8.4 – Lo stato intermedio dell’essenza della realtà


Adhibuddha Samnthabadhra con la sua Prajna (Saggezza) Samathabadhra, thanka tibetano XIX sec.

Or vede del Buddha le schiere

avvinta al suo fianco compagna

d’entrar nella luce dispera

d’oscura caligin si bagna

Il defunto, per la sua confusione e ignoranza, in senso lato per i suoi demeriti karmici, ha perso così la prima possibilità, di riconoscere la possibilità del Bar-do che precede la morte e realizzare il dharmakaya. L’evento infausto tuttavia non toglie la possibilità della liberazione dal samsara. Altre istruzioni vengono date.

Sambhogakaya è il secondo kaya, o corpo di Buddha, il Corpo della Perfetta Risorsa, quell’aspetto della natura-di-buddha che comunica il dharma e appare sotto forma di divinità pacifiche e infuriate. Chi riconosce la propria luminosità naturale durante il Bar-do del momento che precede la morte realizza il Dharmakaya. Chi invece la realizza attraverso il riconoscimento delle visioni, delle luci e dei suoni come manifestazioni della propria energia e proiezioni della mente realizza il Sambhogakaya, durante il Bar-do dell’essenza della realtà. Se anche questa opportunità viene mancata, l’esperienza della luminosità e vacuità si può realizzare attraverso il Nirmanakaya, o Corpo dell’Emanazione, durante il Bar-do della rinascita.

Dharmatà significa “essenza delle cose così come sono”, le loro qualità essenziali. Il Bar-do della Dharmatà è la dimensione dove appaiono le visioni karmiche illusorie. Le sei passioni principali, ira, avarizia o avidità, ignoranza, orgoglio, gelosia ed egoismo sono le cause primarie delle visioni karmiche degli individui. Più individui possono avere una visione comune, che diviene una visione collettiva e struttura una sfera d’esistenza, un loka, che la tradizione tibetana descrive nell’ordine che segue.

1. La prima è la sfera degli dei infernali (che sono dominati da odio e ira), caratterizzata da un’esperienza di aggressività, terrore, minaccia, persecutorietà, una vera e propria paranoia, che scatena la tendenza a lottare e ad attaccare. L’inferno che si costruisce nella mente può essere incandescente e bruciare come il fuoco vivo o desolante e congelato nella morsa del ghiaccio e della neve.

2. Poi c’è la sfera degli spiriti affamati o famelici (preta), in cui l’esperienza fondamentale è l’avidità, la bramosia, la gola, il senso di povertà e di privazione, la fame insaziabile, la gioia del possesso. I preta hanno collo sottilissimo e pancia gonfia come un otre, e perciò sono sempre tesi alla ricerca del cibo ma insaziabili.

3. Più in alto c’è la sfera degli spiriti animali (che vivono sotto il dominio dell’illusione), caratterizzata dalla meccanicità, da un’eccessiva metodicità e praticità, dalla mancanza di umorismo e creatività, in una parola dalla paura, che li porta all’avarizia e all’attaccamento. Gli spiriti animali sono esseri ignoranti e incapaci di evolversi.

4. La sfera degli spiriti umani, successiva, è caratterizzata dall’orgoglio, dalla superbia, dalla ricerca del successo, del risultato a tutti i costi, dello sviluppo incontrollato, dal desiderio di affermazione.

5. Sopra questa, la sfera degli dei gelosi, o antidei, o asura, fatta di gelosia, invidia, rivalità, competizione, tendenza all’intrigo e incline alla complessità delle relazioni.

6. Infine, la più alta, la sfera degli dei (esseri celesti mondani il cui stato fondamentale è l’esaltazione egoica), il deva-loka, dove si è condizionati dal piacere, dal senso estetico, e si diviene consapevoli della propria individualità. Qui si sperimenta una perpetua samadhi, estasi, una condizione di assorbimento e di pace. Ma è questa è anche la sfera dell’inflazione dell’ego, della superbia e dell’orgoglio.

Ad ogni sfera compare sia una luce brillante di un tipico colore, che una luce fioca ed opaca. Le istruzioni sono di seguire la luminosità pura, che porta al superamento della condizione mentale in oggetto e alla perfezione, e di non lasciarsi attrarre dalla luce pallida e fioca. Altra istruzione viene data all’apparire delle forme illusorie che popolano la Dharmatà: l’assistente ripete al defunto che esse sono costruzioni della sua mente, e che deve riconoscerle come sue proiezioni.

La divinità terrifica Yamantaka unita alla consorte Vajravetali e dakini, guazzo su cotone, Tibet centrale, XVII-XVIII sec., coll. priv.

