Domenico Ghirlandaio e bottega, Apparizione dell’angelo a Zaccaria, particolare, Cappella Tornabuoni, S. Maria Novella, Firenze. Da sinistra Marsilio Ficino, Cristoforo Landino, Angelo Poliziano
Con l’Umanesimo, i valori dell’uomo si pongono al centro dell’interesse di per se stessi e nella loro attualità, non in funzione di un fine ultramondano e trascendente. Il movimento culturale inizia in Italia nella seconda metà del secolo XIV e dura per tutto il XV, da da qui si propaga per tutta l’Europa, contrassegnandosi per l’appassionata riscoperta della civiltà antica e la difesa dei suoi valori, e per una concezione nuova della natura e dell’etica, in opposizione all’ascetismo e allo spiritualismo medievali. Tra gli aspetti su cui si registra un mutamento di prospettiva vi è l’idea di natura. In Platone e in Aristotele il temine natura indica, come nei presocratici, tutta la realtà nelle sue varie forme, e talaltra il mondo inferiore e mutevole, contrapposto all’immutabile universo ideale e alla realtà non fisica oggetto della “filosofia prima”. La svalutazione della natura si accentua col neoplatonismo e col cristianesimo. Per il primo, essa tende a coincidere col non essere; per l’ascetismo cristiano la natura è una testimonianza del potere divino, ma anche un complesso di tentazioni che sviano l’uomo dal suo destino oltremondano. Averroè distingue Dio, “natura naturante”, dal mondo creato, “natura naturata”, distinzione ripresa da Spinoza. L’assunzione di un platonismo “umanistico”, nel quale la natura divinizzata ha l’uomo come suo ministro e interprete (Ficino, Pico) opera la transizione verso la scienza moderna. Il concetto della natura come causa efficiente e finale e come totalità vivente e necessaria è al centro del naturalismo rinascimentale. Bruno osserva che mentre l’arte umana può solo operare alla superficie delle cose, la natura opera nel centro del suo oggetto, la materia, di per sé informe. Dalla filosofia rinascimentale si viene gradualmente districando la moderna scienza della natura. Galileo Galilei (1564-1642) presenta la natura come un grande libro scritto in caratteri matematici. Per Francesco Bacone (1561-1626) il progresso dell’umanità dipende dall’acquisizione di tecniche efficaci di dominio della natura, nei confronti della quale l’uomo è ministro e interprete.
Se il Rinascimento segna dunque i primi passi del moderno pensiero scientifico, esso d’altra parte vede un rafforzamento del pensiero magico e di un rapporto empatico e partecipativo con la natura, concepita in antitesi col nascente pensiero scientifico non come luogo di dominio e oggettivazione da parte dell’uomo, ma come unita a questo dalle leggi delle analogie e delle corrispondenze. Marsilio Ficino (1433-1499) è il filosofo di corte di Cosimo il Vecchio e poi di Lorenzo il Magnifico, ed è incaricato a vita di tradurre le opere di Platone dal greco al latino. Ma nel 1463 giunge a Firenze – portato da un monaco balcanico di nome Leonardo da Pistoia o Leonardo il Macedone – il manoscritto, finora mai apparso in Europa, del Corpus Hermeticum. La presa che questo esercia sulla corte fiorentina è tale che Cosimo il Vecchio ordina a Marsilio Ficino di tradurre prima il Corpus Hermeticum e poi Platone. Dal questo lavoro l’umanista fiorentino conia il concetto di prisca theologia per attribuire le dottrine ivi contenute ad una fonte pre-biblica, sostenendo che antichi teologi le hanno tramandate ai filosofi e teologi successivi fino a Platone. Successivamente il filologo protestante Isaac Casaubon (1559-1614) dimostra che gli scritti non possono risalire all’età di Mosè, e quindi il loro supposto autore, Ermete Trismegisto, non può essere il rappresentante di un’antica tradizione teologica gentile più vecchia della Bibbia e in linea con essa. Prima della sua disamina critica, tuttavia, il Corpus Hermeticum esercita un fortissimo impatto sulla cultura del tempo, anche perché sostenuto dall’autorevolissima figura di Marsilio Ficino. Questi non è solo sacerdote e filosofo, ma anche appassionato di arti magiche, che ha appreso da autodidatta, più che da un maestro, dai suoi studi e non ultimi dai lavori di traduzione. E’ anche astrologo, e crede che il benessere fisico e la salute dell’anima dipendano dalle stelle. Secondo la sua visione neoplatonica, i pianeti sono centri di influenza che irradiano l’energia loro trasmessa dai principi universali prossimi al divino che sono gli Dei, e da questi gli influssi vitali si propagano nella psiche e nel corpo dell’uomo, in virtù dell’interdipendenza di tutto il creato. Anche il suono e la musica sono parte di queste corrispondenze, e Ficino usa recitare i poemi orfici per mettere in moto i suoi spiriti e aprirsi alle influenze dei pianeti benefici.
