7 – Pratiche ascetiche e illuminazione interiore nelle dottrine religiose dell’India

Natararaja, forma di Shiva danzante, con la sposa Parvati (a sn.) e un seguace ( a dx), dipinto del Tanjore, Arles, coll. priv.

L’ascesi rischiara la mente

spalanca le porte all’intesa

visione del tutto consente

prudente ragione sospesa

Andiamo ora ancora più ad oriente, nello Yoga Tantrico, l’insieme di dottrine rituali, mitologiche, etiche, iniziatiche che a partire dal medioevo operò una sintesi mistica assimilando tutte le correnti spirituali indiane, ivi incluse quelle primitive dell’India dravidica preariana. Ricordiamo che yoga deriva dalla radice sanscrita yugj-i, congiungere, aggiogare; tra i darshana (sanscrito visione, nel senso di Weltanschauung, sistema di pensiero) classici figurano appunto gli yoga-sutra di Patanjali, aforismi sullo Yoga, una serie di pratiche ascetico-meditative per conseguire l’unione col divino. Il grammatico Patanjali (ma sarà lo stesso personaggio?) li avrebbe codificati intorno al terzo secolo a. C., anche se la tradizione indù lo colloca in un’epoca alquanto antecedento, in numero di duecento, redatti in stile molto conciso e spesso oscuro, tanto che per comprenderli sono necessari molti commenti, classico quello di Vyasa, la Sankya pravachana, la lunga glossa di Vichaspari Mishra e il commento di Bhoja. Essi insieme costituiscono lo Yoga darshana, la visione della reintegrazione.Tantra invece viene dalla radice sanscrita tan, telaio, intelaiatura, strumento per tendere, indica quei sistemi dottrinali che a partire dal IV°-V° secolo d. C., in forma anonima ed in un sanscrito talora alquanto irregolare, raccolgono ricette alchemiche, magiche, yogiche, mistiche per il conseguimento d’ogni sorta di risultati – dai beni terreni alla distruzione dei nemici, dai poteri paranormali alla liberazione dal ciclo delle rinascite – assieme al sapere ritualistico dei Veda e a un certo interesse per la visione scientifica del mondo propagandata da alcune scuole di pensiero. I tantra, assieme agli agama della tradizione brahmanica e ai sanhita, sono scritti sincretici di cui viene invocata l’origine soprannaturale; essi compaiono nel Visnuismo, nello Shivaismo, nello Shaktismo, nel Giainismo, nel Buddhismo Mahayana. Nel Tibet in particolare si assiste a molteplici scambi con la religione pre-buddhista Bon, col risultato della formazione nel Buddhismo di un nuovo “veicolo”, il “veicolo di folgore adamantina” (vajrayana), destinato a una grande espansione in Tibet e nell’Estremo Oriente; donde il passaggio del termine tantra-yoga a designare le pratiche ascetico-meditative del Buddhismo vajrayana, basate sulla visualizzazione della forma iconografica dell’entità divina di fronte al praticante, seguita dall’identificazione con la divinità tramite l’assorbimento in sé del corpo di quella, e infine dalla dalla visualizzazione del proprio corpo come identico a quello della divinità. Qui però intendiamo riferirci ad una diversa procedura, pure essa di derivazione tantrica, da non confondere con le pratiche del Buddhismo tibetano, cui ritorneremo più, e che è più giusto chiamare laya-yoga – Yoga della dissoluzione, ovvero dell’unione degli opposti maschile e femminile – o kundalini-yoga, perché basato appunto su un procedimento di risalita attraverso i sei centri energetici posti lungo la spina dorsale, i chakra, dell’energia cosmica di segno femminile, Shakti o kundalini, fino a riunirsi nel settimo chakra col principio maschile, Shiva o Paramashiva.

Dattatreya, divinità induista che riassume in sé le tre persone della trimurti (Braham, Shiva e Vishnu), dipinto in legno del Tanjore, Arles, coll. priv.

