1.3 – Gradini della scala cosmica e livelli dell’essere nell’esperienza mistica

scla-climaco.jpg

La scala del paradiso di Giovanni Climaco (abate del monastero del Sinai del VI sec.), con trenta pioli che rappresentano le virtù e i diavoli che rappresentano i vizi, XII sec.

D’ascesa all’Empireo più piani

tracciati di stelle i livelli

s’a forme più dense rimani 

  nell’ombra ti perdi d’avelli  

                                                                          Il senso della mistica è di conferire pensabilità ad un coacervo di contenuti mentali di per sé caotici ed informi, di rendere rappresentabili degli stati percettivo-affettivi precorritori del pensiero. La pensabilità richiede una successione, una cadenza, un ordine. Nell’ascesa ai livelli ultimi dell’essere, fino allo stato di annullamento e inghiottimento nel divino, il mistico attraversa una serie di “stazioni”. Evidentemente esse corrispondono all’esperienza che il mistico ha di se stesso, del suo funzionamento mentale, e disegnano una vera e propria geografia dell’anima. Il mistico, nel cercare di conferire intelligibilità ai propri contenuti interni, li traduce in linguaggi universalmente apparentati.  Ecco allora che uno dei motivi ricorrenti della mistica è quello dell’albero filosofico o della vita, o axis mundi, che è una scala degli stati dell’essere la quale procede da una base densa, grossolana, materiale, astrutturata, ad un vertice sottile, spirituale, etereo, essenziale. Presso le popolazioni uralo-altaiche, l’esperienza estatica è considerata l’esperienza religiosa per eccellenza, a cui il prescelto, per vocazione o per trasmissione ereditaria, perviene attraverso una graduale trasformazione del comportamento, dopo un periodo di isolamento, di meditazione e di istruzione (che può essere di ordine tradizionale o di ordine estatico, Eliade, 1974). Quando è pronto per la sua missione,  lo sciamano nel suo viaggio celeste deve arrampicarsi su una scala a sette o a nove pioli, ognuno dei quali ha una corrispondenza planetaria. Lo sciamano vive esperienze multiformi: ascensione al Cielo e dialogo con gli dei e con gli spiriti, discesa agli Inferi e colloquio con i defunti e con le anime degli sciamani morti, rivelazioni d’ordine religioso e sciamanico (segreto iniziatico), smembramento degli organi seguito da un rinnovamento degli apparati interni e delle viscere. Sprofondamento nella propria interiorità e ascesa al Cielo configurano scenari analoghi al destino dell’anima dopo la morte. L’Avesta,la raccolta di testi sacri dello zoroastrismo, composta in lingua antico-iranica, insegna che l’anima dei defunti raggiunge il Paradiso attraverso tre gradini intermedi: humata (buoni pensieri), huxta (buone parole), hvarsta (buone opere), e questi gradini si identificano rispettivamente con la posizione delle stelle, della Luna e dei pianeti, che si riteneva si succedessero in questo ordine per via delle luminosità crescente. La serie si completa con un quarto termine, che costituisce il compimento del viaggio dell’anima: il Paradiso, uno dei nomi del quale è anagra raoca, “luci infinite”. A ciascuno dei gradi corrisponde una categoria di esseri, in evidente successione gerarchica: alle stelle corrispondono le piante, alla Luna gli animali, al Sole l’uomo, alle luci infinite Dio gli dei.   Non si sa con precisione quanto sia antica l’Avesta, e quindi non si sa se sia più antica del filosofo ionico Anassimandro (morto nel 547 a. C.), il quale insegnava che gli astri si succedono nel medesimo ordine a partire dalla terra.  L’India dei Veda (insieme delle sacre scritture che gli indù considerano come autorivelazioni dell’assoluto concepito come parola di verità, redatti in una forma arcaica di sanscrito da una serie di veggenti dal 1500 al 500 a. C.)  adotta un sistema in parte simile, che pone al di là del Sole la sede delle buone azioni, il Paradiso promesso ai giusti, col che si risale fino all’epoca indoiranica, anche se non si sa se i due sistemi corrispondano anche per il resto.   

ahura-mazda.jpg  

Due sfingi sotto il disco solare alato che, mutuato dal dio assiro Assur, è il simbolo di Ahura Mazda, rilievo su mattoni smaltati, Susa, Iran