Nella Villa Medicea di Careggi, si forma un circolo di filosofi che però non sono solo tali, ma oggi diremo esoterici, e mistici, o teosofi, perché non si accontentano della speculazione intellettuale, ma perseguono anche una pratica operativa.
Tommaso Campanella
Dopo il 1492, a seguito dell’espulsione degli Ebrei dalla Spagna, e l’asilo di molti di loro in Italia, giungono alla Corte Medicea le prime edizioni della Qabbalàh. Giovanni Pico della Mirandola, allievo e amico di Ficino, è il primo in Occidente a studiarla, cercando una sintesi tra la dottrina cristiana, il Neoplatonismo, l’Ermetismo e la Qabbalàh stessa.
Johann Reuchlin (1455-1522) umanista, filosofo e filologo classico, conoscitore del greco, del latino e dell’ebraico, scrive per primo un libro sulla Qabbalàh, il De Arte Cabalistica. Egli influenza Giovanni Tritemius (1462-1516), frate cristiano dell’ordine benedettino, di cui fu amico. Questi conosce il greco e il latino, ed è uno studioso di Pitagora, dell’Ermetismo, della Qabbalàh. Una volta abate, diviene prolifico scrittore, e produce una biblioteca di quasi duemila volumi.
I Filosofi della Natura rinascimentali cercano una sofferta sintesi tra Tomismo, Astrologia, Qabbalàh, Neoplatonismo, Ermetismo, pensiero magico, e l’avanzante metodo scientifico-matematico, che con l’eliocentrismo comincia insidiare i dogmi tradizionali. Heinrich Cornelius Agrippa von Nettesheim (1486-1535) elabora una teoria sulla possibilità di intervenire sui fenomeni naturali, grazie al rapporto privilegiato che il Mago stabilisce con le potenze dell’universo, mediatrici tra l’uomo e la divinità. Nella sua concezione confluiscono temi cabalistici, platonici e mistici, questi ultimi tratti soprattutto da Dionigi l’Areopagita. Girolamo Cardano (1501-1576), medico, matematico e filosofo, ritiene che vi siano tre fonti di conoscenza: le idee innate dell’anima, i sensi e la ragione, e le conoscenze derivate dall’ispirazione divina. La vera conoscenza deve mettere a confronto spiegazioni naturali e sensibili e influenze sottili e incorporee, realizzando una ricerca delle sottigliezze che consenta una spiegazione dei più disparati fenomeni, naturali, psicologici e morali.
Per Bernardino Telesio (1509-1588), la va studiata secondo i principi che le sono propri, liberandosi dalla metafisica e dalle arbitrarie dottrine del passato. Egli considera la materia il ricettacolo delle forme divine prodottesi in seguito alla lotta tra gli opposti, in cui a partire dalla contrapposizione principale, quella tra caldo e freddo, si generano tutte le altre dialettiche: Sole-Terra, luce-ombra, denso-sottile, fisso-mobile, ecc. Perviene così ad un naturalismo ilozoistico, cui sovrappone un Dio personale trascendente, sapiente ordinatore del mondo, e un’anima spirituale, che nell’uomo sta al di sopra dello spirito-calore.
Tommaso Campanella (1568-1639) riprende la dialettica degli opposti e la applica a un universo in cui il Sole è la fonte del calore, e quindi del movimento; ad esso si oppone l’Ombra e l’inerzia, e il cambiamento è il risultato della contrapposizione tra due contrari attivi. Ne discende che “il mondo è un “animale sensibile”, un’entità vivente, in cui anche i metalli e le piante sono creature dotate di sensazioni e sentimenti. Ancorato alla logica tomistica e al pensiero magico, che egli preferisce al metodo matematico-scientifico di Galileo, arriva a una forma di pansofia, per il quale tutte le cose vivono e sentono ed è possibile, mediante la magia, operare praticamente e utilmente su di esse.
Giordano Bruno (1548-1600) concepisce elaborati sistemi mnemonici – il “teatro della memoria” – per spingere la volontà e l’immaginazione verso una conoscenza “magica” della realtà, che sappia cogliere la struttura nascosta e le corrispondenze che si celano dietro le apparenze dei fenomeni, e possa attraverso di esse operare dei cambiamenti. Secondo la Yates (1964), Bruno viene mandato al rogo non per la sua difesa dell’eliocentrismo, ma per lo zelo con cui ha abbracciato il Neoplatonismo e l’Ermetismo, approdando a un naturalismo che considera ogni ogni aspetto e ogni momento della realtà naturale organizzato, ordinato e sorretto dalla sottostante forza vivente che pervade la materia.