Si può parlare in questo senso di una religione? Piantelli (2005) sottolinea il diverso significato di questo termine nel mondo indiano rispetto all’Occidente. Gli storici delle religioni occidentali hanno attribuito il nome di religione ad esperienze spirituali che sono qualcosa di diverso da ciò che è abituale per la tradizione occidentale. Esse sono caratterizzate da propri testi sacri, fondanti, interpretati e integrati da letterature autorevoli posteriori più o meno ampie, che sovrappongono allo sfondo culturale indiano sistemi dottrinali autonomi, distinti da quelli diffusi nella generalità della popolazione, seppur rispondenti alle stesse modalità rituali e agli stessi approcci cultuali da parte di asceti e devoti. Importante è il criterio dell’appartenenza etnica, come si può rilevare ad esempio dall’ammissione ad alcuni santuari amministrati con criteri particolarmente rigorosi, in particolare al momento del delinearsi della etnia hindu come una sorta di comunità etnico-religiosa. Più che il termine religione, per questi indirizzi dottrinali e devozionali, sembra appropriato quello di “stile di vita” (way of life), o di “visione del mondo” (Weltanschauung), e non a caso Von Glasenapp (1988) riprende il termine sanscrito darshana, punto di vista, modo di vedere, per indicare indirizzi di pensiero e di pratica cultuale mantenutisi fino ai nostri giorni da due millenni, attraverso formulazioni e sviluppi sempre nuovi. Nella tradizione induista si possono così distinguere alcuni indirizzi, o visioni del mondo, o stili di vita, o darshana:

- il brahamanesimo, che deriva dai Veda, “scienza, dottrina sacra”, antiche raccolte (samhita) di inni sacri e di canti magici redatte in sanscrito arcaico e destinate al culto e a pratiche apotropaiche, il Rigveda, il Samaveda, lo Yajurveda e l’Atharveda. Essi culminano nelle speculazioni mistico-cosmologiche delle Upanishad, testi esoterici assai venerati formanti la “fine dei Veda”, il Vedanta, attribuiti dagli occidentali a un’età più posteriore e più raffinata;

- il visnuismo, la religione del dio Visnu e dei suoi Avatara (incarnazioni nel mondo), Krisna e Rama;

- lo shivaismo, religione del dio Shiva;

- affine a questa è lo shaktismo, religione strettamente iniziatica della Grande Dea, adorata nelle vesto della multiforme Shakti, potenza universale, e nella quale rientra la devozione a Kali;

- il tantrismo, teologicamente affine allo shivaismo e allo shaktismo, la religione dei tantra, libri-telai anonimi redatti in un sanscrito fitto di termini tecnici, che fondano la pratica cultuale e la teologia dei devoti non solo al dio Shiva e alla Shakti, ma di altre importanti scuole soteriologiche non hindu, quelle appunto del Buddhismo Mahayana. Il tantrismo dovrebbe pertanto riferirsi a un movimento cultuale paninidiano, in pratica coincidente, a partire dal IV-V secolo d.C, con l’intero orizzonte religioso del subcontinente indiano.

Queste distinzioni sono più occidentali che indiane, e vengono rifiutate dall’ortodossia smarta (dei seguaci della smarti, tradizione o memoria dei Veda), che li considerano aspetti della vicenda di una comune realtà spirituale, il Dharma. Questo termine di difficile traduzione, dal vedico Dharman, mantenitore, sostenitore, rinsaldatore, cfr. il latino firmus, designa una potenza impersonale che sorregge, conservandolo e rafforzandolo, il fluire armonioso degli eventi della natura, sentito come solidale con l’osservanza delle norme di comportamento degli Arya e i riti che assicurano la coesione del cosmo e della società umana, sì da formare una Legge trascendente dell’Ordine cosmico, la Rta, il corso delle cose. Dharma è quindi la Legge, l’Ordine, il Fondamento delle cose, e come tale fa parte della tetrade dei fini umani, assieme al Piacere (Kama), all’Utile-Ricchezza (Artha) e alla Liberazione dal ciclo delle rinascite (Moksa). Nel Mahabharata, il poema epico nazionale dell’India, la questione della supremazia di un fine rispetto all’altro è fatta oggetto di vivaci dicussioni e di personificazioni nei vari protagonisti. Nel poema dentro il poema, la Bhagavad Gita (Canto del Beato), tra gli insegnamenti che Krishna, (incarnazione di Vishnu e simbolo del dio personale), impartisce ad Arjuna, simbolo dell’Io paralizzato dai propri conflitti nell’espletamento dei doveri di casta (Arjuna è uno khsatriya, guerriero, e il dovere di un guerriero è combattere, anche se opposto a parenti e amici) vi sono le tecniche di Yoga, essenziali per conseguire l’azione disinteressata:

Colui che sa vedere nell’agire il non-agire e nel non-agire l’azione, quegli tra tutti gli uomini possiede la vigilanza dello spirito, quegli è unificato nello yoga, quegli assolve tutti i suoi compiti…

Abbandonando ogni attaccamento al frutto dell’atto, eternamente soddisfatto, non cercando alcun appoggio esterno, anche se si impegna nell’azione, non “fa” assolutamente nulla (Bhagavad Gita, a cura di Esnoul, p.61-2).


Krishna, sul sacro vahana Garuda, combatte con Indra, guazzo su carta, ms. Harivamsa fine XVI sec., Londra, Victoria and Albert Museum


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