Avalokitesvara, (Boddhisattva Padmapani), “il Signore che sogguarda” con la cosa dell’occhio gli esseri, pieno di pietà per loro, tankha nepalese
Lo stato intermedio s’adempie
prorompe nel vuoto la luce
le forze mentali sono scempie
timore smarrito produce
Bar-do, come abbiamo visto, significa stato intermedio, condizione di confine. In origine questa espressione nella letteratura del classico Abhidharma indicava esclusivamente il periodo intercorrente tra il momento della morte e il momento della rinascita. Poi, secondo le scuole Nying-ma e Kagyu, l’espressione è passata ad alcune fondamentali fasi della vita e della morte.
Secondo l’insegnamento del Buddhismo tantrico, esistono sei stati di Bar-do:
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il primo, skyes-gnas Bar-do o rang-bzhin Bar-do, Bar-do della Nascita (skyes) o della Natura (rang-bzhin) è lo stato intermedio dell’esistenza, del vivere, in condizioni di veglia, lo stato (gnas) che intercorre tra una nascita e una morte, perché l’esistenza terrena stessa è uno stato di Bar-do, il Bar-do della visione karmica così come si manifesta nella vita di ogni essere vivente, e che è vissuta come un’esperienza transeunte;
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il secondo, bsan-gtan Bar-do, è lo stato intermedio della concentrazione meditativa;
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il terzo, rmi-lam Bar-do, è lo stato intermedio del sogno;
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il quarto, chi-kha’i Bar-do, è lo stato intermedio del tempo della morte, l’esperienza delle visioni che si susseguono da quando iniziano i sintomi della morte fino al cessare delle funzioni vitali;
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il quinto, chos-nyid Bar-do o dharmata Bar-do, è lo stato intermedio dell’essenza della realtà, la Dharmata (sanscrito: essenza, in tibetano chos-nyid), lo stato durante il quale, essendo cessate le funzioni sensoriali, si manifestano le proiezioni della mente. Se non si riconosce la natura delle visioni, queste strutturano un “corpo mentale”, derivato dai residui irrisolti dell’esistenza precedente e preludio a un’esistenza successiva, che però prima di manifestarsi è preceduta da:
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il sesto, srid-pa’ Bar-do, è lo stato intermedio della rinascita (srid-pa), la visione del nuovo “corpo mentale”, che si protrae finché esso si installa in un nuovo corpo fisico che corrisponde alle sue esigenze, e l’essere rimane imprigionato in una nuova visione karmica, che reinizia il primo Bar-do, dalla nascita alla morte.
Durante ciascuna di queste fasi, la coscienza di un essere senziente assume particolari facoltà (si dice ad esempio che durante lo stato di Bar-do dell’essenza e della rinascita la coscienza è nove volte più acuta che durante la vita terrena), cui corrispondono specifiche tecniche meditative che portano alla realizzazione della natura ultima della mente e dei fenomeni. Gli stati di Bar-do sono pertanto particolari opportunità, in cui anche individui che durante la vita terrena non hanno accumulato meriti e condotto pratiche meditative possono conseguire la Grande Liberazione dal ciclo delle rinascite. La realizzazione della natura ultima della mente e dei fenomeni assume tre dimensioni(trikaya), i tre corpi di un buddha, che corrispondono a uno stato naturale e alle qualità emanazionali della piena illuminazione. Essi sono detti corpi buddhici (kaya) o corpi fruizionali del buddha, espressione che non si riferisce solo al corpo fisico di un illuminato, ma anche alle dimensioni variabili con cui si presenta l’incarnazione degli attributi pienamente illuminati. Il primo corpo fruizionale, o Corpo Buddhico della Realtà (dharmakaya), è la natura ultima o l’essenza della mente illuminata, che è increata, libera dai limiti dell’elaborazione concettuale, fondamentalmente vacua, naturalmente radiosa, oltre la dualità e vasta quanto il cielo.
Pittura murale tibetana con un mandala raffigurante diversi Buddha disposti in circolo
Lo stato intermedio del tempo della morte è ritenuto propizio alla realizzazione del Corpo Buddhico della Realtà, in quanto nel momento della morte la dimensione fisica e quella mentale si dissolvono nella luminosità interiore e la coscienza e l’energia si trovano nel loro più sottile livello non-duale, come nel sonno profondo. Il secondo corpo fruizionale, o Corpo Buddhico della Perfetta Risorsa o del Perfetto Godimento o dell’Infinita Potenzialità (sambhogakaya) è il corpo fruizionale dello stato intermedio dell’essenza della realtà (Dharmatà), in cui l’esperienza percettiva rimane, ma le forme fenomeniche sono molto più sottili e non-sostanziali, come in un sogno. Le forme luminose, immateriali e non ostacolabili della pura energia della mente illuminata sono esemplificate, nel Bar-do, dalla schiera delle quarantadue divinità pacifiche e da quella delle cinquantotto divinità infuriate. Esse diventano spontanealmente presenti e naturalmente manifeste a livelli molto elevati di realizzazione meditativa, ossia al punto in cui si dissolve la dualità soggetto-oggetto. Lo stato intermedio dell’essenza della realtà è ritenuto propizio alla realizzazione del Corpo Buddhico della Perfetta Risorsa. Da qui le forme assumono un’esistenza sempre più grossolana, che culmina nello stadio della rinascita, e il cui corpo fruizionale è il Corpo Buddhico di Emanazione (nirmanakaya). Questo è la manifestazione visibile e solitamente fisica degli esseri pienamente illuminati che sorgono spontaneamente, quando sia opportuno, dalla sfera del Corpo Buddhico della Realtà, in base alla disposizione degli esseri senzienti. Vi è poi un quarto kaya, il Svabhavikakaya, il Corpo della Natura Essenziale, che trascende e comprende gli altri tre, stato della coscienza primordiale che è Chiarezza e Vuoto inseparabili, puro e manifesto nella propria condizione oltre l’azione. Attraverso dei livelli avanzati di pratica meditativa, si può arrivare a concepire i tre corpi fruizionali come fossero reali: l’esperienza è accompagnata, oltre che a stati alterati di coscienza, da modificazioni fisiologiche del praticante. L’essenziale è tagliare o interrompere l’energia grossolana che serve come motore delle elaborazioni concettuali. Se l’adepto riesce a interromper il flusso dell’energia karmica, allora, anche se rimangono le propensioni dell’ignoranza fondamentale, esse saranno rese impotenti. Ad esempio, l’adepto progredito può creare intenzionalmente – attraverso le pratiche meditative e il controllo del respiro – una condizione quasi identica alla reale esperienza di morte, attraverso la dissoluzione dei livelli grossolani di energia e di coscienza. Egli in tal modo consegue l’esperienza della fondamentale luminosità interiore, e il corpo illusorio delle divinità meditazionali. Lo scopo fondamentale è la realizzazione della radiosità interna, della inseparabilità della vacuità dalla luminosità interiore, nel punto in cui tutte le coscienze e le energie grossolane si dissolvono.
Mandala rappresentante Buddha in forma di sole al centro di una costellazione, stampa giapponese (tardo periodo Muromachi), Tokio, coll. priv.



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