realtà oggettiva, ed è soltanto relativo: l’inadeguatezza dell’uomo a ricevere per intero l’influsso delle Sephiroth sta alla radice del male, che è un estraniamento dalla fonte dell’emanazione, in ultimo una privatio boni. Già nel Sepher ha-Bahir però il male compare come una crescita eccessiva del potere della Sephira Geburah, il Giudizio. Questa crescita disarmonica, non controbilanciata dal potere opposto di Hesed (Clemenza) porta all’emanazione della mano sinistra, il sitra ahra (L’altra parte). Il potere dell’impurità attivo nella creazione si mantiene in quanto riceve nuova forza da Geburah, corroborata anche dalle azioni peccaminose dell’uomo. I primi mondi erano tre emanazioni tenebrose, e furono distrutti proprio in seguito a questo squilibrio tra il potere della Giustizia e quello della Clemenza, che li rendeva incapaci di sostenersi, tuttavia i resti di questi mondi abortiti non scomparvero completamente, e continuano ad aleggiare sinistramente tra noi. L’elenco biblico dei re di Edom fu interpretato in base a questa dottrina, poiché Edom veniva attribuito a Geburah. Essi costituiscono i gusci, le cortecce (kelippoth) dell’Albero della Vita. Secondo un’altra concezione, il male deriva dal “taglio dei germogli”, con cui Adamo separò l’Albero della Vita con quello della Conoscenza, introducendo la divisione nell’unità divina. Anche in questa concezione, si tende a sottolineare il potere del giudizio contenuto nell’Albero della Conoscenza come forza restrittiva e coercitiva, contrapposta all’amore e alla pietà, e la sua tendenza a diventare autonomo anche inconseguenza delle azioni dell’uomo.

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Le tentazioni di S. Antonio, H. Bosch (1450-1516)

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