Mandala della coscienza estatica, Tibet, XIX sec.
L’accoglie primeva natura
aprendosi al vuoto e alla luce
processo cosciente perdura
ed oltre i pensieri conduce
Ognuno dei tre stati di Bar-do rappresenta in diverso modo un’opportunità di realizzazione di un corpo fruizionale del Buddha, ovvero una esperienza di liberazione e di conseguimento del Vuoto e della Luminosità. L’istruttore, seduto a fianco del defunto, ripete alcune raccomandazioni ricorrenti – non temere e non fuggire la luminosità e il vuoto, ma abbandonarvisi, mantenere la mente concentrata, invocare il proprio Yi-dam, se lo si ha – e altre che sono tipiche di ogni stato intermedio. Lo Yi-dam, la divinità protettrice, o nume tutelare, va inteso nel senso di una forma di energia corrispondente al principio mentale dell’adepto, che quindi ne rappresenta il dio personale. Gli Yi-dam sono le espressioni simboliche della natura originaria dell’individuo sotto forma di divinità archetipiche, richiamate in modo che il praticante possa identificarsi con esse.
Si inizia con le istruzioni che accompagnano lo stato intermedio del momento della morte. Il processo di liberazione dai karma infetti che in vita può essere raggiunto solo attraverso una rigorosa disciplina di rinunce e di acquisizione della conoscenza, può invece essere acquisito istantaneamente – naturalmente a patto che sussistano le condizioni interiori di liberazione dai karma impuri, e quindi comunque attraverso un percorso di perfezionamento interiore – in punto di morte. In quel momento, l’individuo possiede una chiarezza mentale secondo gli insegnamenti nove volte superiore perché la coscienza non è ostacolata dai condizionamenti materiali. Può perciò far tesoro delle istruzioni ricevute e riconoscere le visioni che gli appaiono come illusorie espressioni della propria natura. Come riassume nel suo commento introduttivo il Dalai Lama (2005), le pratiche del Buddhismo Tantrico permettono al discepolo di ottenere la buddhità (illuminazione) entro una singola vita, prima del momento della morte, ma per coloro che non ne sono stati capaci vi è la straordinaria opportunità di trasformazione offerta dai processi naturali di dissoluzione e di reintegrazione dei processi della morte, dello stato intermedio e della rinascita. L’arresto del continuo moto condizionato dei pensieri coincide con l’immediato attuarsi dell’altro piano, spazio infinito ed indistinto, il piano nirvanico dove il karma non opera. Il Bar-do è un “libro dello spazio” (Trungpa, 1975), uno spazio che contiene nascita e morte. In alcune scuole l’arresto dei pensieri fu concepito come la restituzione del principio cosciente vijnana alla sua integrale e nativa impassibilità, o meglio come la restituzione allo spazio infinito, che alcune scuole pongono a fianco del nirvana, come l’incondizionato, l’asamskrta, il non prodotto da cause. La dissoluzione della coscienza nello spazio è presente anche nel laya-yoga come prodotto finale dell’unione di kundalini con Parama-Shiva, e proiezione dell’Atman nel Brahaman.
L’avvicinarsi della morte è accompagnato da angoscia, sgomento, terrore, sia per il piano fisico, perché la condizione del corpo è turbata, che per quello mentale, perché si perde il controllo di se stessi. Le sensazioni che si provano nel momento della morte derivano dal fatto che l’esperienza di morte si realizza nella separazione degli elementi universali costitutivi del corpo. Quando la terra svanisce nella sua essenza il corpo diventa pesante, non si può più assumere cibo, si perde la forza di alzarsi e di camminare, si perde la sensazione del tatto. Quando l’acqua svanisce, si alterano gli umori interni e la circolazione è disturbata. Quando il fuoco svanisce, le mucose diventano secche, si perde calore dalle estremità e si ha spesso la sensazione di bruciare. Quando l’aria svanisce nell’etere, la respirazione diventa difficile, le membra si immobilizzano, gli occhi si rivolgono all’ingiù.
