Ets-haymm riadattato dai rosacrociani del XVIII° secolo, Geheime Figuren der Rosenkreuzer, Altona, 1785
Al Regno il devoto si prostra
di Dio Fondamento in umano
nel cuore Bellezza si mostra
l’Eterno splendore d’Adamo.
La quarta Sephirah, Hesed (Grazia) o Gedullah (Grandezza), si riferisce all’effusione dei processi di pensiero, energetici, attivatori superiori verso i livelli inferiori. E’ una forza espansiva, che si manifesta come amore, clemenza, il lato misericordioso del divino. La quinta Sephirah, Din (Giudizio, Rigore) o Geburah (Potenza), si oppone alla precedente, bilanciandola. E’ il principio restrittivo, ordinatore, senza il quale la forza effusiva di dissiperebbe e si esaurirebbe. E’ il lato giusto, ma anche rigoroso, del divino. A fare da intermediaria tra le due vi è la sesta Sephirah, Rachamim (Misericordia o Compassione) o Tiferet (Bellezza). E’ l’armonia e la sintesi tra i due aspetti precedenti: non c’è amore senza giustizia e non c’è giustizia senza amore. Questa Sephirah ha una posizione centrale nell’albero della vita: tutte quante le altre comunicano con essa, tranne la decima, Malkhut. Essa si trova nel mezzo lungo il sentiero che da Keter conduce a Malkuth, dal cielo alla terra, e che il devoto deve percorrere all’inverso nel cammino dell’evoluzione, dall’esistenza somatica indistinta (Malkhut), all’Io (Yesod), alla dimensione esperienziale più ampia del Sé (Tiferet), passando infine per uno stato di annullamento che corrisponde a Daat, l’undicesima Sephirah, la non-Sephirah (Conoscenza), il Velo del Tempio, dove il suo stato di separazione da Dio si dissolve, anche se per un solo istante, ed egli sperimenta gioia e rapimento. Per la settima e l’ottava Sephirah, scarsamente curate nei testi tradizionali, è interessante l’interpretazione di un cabalista moderno, Halevi (1976). La settima, Netzah (Eternità) rappresenta la stabilità, la durata dei processi creativi, quindi il loro aspetti energetico, quantitativo, perfino pulsionale, la forza di crescita, la vigoria della natura, l’affermazione vitale. L’ottava, Hod (Splendore) è riferita da Halevi al riverbero del divino divenire: quindi al suo propagarsi negli aspetti di ordine, di comunicazione, di informazione, di conoscenza, alla dimensione qualitativa e strutturante contrapposta a quella quantitativa e massivo-energetica di Netzah. La nona Sephirah, Yesod (Fondamento) ha da sempre un riferimento all’organo sessuale maschile, visto come principio di concretizzazione e canale simbolico di immanenza del divino. E’ la forza generatrice universale, la segreta vita del mondo, in cui si concludono tutte le potenze delle Sephiroth. Dalla sua nascosta profondità la vita di Dio trabocca nella mistica procreazione. Yesod aduna la sostanza degli influssi superiori e la concentra riversandola sulla decima, Malkhut (Regno). Qui si ha il passo finale del processo formativo, che in essa si manifesta. In Keter, tutte le Sephiroth sono unite in potenza; in Malkuth, esse sono in atto. La decima Sephirath è il luogo di concretizzazione dell’attività creatrice, laddove essa si trasporta nella materia e nel corpo e si attualizza, e quindi è il luogo della Shekinah, la presenza divina del mondo, l’aspetto femminile di Dio, legato alla sua immanenza nell’umano.
Ets-haymm e le Sephiroth
Una delle forme possibili dell’axis mundi, o albero cosmico, è Ets-haymm (l’Albero della Vita, o delle Sephirot), struttura simbolica che prevede un duplice percorso trasformativo, dall’alto, dall’Uno al molteplice, lungo il raggio della creazione, e dal basso, dal molteplice all’Uno, lungo il raggio di evoluzione. Esso offre una visione dinamica del macrocosmo e del microcosmo, del divenire della creazione e della costruzione del pensiero, a partire dal processo segreto della vita divina, che si dispiega nelle manifestazioni ed emanazioni delle Sephirot. Vi è una analogo procedere nel movimento della creazione dal non-manifestato, al mistico Nulla, e infine all’essere nelle sue molteplici determinazioni e manifestazioni, e nel movimento del pensiero, dalle idee non differenziate nell’intelletto divino, alla volontà, all’azione umana. Ciò è dovuto a un duplice motivo: l’uomo è specchio del divino, sia come macroanthropos che prefigura in sé la creazione, che come microcosmos che racchiude in sé i principi di tutte le cose; e poi la scala della creazione, che procede dal non-manifestato al manifestato, l’uomo la può percorrere in senso inverso, purificando le manifestazioni più terrene e materiali delle Sephirot che contiene dentro di sé e raggiungendo, attraverso questo cammino ascensionale, le pure essenze divine. Le concezioni tradizionali delle Sephirot le vedono come essenza delle divinità, come recipienti o strumenti di essa, e infine come modalità dell’immanenza divina. La prima concezione è la più speculativa e vicina al neoplatonismo: essa vede le Sephirot come parte della natura divina e partecipi della sua essenza. La seconda concezione si trova per la prima volta nel Sepher-ha-Bahir, un midrash comparso in Provenza alla fine del XII° secolo, che precorre molte idee dello Zohar; essa le vede già differenziate dal divino, suoi attributi distinti, operanti nell’umano, ed è riferita specialmente alle sette Sephirot inferiori, ciascuna delle quali riceve, come un recipiente, l’influsso divino, divenendone nello stesso istante uno strumento. La concezione immanentistica, più marginale, si integra nella concezione della preghiera, attraverso la quale il chassid (devoto) contempla l’infinità delle Sephiroth nel mondo e di conseguenza l’unità di Dio. Più modernamente, la concezione psicologica delle Sephiroth le intende come potenze che sono riflesso del divino nell’uomo, attraverso le quali egli può conseguire l’unione mistica, sciogliendole dai legami materiali e raffinandole sempre più, fino a ricondurle alla loro essenza sottile. Il pensiero divino discende nell’uomo fino a divenire processo mentale e poi attività fisica ed esteriore, procedendo verso aspetti sempre più corporei dell’uomo. Le ultime due Sephirot, dotate di evidente valenza sessuale, sono da intendersi non a livello teosofico, riferite cioè a relazioni intradivine, ma attraverso il riferimento ad una mistica coniugale (Scholem, 1960), che intende il rapporto tra Dio e uomo come quello tra sposa e sposa, o ad una condizione di androgenia psicologica, come i due principi maschile e femminile rappresentati nella psiche, che l’uomo deve integrare se vuole recuperare la condizione di perfezione dei primordi (Adam Kadmon).
L’albero delle Sephirot secondo Ysaak Luria, Amsterdam, 1708.



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