Il processo soteriologico è un cammino per gradi, che, attraverso una progressiva eliminazione dei dharma deteriori, ovvero che sono di impedimento alla salvezza, e l’incremento di quelli propizi, ad essa favorevoli, permette di raggiungere un grado di perfezione sempre maggiore, che infine porta alla soppressione delle passioni causa della rinascita. Il liberato, affrancatosi dall’odio, dal desiderio e dall’ignoranza, in possesso della perfetta pace dello spirito (shamata) e della comprensione che la realtà è effimera, non sostanziale e piena di sofferenza, pur continuando l’esistenza dei cinque skanda, diviene già in vita partecipe del nirvana, per entrare, alla morte, nel perfetto nirvana dal quale non potrà più risorgere ad alcuna esistenza individuale. La disciplina morale e la conoscenza arrestano il fluire continuo dei dharma infetti, fonte di sofferenza. La cessazione di questo moto condizionato toglie al pensiero, o meglio all’attività mentale impulsiva e condizionata che è tipica dell’uomo, la sua forza, che deriva dalla carica di proiezioni che la mente effettua sugli oggetti sensibili. Il termine di proiezione ritorna continuamente nel Bar-do: snang in tibetano significa “luce”, o “ciò che appare, sia interiormente che esteriormente”, e indica il modo in cui vediamo le cose, colorato dai nostri stessi atteggiamenti mentali; esso si colloca al di là della distinzione tra soggettivo e oggettivo, ed è stato tradotto anche con “forma-pensiero”, in una concezione dei pensieri come entità autonome cui la mente fa da contenitore-deposito.

La “Grande Completezza” (rdzogs-chen) resa possibile dall’istruzione iniziatica consiste nella comprensione del carattere illusorio sia delle visioni del mondo esterno, cioè delle cose concrete, sia di quelle del mondo interno, cioè dei nostri impulsi, sentimenti, pensieri, in quanto tutte quante causate dal nostro attaccamento. Secondo Norbu (2006),

Illusorio” significa che tutte le visioni sono relative alla nostra specifica condizione e che non esiste qualcosa di oggettivamente concreto e reale… Gli esseri hanno visioni diverse a seconda delle diverse cause karmiche… Superare la trasmigrazione ed eliminare gli ostacoli vuol dire realizzare l’essenza della propria mente. E per farlo è necessario utilizzare le opportunità della vita e prepararsi al Bar-do che segue il momento della morte ” (2006, p. 15).

Nella Dharmatà compaiono prima le sfere delle divinità pacifiche, poi le sfere delle divinità infuriate. Il Bar-do della Dharmata è l’esperienza della luminosità, della sfera pura dello spazio. La Liberazione attraverso il Bar-do della Dharmatà significa che si entra nella dimensione della luce, senza distinzione tra colui che vede e la luce esterna, dove tutto si manifesta attraverso la luminosità, i raggi, i suoni, in una condizione di energia molto più intensa e destrutturante perché sono cessate le sensazioni corporee.

Mentre i parenti del defunto piangono e si disperano, ed egli può vederli e sentirli mentre loro non possono vedere e sentire lui, si manifestano suoni, luci colorate e raggi di luce, e il defunto è oppresso da paura, terrore e smarrimento.

Le divinità pacifiche che gli appaiono per prime sono quiete e sono espressione della naturale purezza dell’attrazione, quando la mente riposa nel suo stato originale: dunque sono collegate alla trasformazione degli stati cognitivi ed emotivi prodotti dall’attaccamento. Per le divinità pacifiche, compaiono cinque Buddha, ciascuno accompagnato dalla sua famiglia, costituita da una sposa (la Dakini, una yogini, donna praticante yoga, che ha conseguito i siddhi, poteri naturali e soprannaturali) e da quattro Boddhisattva (un essere che è sulla strada di divenire buddha, ovvero di conseguire l’illuminazione, in altre parole un praticante dell’intenzione altruistica).

Successivamente compaiono i sei saggi delle sei sfere d’esistenza, ai quali è richiesta la salvaguardia dall’orgoglio, dall’invidia, dall’attaccamento, dall’illusione, dall’avidità e dall’avversione. In ogni sfera c’è una luce corruttrice, spenta e opaca, che attrae verso la materialità e una nuova incarnazione, e una luce della saggezza, discriminatrice e purificatrice, chiara e brillante, di una specifica tenue colorazione, riconoscendo e accettando la quale si procede verso la liberazione. L’istruzione ripete più volte di riconoscere che tutto quanto appare, per quanto terrificante, è una proiezione della mente, e di non lasciarsi attrarre dalle tenue luci colorate, che conducono nel circolo vizioso dei sei tipi di esistenza.

Vaishraavana, guardiano del Nord e dio della prosperità, thanka tibetano, XV sec., coll. priv.

