I chakra, da C. G. Jung, La psicologia del kundalini-yoga (1996), Boringhieri, Torino, 2004

In alto lo sposo e la sposa
nel loto di petali mille
ascesa la serpe riposa

proietta potenza e scintille

Come dice Danielou (1973), poiché l’universo è interamente impregnato dall’Essere supremo, non c’è un solo suo aspetto che non possa essere utilizzato come supporto per la realizzazione del divino. Questa idea in certo qual modo si propone di ripercorre in senso inverso il processo della creazione. Così, ad esempio, le posture o ananas, oltre a voler essere delle posizioni comode, tali da potere essere mantenute il più lungo tempo possibile – ciò lascerà sicuramente interdetti all’inizio i praticanti occidentali – hanno anche la particolarità di disporre i chakra in una posizione che richiama quella della specie vivente da cui l’asana prende il nome. Praticare una certa postura significa quindi disporre i chakra in maniera analoga a quelli di una certa entità cosmica, che si manifesta in una determinata specie vivente, ed entrare in sintonia con essa. Infatti Yoga viene dalla radice sanscrita yuj, unire, cui si aggiunge il suffisso ghan, compimento:

Ciò che unisce è chiamato Yoga (citato in Danielou, p.19).

In effetti lo yogin cerca nel suo processo di sviluppo interiore di riassorbire nel non-manifestato i differenti aspetti della manifestazione individuale. Ciò è tanto più evidente nel laya yoga dove i diversi chakra corrispondono ciascuno a un elemento della creazione (bhuta), a una qualità o essenza elementare sottile (tanmatra), a un organo sensoriale (jnanendryia) e infine a una facoltà motoria (karmendiya). Si deve ad Avalon (1968) una nota trattazione del percorso ascendente attraverso i chakra con le sue complesse implicazioni ontologiche e cosmologiche, ripresa poi da Guenon (1983).

Vi sono le scuole che per il risveglio di kundalini praticano il maithuna, l’unione sessuale rituale, come la scuola kashmira del Maha Grama, “Grande Successione”, intesa sia nel senso delle diverse fasi della manifestazione-riassorbimento del cosmo e/o delle divinità ad esso corrispondenti, le dodici Kali che con la loro ruota ne asssicurano l’ordinato precedere, che delle fasi del coito rituale. La trasmissione degli insegnamenti più riservati del Krama avveniva attraverso le donne, le yogini, depositarie delle tecniche più avanzate del coito rituale, esercizi psico-fisici finalizzati all’ascesa della kundalini, e comprendeva i cinquanta stadi della sacra unione, detta “gradualità della condotta” (caryakrama). In concomitanza con i preliminari i due partner utilizzano l’intensificazione degli stimoli sensoriali per entrare in uno stato di attenzione concentrata e distaccata, propria del samadhi. Durante l’amplesso, essi passano alternativamente dallo stato quiescente (santa), riposo nella profondità dell’esperienza del Sé, a quello sorgivo-emergente (udita), libero slancio del desiderio, ciascuno badando a favorire l’insorgere dello stato complementare dell’altro prima di accedere a quello opposto; al picco dell’intensità estroversa dell’uno deve corrispondere l’avvallamento del samadhi introverso dell’altro, utilizzando il ritmo naturale del rapporto. In uno stato quiescente prolungato, essi sperimentano la coscienza del Sé albeggiante nella confricazione (sarighatta) di Shiva e Shakti. Il momento attivo del coito riprende, ma mentre prima i due parter erano in fasi alterne del ritmo, ora questo diviene concorde, grazie all’adozione della kramamudra, “sigillo del procedere graduale, una meditazione vigile che si apre ora sull’intimo della coscienza, ora sul mondo esterno, le sensazioni del coito, pervadendole con la presenza del Sé. Finché, grazie all’attinta identità della kramamudra, la kramamudrasamata, entrambi unificano e superano quiesenza ed emergenza, attingendo alla beatitudine ultima data dalla kundalini che ha ormai raggiunto il loto invisibile posto dodici dita sopra il capo, dimora di Shiva nel mondo umano.

Ogni loto porta nel suo pericarpo lo yantra o simbolo geometrico del bhuta corrispondente, nel quale si trova il bija mantra (seme del suono, è la manifestazione sonora della divinità, la sillaba-seme che le corrisponde) dello stesso, sorretto dal suo veicolo simbolico (vahana). Gli indù attribuiscono infatti al suono un valore fondamentale nel processo della creazione. All’esplosione o differenziazione del Bindu (punto) supremo primordiale era presente il suono non manifestato (Shabda), che diviene la sorgente dello Shabdabrahaman, suono manifestato. Questo a sua volta rappresenta l’inizio del linguaggio, delle idee e degli oggetti, facilmente riconducibile al Logos del pensiero coccidentale.

In ogni chakra è presente una divinità, che vi presiede, con la sua shakti, controparte femminile-energetica. Così, ogni mondo ed ogni divinità corrisponde ai centri di coscienza dell’essere umano, come abbiamo visto nella teosofia islamica. Infine, ciascuno dei petali dei loti porta iscritta una delle lettere dell’alfabeto sanscrito, o meglio i petali sono le lettere stesse. I chakra sono le tappe del viaggio interiore: sono mappe, diagrammi su cui lo yogin focalizza la sua attenzione durante la meditazione, e ogni centro corrisponde a una forma di realizzazione. In questo percorso inverso di riassorbimento dei mondi della manifestazione che sono in lui infine egli giunge allo Shabdabrahaman, lo stato causale e non manifestato del suono, che è rappresentato da Kamakala, che è la radice (mula) di tutti i mantra, e che si manifesta nella forma più grossolana e sensibile nel Traipura (triangolo) del primo chakra, muladhara, punto di partenza del viaggio iniziatico.

