Yama, dio della morte, tiene tra le fauci il Bhavachakra, la ruota delle esistenze, col ciclo di reincarnazioni del samsara
In stato sospeso s’arresta
trascorsa dal corpo la mente
evade dal sommo di testa
s’abbaglia di luce splendente
Mentre le scale celesti che abbiamo finora considerato mostrano un percorso ascendente, il Bar-do Thos-grol Chen-mo (Il libro tibetano dei morti, titolo sotto cui sono stati tradotti un ciclo di testi noto nell’originale tibetano come La grande liberazione attraverso l’udire dagli stati intermedi) descrive un percorso discendente dell’anima. E ciò si può ben capire. I cammini iniziatici e le procedure di perfezionamento interiore partono da una base materiale greve, densa, grossolana, più o meno corrotta, per arrivare a un vertice di sottigliezza, illuminazione, trasparenza, assorbimento nel divino. Il Bar-do Thos-grol però non è un percorso di conoscenza e di trasformazione che si indica ai vivi per portarli alla loro più piena espressione e al superamento della condizione umana, bensì un’istruzione impartita al defunto perché, lasciata la condizione di esistenza, egli possa non farvi più ritorno, e abbandonare il ciclo delle rinascite.
La condizione “assoluta”, l’esperienza più piena della luce e della dissoluzione nel divino, è l’esperienza iniziale della morte. Se il defunto, a causa della pesantezza e della non elevatezza spirituale della propria condizione, non riesce a coglierla, ovvero ad abbandonarvisi, egli inizia una spirale di discendente di incontri con forme dell’essere e sfere d’esistenza sempre più materiali e dense, sovente spaventevoli e comunque risucchianti, al punto che, se non avrà fatto tesoro delle raccomandazioni impartitegli per evitarle, egli concluderà la fase di transizione che segue alla sua morte con una nuova incarnazione.
Bar-do infatti significa intervallo, stato intermedio, da bar, tra, e do, punto, isola, quindi un punto di riferimento in mezzo a due cose, o un’isola in mezzo a un lago: la condizione tra morte e rinascita, tra sanità e pazzia. La religione Bon, seguita dalle popolazioni del Tibet prima dell’avvento del Buddhismo, offriva una serie di indicazioni molto chiare circa il modo di trattare la forza psichica che il defunto lascia dietro di sé, le impronte, le emanazioni, la temperatura, per così dire, che impregnano l’ambiente dopo il trapasso. Un precedente in tal senso è il Libro egiziano dei morti; sia la tradizione Bon che quella egiziana si riferiscono a questo tipo di esperienza, come rapportarsi alle impronte, più che avere a che fare con la coscienza della persona.
Il Bar-do Thotrol si propone una cultura della morte: aiutare lo stato mentale di chi sta per morire o è appena morto, concepito come una condizione di profonda incertezza e perplessità, a mezza strada tra la follia e l’illuminazione. E infatti questo stato-limite ha appunto due esiti di segno opposto, al termine dei quali c’è la liberazione del nirvana o una nuova incarnazione. Il Bar-do è una serie di istruzioni per prendere atto che “la morte non è un mito, ma sta realmente accadendo” (Chogyam Trungpa, 1975, p.40), e conseguentemente per vivere questa fase di passaggio nel modo più remunerativo possibile, tale cioè che, anche se i meriti accumulati nell’esistenza non siano tali da garantire al moribondo la liberazione dal samsara, egli possa conseguirla attraverso un’adeguata condotta durante lo stato di Bar-do. Infatti, come osserva anche Jung (1935-53), è propria della mente al momento della morte la più alta acutezza e penetrazione, e quindi la massima possibilità di liberarsi. Tutto ciò attraverso delle istruzioni al morente-defunto sulle visioni che gli sperimenta, in base al presupposto che vi è ancora un contatto tra lui e i viventi. In tal caso,
“…Quando diamo istruzioni a qualcuno che sta per morire, in realtà ci rivolgiamo a noi stessi. La nostra stabilità è parte della persona che sta morendo: se siamo stabili, automaticamene essa, nello stato di Bar-do, ne sarà attratta. In altre parole, presentiamo una situazione solida e sana a chi sta per morire, stabiliamo semplicemente un rapporto, apriamoci simultaneamente l’un l’altro e creiamo l’incontro delle due menti” (ibid., p.41).
Particolare del volto del guru Padmasambhava, uno dei fondatori del Buddhismo tibetano, nel tempio di Jokhang a Lhasa
Il Buddhismo riprende la tradizione Bon e la integra nel corpo dei suoi insegnamenti, specie quelli del Buddhismo Mahayana (del Grande Veicolo), e ancor più nelle scuole a direttiva magico-ritualistica del Veicolo Adamantino (vajrayana) o tantrismo buddhista. Queste scuole sono attribuite dagli studiosi (Von Glasenapp, 1948, Tucci, 1957) all’inizio della decadenza dottrinale del Buddhismo, in cui la sottigliezza dialettica pian piano si spegne, le vedute induistiche vi penetrano sempre più pervasivasivamente, e alla fine assistiamo alla nascita di sistemi ibridi, che cercano di fondere fedi completamente estranee – come quella shivaita, o la religione del Tibet pre-buddhista Bon – con la dottrina soteriologica. E’ in effetti difficile conciliare le tradizioni mistiche induistiche, di impronta teistica – in specie la shivaita – con la concezione della Buddhità, della coscienza-deposito e dell’identità indefinibile oltre il processo instabile del pensiero, a meno che queste non vengano intese ontologicamente e non gnoseologicamente. E’ quello che avviene nei sistemi gnosticheggianti di carattere esoterico del Veicolo Adamantino, dove la salvezza viene concepita come reintegrazione nell’Uno-Tutto, ritorno alla perfetta natura del Buddha e recupero di essa in quanto natura originaria, che nell’uomo brilla come gemma nascosta, in attesa di essere estratta e redenta dalle scorie avventizie perché quella luce possa tornare interamente a risplendere. Prende piede conseguentemente una complessa liturgia intesa a produrre nell’adepto la revulsione dal piano dei cicli di esistenza ininterrotta fondata sull’ignoranza e caratterizzata dalla sofferenza (samsara) per condurlo al piano divino. In effetti una convivenza e uno scambio tra Buddhismo Mahayana e le esperienze esoteriche induiste, rappresentate dalle scuole agamiche e tantriche visnuite e shivaite, vi è stata fin dall’inizio del primo, dove l’esigenza teistica si è manifestata con l’emergere nei secoli dei vari Buddha e Boddhisattva divenuti elementi del pantheon tantrico, e con un crescente impiego di mantra focalizzati su tali figure, funzionale alla crescente ritualizzazione delle seconde.
Buton Rinpoche, abate del monastero di Shalu, tra boddhisattva e altri famosi monaci tibetani, thanka (pittura su seta) tibetano, XVII sec., Asian Art Museum, S. Francisco



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