Poi è la volta degli gli otto guardiani delle porte, quattro maschi e quattro femmine. Ogni apparizione ha un colore e degli attributi simbolici caratteristici. Questa schiera di quarantadue divinità pacifiche, si spiega nel Bar-do, durante lo stato intermedio del vivere è presente nel “palazzo celeste” del chakra del cuore, e non appena incomincia lo stato intermedio della morte e il defunto comincia a trasmigrare ne fuorisce riempie lo spazio davanti a lui.

Compaiono infine gli otto “detentori della consapevolezza”. Avendo ricevuto queste chiare e precise istruzioni, molti individui giungono alla liberazione; se ciò non accade, per tendenze malvagie karmiche o legate al luogo di nascita, o per scarsa pratica di perfezionamento interiore, durante il settimo giorno del Bar-do della Dharmatà appaiono ad invitarli i Vidyadhara, detentori della conoscenza o della consapevolezza, i principi della scoperta e della comunicazione, e assieme a loro le Dakini, loro compagne, per un totale di altre otto apparizioni, che durante lo stadio intermedio del vivere sono raccolti nel chakra della gola, e che ora fuoriescono e tra suoni, luci e colori riempiono lo spazio; ad essi pure viene richiesto di guidare il defunto. Ma contemporaneamente compaiono le luci-vie delle sfere impure, create dal fattore emotivo dell’ignoranza, a tentarli verso una nuova incarnazione.

A questo punto, dopo le divinità pacifiche, è la volta delle divinità infuriate. Le divinità irate non sono altro che le divinità pacifiche che sono già apparse e che si manifestano ora sotto altra forma: esse quindi sono collegate alla trasformazione naturale degli stati cognitivi ed emotivi prodotti dall’avversione. Rappresentano l’aspetto dinamico delle divinità pacifiche, atto a soggiogare le qualità negative delle sfere d’esistenza, e producono il passaggio della mente dall’illusione alla saggezza originaria. Hanno quindi una loro intrinseca necessità, conseguenza del fallimento nel passaggio presieduto dalle divinità pacifiche. I cinque Tathagata (sanscrito “colui che così è andato”, epiteto di un perfetto maestro che ha conseguito l’illuminazione) pacifici si trasformano in Heruka, principi maschili dell’energia in forma furiosa, accompagnati da una schiera di divinità femminili, le otto Matarah o Gauri loro compagne, le otto Pisaci divoratrici di carne umana e le ventotto Isvari, che sono yogini (donne che praticano il sentiero spirituale che porta all’unione). Si ha un totale di cinquantotto divinità irate, più un’altra coppia di un Buddha e di una Dakini, per un totale di sessanta, che durante lo stadio intermedio del vivere sono nel palazzo celste del chaikra della corona, all’interno del cervello, e durante il Bar-do della Dharmatà vanno all’aperto e riempiono lo spazio coi loro ornamenti e vesti spaventose, vibrando di suoni, luci e colori.

Le divinità pacifiche rappresentano la paura, le divinità infuriate la speranza. Paura nel senso di irritazione, rabbia, perché l’io non può gestirle. Le Gauri emergono dal cervello del defunto e si interpongono tra corpo e mente, tra intelligenza e azione, spezzando la continuità di autoconservazione dell’io. Egli ha ora il corpo mentale dei suoi samskara, delle sue tendenze inconsce all’azione condizionate dal karma: è un corpo luminoso, senza corporeità. Per questo nelle istruzioni gli si dice di non aver paura, perché tutto ciò che gli appare, per quanto terrificante, è una sua proiezione, e anche se nelle sue visioni venisse ucciso e fatto a pezzi, egli non potrebbe morire, e oltretutto i Signori della Morte emergono dalla luminosità della sua coscienza e non sono concreti: “Il vuoto non può danneggiare il vuoto” (Norbu, p. 75). Le visioni del Bar-do, le apparizioni dei Buddha e delle loro famiglie con le luci, i colori e i suoni vivaci che le accompagnano si manifestano spontaneamente e non dipendono dalla percezione.

L’istruzione che è data continuamente al defunto è che tutte queste entità che si incontrano nello stato di Bar-do sono forme della mente del defunto, e ch’egli deve riconoscerle come sue proiezioni. Se la mente è vacuità, non nata, e non ostruita, il defunto, forte anche del fatto che con la morte ha recuperato l’integrità dei suoi sensi, e che la sua mente gode di uno stato di particolare acutezza (nove volte maggiore che in vita), deve arrivare a far tesoro delle istruzioni impartitegli. Quando durante il Bar-do della Dharmatà compaiono le divinità pacifiche e infuriate, egli può riconoscere la vacuità delle forme e comprendere e accettare la luminosità, realizzando il Sambhogakaya, il Corpo Buddhico della Perfetta Risorsa, che è la comprensione della naturale risonanza e radiosità della vacuità della mente.

Il Buddha Amithaba in un affresco del monastero di Pemayangtse (Nepal)


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