Il paradiso occidentale della Terra Pura, dipinto nelle grotte di Dunhuang, VIII–X sec. d. C., Cina
Secondo il Buddhismo, la rinascita nell’esistenza condizionata può aver luogo, a seconda dei meriti acquisiti e degli stati di coscienza raggiunti con la meditazione, in tre regni: il regno che non ha forma, il regno della forma e il regno del desiderio. Essi sono descritti come differenti espressioni o modalità di energia (rhung), di cui la causa prima è l’ignoranza (avidya), che produce l’esistenza ciclica, e questa a sua volta l’energia karmica che ne è la forza attivante. La morte, lo stato intermedio e la rinascita sono modalità e differenti manifestazioni dell’energia karmica. La morte è lo stadio in cui i livelli grossolani di energia, quelli per intenderci che danno forma al corpo materiale, si dissolvono completamente. Lo stato intermedio è quello in cui queste energie si riaggregano e si sviluppano in una nuova forma. Lo stadio della rinascita è quello in cui esse si manifestano in una nuova esistenza.
L’esperienza della morte è accompagnata a un senso di irrealtà, di perplessità e di incertezza, incertezza relativa al fatto che si sta realmente morendo, prossima alla pazzia. Lo stato tangibile, logico, si dissolve, e non si è certi se si sia raggiunta l’illuminazione o perduta la propria sanità di mente. Ma è anche un’occasione unica di conseguire l’illuminazione, e questo è il senso del Bar-do del tempo della morte, che contiene le istruzioni da impartire al defunto perché possa conseguire la liberazione dal samsara al momento della morte.
Si allontana il contatto col mondo fisico, ma poi ci si rassicura perché la mente ancora funziona. Vi è una perdita di funzioni mentali, l’unico mondo di relazionarsi è attraverso le emozioni, si pensa a qualcuno che si ama o si odia intensamente. Poi segue l’esperienza assoluta della luminosità. Ci si vorrebbe arrendere, sorge un senso di trascuratezza. Dolore e piacere si manifestano nello stesso tempo, pioggia gelata e acqua bollente, la speranza dell’illuminazione e la paura di impazzire, una vera e propria complexio oppositorum. Finché l’io si arrende al paradosso logico e all’esperienza del conflitto, c’è un rilassamento, e quando ci si abbandona la luminosità si manifesta naturalmente.
Ad essa segue una luminosità più discreta. Un’intelligenza la collega allo stato risvegliato della mente e ciò produce un lampo di esperienza meditativa, che i buddisti chiamano dharmakaya, il primo dei tre kaya, o corpi di Buddha, il Corpo del dharma o Corpo della Realtà, l’assoluta natura del Buddha, che è la comprensione della vacuità e della mancanza di esistenza autonoma della mente. I praticanti più esperti, capaci di rimanere a lungo nello stato di meditazione, riconoscono che non c’è dualità tra soggetto e oggetto, e non c’è nulla da trasferire in nessun luogo. Essi riconoscono la propria luminosità naturale e si liberano spontaneamente. Quando l’energia diventa indipendente, completa, comincia a guardare e a percepire se stessa. Ma se la mente del defunto è confusa, e non si collega con l’intelligenza fondamentale, l’energia cresce ciecamente, e precipita dall’energia assoluta a diversi livelli di energia diluita. Compare una tendenza ad aggrapparsi alle cose, e da essa si sviluppa l’esperienza delle sei sfere del mondo, che costituisce il Bar-do dell’essenza della realtà (Dharmatà). Tuttavia esiste un’ultima possibilità di conseguire il dharmakaya, ed è la pratica del pho-ba, ovvero del trasferimento, mediante la visualizzazione e l’eiezione del principio cosciente lungo la nadi centrale, finché all’apice della testa esso fuoriesce dalla sutura coronale del cranio (la fontanella dei bambini) e si proietta nella dimensione dello spazio puro. Infatti secondo i Tantra il momento della morte è quello in cui bisogna procedere all’eiezione della coscienza, attraverso le raccomandazioni di un istruttore seduto accanto al morente. A questo modo si blocca il ciclo della rinascita.
Gampopa, “il medico di Dvagpo”, fondatore dell’ordine monastico dei Kagyupa, thanka tibetano, XVIII sec., coll. priv.



[...] 8.3 – Le istruzioni al morente durante lo stato intermedio del tempo della morte [...]