Le nozze di Shiva e Parvati, con angeli officianti, acquerello indiano, 1180

Nello Yoga la divina energia cosmica in forma di serpente arrotolato, kundalini, quando è ridestata dalle pratiche ascetiche – tra cui le tecniche di controllo del respiro – perfora i sette chakra, ruote d’energia fiammeggianti, disseminate lungo la sushumna nadi, il canale principale dell’energia all’interno della spina dorsale. Finchè, nel chakra supremo, il loto dai mille petali posto al di sopra della calotta cranica (sahasrara), si ricongiunge al principio maschile, il Paramashiva che lì dorme, e si espande all’infinito – poiché Shiva ha un aspetto umano e uno cosmico, e quest’ultimo è aperto dall’unione con la sua Shakti. Nel laya yoga, metodo spirituale di derivazione tantrica – che già nel nome riecheggia il solve et coagula, poiché esso significa unione (Yoga) per mezzo della dissoluzione (laya) – il principio dell’energia femminile, la Shakti, forza naturale latente in ognuno di noi, percorre al suo risveglio un cammino ascendente paragonabile a quello dell’iniziato che attraverso le sfere planetarie si innalza fino a Dio. Lungo la sushumna nadi si avvolgono a spirale le altre due nadi che nella forma ricordano i due serpenti che circondano il caduceo, e nelle loro proprietà rimandano allo Zolfo e al Mercurio: una (pingala) è calda e secca, e di color rosso, come lo Zolfo alchemico, il leone, l’aquila, il grifone; l’altra (ida) è fredda e umida, come il Mercurio, il drago, il serpente. Dalla contrapposizione e dalla lotta tra i due principi nasce la trasformazione alchemica; il leone che trionfa sul drago corrisponde allo Zolfo che fissa il Mercurio, e quando le due forze si risvegliano la loro opposizione si manifesta come un’estrema tensione, laddove esse si stringono, si mordono, si avviluppano, in un rapporto simile all’unione sessuale. Nel procedimento ascetico-conoscitivo del Tantra-Yoga il sadhaka (praticante) arriva a differenziare e a riconoscere in sé gli opposti, nella forma delle due nadi, ida e pingala, sottoponendoli poi a un percorso di integrazione e di unificazione che porta a uno stato di non-dualità (advaitha). Egli riconosce in sé, nel suo microcosmo, i due principi costitutivi del macrocosmo: entrambi rimandano continuamente l’uno all’altro, entrambi, nella loro intima essenza sono Uno; insieme sono Sat-Chit-Ananda, Essere-Coscienza-Beatitudine, termine che indica la realtà Suprema.

Il praticante deve affrontare la sfida che il conflitto degli opposti gli pone. kundalini possiede meravigliosi attributi. Lei è Para Shakti, l’energia suprema, che come ingannevole Maya, l’illusione, tenta il vivente, jiva, l’anima individuale limitata dal corpo e unita ai sensi, e lo vincola alla sempre ricorrente ruota delle rinascite (samsara). Ma, paradossalmene, nel veleno si cela anche il rimedio: la seducente femmina che lo attira nel letto del piacere seguito dalla procreazione e dal dolore, è anche la compassionevole madre che crea in lui la sete di sapienza e il desiderio di trascendenza, e la compagna soccorrevole che lo dota della superiore intuizione per condurlo alla realizzazione della sua natura celeste. In questa sua versione trasfigurata nell’esperienza del sadhaka ella può ricongiungersi a Para Shiva, il supremo Shiva, che trascende tutti gli attributi e tutte le forme e che ha sede nel saharasrara chakra. A lui lo yogin deve condurre kundalini per ottenere la liberazione del jivatman, anima individuale, e ricongiungerla al paramatman, lo Spirito supremo. Così si realizza il compimento dello Yoga nell’unione del principio femminile e del principio maschile nel corpo del sadhaka, di Shakti e di Shiva. Nella teandria (divenire dio) dello yogin, nella cosmicizzazione del corpo, la sushumna nadi è l’axis mundi, l’asse mediano che ricongiunge Terra e Cielo, materia e spirito, energia e forma; ma è anche il Mehrudanda (bastone del Mehru, la montagna sacra, l’Everest) ponte fra la sfera profana e quella sacra. Essa deve essere scalata e domata di livello in livello, ovvero padroneggiata nei suoi differenti stati dell’essere (chakra, sfere planetarie, elementi metallici) per arrivare al luogo che è al di fuori del tempo e dello spazio. In questo consiste il cammino ascendente di kundalini, l’energia di base, che presiede al funzionamento del corpo, ed è ordinariamente in uno stato di quiescenza, in attesa di essere risvegliata per riunirsi a Paramashiva. Infine, lo yogin fa dello stato di beatitudine che consegue all’unione di Shiva e di Shakti la sua dimora permanente, e diviene un jivan-mukta, un liberato in vita.

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