    La psicoanodia (viaggio celeste dall’anima) è il cuore della liturgia magica che rappresenta l’essenziale della pratica, che, nei rituali per propiziarsi ed invocare i guardiani e le divinità planetarie, diviene appunto magia operativa e teurgia. Si assiste qui alla confluenza e alla coesione di temi e di esperienze che affondano le radici nelle concezioni astrologiche dei Babilonesi, nella mistica popolare orientale, nella misteriosofia ellenistica. L’ascensione degli stati dell’essere è indicata già dalle ziqqurat (piramidi a gradini) dei magi dell’antica Babilonia, che rappresentano la montagna cosmica dai sette stadi e dai sette colori associati ai rispettivi cieli, espressione del loro pantheon cosmologico-planetario-metallurgico e delle corrispondenze tra qualità psichiche, divinità, metalli e pianeti.    Il motivo della montagna cosmica è ubiquitario: dalle regioni prossime alla Gnosi, come nel culto di Mitra, divinità della luce connessa ma non identica al sole, dove il rituale rievoca l’uccisione del toro da parte del dio, il successivo banchetto celebrato col sole, e l’ascensione sul cocchio di questo nelle sfere celesti, e anche qui l’iniziazione prevede una scala (climax) cerimoniale avente sette gradini ciascuno di un metallo diverso; ai Sabei di Harran, seguaci di una religione astrale, ogni divinità planetaria aveva una statua fatta di un metallo diverso; per terminare a latitudini completamente diverse, quelle del buddismo, dove il tema della montagna cosmica si ritrova nel Monte Meru, il centro del mondo e dei piani celesti, rappresentato nei monumenti religiosi, come il tempio-montagna di Barabudur, della Cambogia del tempo di Angkor.   L’articolazione gerarchica dei livelli dell’essere si ritrova in complicate espressioni nella letteratura che è detta intertestamentaria (III° secolo a.C. – II° d.C.) o apocalittica per il contenuto visionario, di cui il prototipo sono le visioni di Enoch (in lingua copto-etiopica), che parla dell’ascesa del patriarca Enoch al cielo per intercedere presso Dio a favore degli angeli ribelli e dei loro figli. La sua ambasciata è inutile, ma egli viene accolto dagli ufficiali dell’armata divina rimasti fedeli al loro sovrano e da essi guidato a visitare l’intero universo. In tal modo addiviene a un bagaglio di conoscenze di natura cosmologica, escatologica, teologica, astronomica, che fanno di lui un sapiente, in possesso di segreti ignoti all’umanità. Nella sua estasi, viene rapito in cielo col suo carro, come Elia, e messo a capo di una coorte celeste, col nome ora di Yahoèl (il piccolo Yaho, abbreviazione del tetragramma Yaveh), ora di Metatron, l’angelo che siede al cospetto di Dio.   In Celso, filosofo greco platonico del II° secolo dopo Cristo, la cui opera ci è nota attraverso le estese citazioni polemiche di Origene, si ha la descrizione di una peregrinazione dell’anima attraverso le sfere celesti. Di poco successive sono le descrizioni del Corpus Hermeticum, insieme di scritti di argomento magico-religioso composti a partire dal II° fino al IV° secolo dopo Cristo, contenenti una dottrina della rivelazione e della salvezza attribuita ad Ermete Trismegisto, di cui l’opera più nota è il Poimandres (curato da Scarpi, 1987) . Esso descrive un’arétè, un’epifania improvvisa e miracolosa della divinità, che guida l’anima del visionario nell’ascesa attraverso le sfere planetarie e le qualità psichiche associate a ciascuna di esse, e di cui l’iniziato si deve disfare per librarsi fino all’unione col divino. In ambito neoplatonico, il tema della risalita lungo la scala dell’Emanazione si trova nel commentario al Somnium Scipionis di Cicerone, da parte di Macrobio (V° secolo), finché, nel secolo VII°, l’alchimista Stefano D’Alessandria propone un sistema di corrispondenze tra sfere celesti e metalli ormai codificato.             Zosimo di Panopoli, alchimista ellenistico del IV° secolo, parla di membra amputate bianche come il sale e della trasformazione del corpo in puro spirito mediante sezionamento rituale, inaugurando il capitolo delle procedure alchemiche destinate al “martirio dei metalli”, che alludono a esperienze di morte e rinascita, di rinnovamento e di purificazione, vissute dall’alchimista nello stato di identificazione col substrato dell’opus.

cristo-abramo.jpg

Dio scende dal cielo su una scala per parlare ad Abramo, manoscritto anglosassone, XI sec., British Museum, Londra

PDF Download    Send article as PDF to

§ One Response to “1.3 – Gradini della scala cosmica e livelli dell’essere nell’esperienza mistica”