Giordano Bruno
9.2.1 – Paracelso
Philippus Aureolus Theophrast Bombast von Hohenheim (1493, Einsiedeln, Schwyz, Svizzera; Salisburgo, 1541), muta il suo nome in Paracelso, probabile riferimento al grande medico romano Celso, di cui egli intende mettersi al pari per il sapere universale; e infatti, figlio di un medico, oltre che medico è alchimista, cabalista, mistico e filosofo. Seguace dell’abate Tritemius, riceve la cattedra di medicina all’Università di Basilea, ma entra ben presto in rotta di collisione con la classe medica, verso la quale scaglia violenti attacchi polemici, ed inizia una vita errabonda, animata dal desiderio di diffondere quanto possibile le sue idee volte ad alleviare la sofferenza umana. Spirito inquieto, ma anche carattere orgoglioso, tronfio e pieno di sé – in inglese l’aggettivo bombastic, derivato dal suo secondo nome, significa roboante ma vuoto – rifiutò decisamente l’approccio dogmatico. Egli è convinto che in medicina si debbano derivare le cose dalla natura, attraverso la propria esperienza, e non dall’autorità degli antichi medici, di Ippocrate e Galeno. Le novità che egli introduce nel campo medico, confortate da innumerevoli successi e dal larghissimo seguito che egli incontra, derivano dal suo interesse per l’alchimia, definita una “scienza di trasformazioni”. Egli parte dal principio della corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo, per il quale ciò che si dimostra vero in laboratorio vale anche per l’universo, assimilato a un grande sistema chimico. La stessa creazione è un’operazione chimica in cui Dio ha separato il puro dall’impuro del caos. Però Paracelso segue una strada opposta a quella degli alchimisti suoi contemporanei, che si servono dei processi fisiologici per spiegare e descrivere le fasi dell’Opera (digestio, cibatio, fermentatio, ecc.); egli invece cerca nelle operazioni chimiche la spiegazione dei processi fisiologici. Arriva così a concepire il corpo umano è un sistema chimico, in cui svolgono un ruolo centrale i tre principi tradizionali degli Alchimisti, Zolfo, Mercurio e Sale, che egli considera non tanto metalli, quanto forme primordiali e universali della sostanza. I tre principi di Paracelso non corrispondono alle sostanze reali, ma sono siderici, o immateriali, principi astratti che conferiscono in maggiore o minore misura determinate caratteristiche ai corpi. Coi suoi tre principi Paracelso soppianta la tradizionale dottrina dei quattro umori, secondo la quale la salute o la malattia dipendono dall’equilibrio o dal disordine di sangue, flegma, bile gialla e bile nera: nel suo sistema la causa del benessere o della malattia risiede nell’armonia o nello squilibrio dei tre principi primi (tria prima). Di essi, il Mercurio, comune a tutti i metalli, è il solvente universale, la base del corpo, il principio della fusibilità e della volatilità; lo Zolfo, aereo e volatile, il principio della infiammabilità e della combustibilità; il Sale, infine, è il principio di resistenza al fuoco, di stabilità, conservazione e inalterabilità. La teoria dei tre principi entra così a far parte dell’Alchimia posteriore a Paracelso, che ne sarà profondamente influenzata. Il Sale vi fa il suo ingresso come terzo principio, intermedio, neutralizzante e stabilizzante, tra i due opposti, Zolfo e Mercurio, capace di legarli e di fissarli. Tuttavia Paracelso è anche considerato un traditore dell’Alchimia, perché la degrada a Spagiria, arte finalizzata alla cura delle malattie attraverso l’applicazione delle dottrine alchemiche. Gli Alchimisti tradizionali col tempo passano a definire Spagiristi coloro che si dedicano agli esperimenti sulla materia, trascurando l’aspetto filosofico dell’Arte, e Paracelso in questo senso è considerato il primo degli Spagiristi, il fondatore di un’Alchimia deviata (De Pascalis, 1995).
In realtà non si può liquidare sbrigativamente un pensiero ricchissimo che ha prodotto per di più una mole di volumi difficilmente sintetizzabile. Oltretutto l’impostazione fortemente medica del pensiero di Paracelso, sempre volto all’alleviamento della sofferenza del corpo e quindi dell’anima, è tuttavia intrisa e temperata delle sue conoscenze, oltre che di Alchimia, di Qabbalàh, magia naturalis, astrologia. Egli ritiene che tutti gli enti (minerali, piante animali, fluidi) prendano alimento ed espellano escrementi. La forza vitale dipende dagli astri, e così l’insorgenza e il decorso della malattia, sì che bisogna conoscere le corrispondenze astrologiche per poterle curare. Il Sole infatti è in armonia col cuore, la Luna col cervello, Marte con il fegato e la bile, Venere con i reni e gli organi riproduttivi, Saturno con le ossa. Il medico deve perciò conoscere i pianeti del microcosmo, la loro posizione, meridiano, zodiaco, oriente, occidente, per poter svolgere la sua funzione e arrivare alla conoscenza recondita.
Paracelso
Per Paracelso, esiste un demone che fa l’alchimista dello stomaco, chiamato Archeus. Esso separa la materia velenosa degli elementi da quella che serve per la nutrizione (1987). Gli Archei sono più d’uno e corrispondono ai centri sottili della fisiologia mistica. Infatti la tripartizione Zolfo-Mercurio-Sale ha anche un altro significato, poiché corrisponde ai tre costituenti dell’uomo, Spirito, Anima e Corpo. Il Mercurio è lo Spirito, la funzione pensante; il Sale è il Corpo; lo Zolfo invece è l’Anima, che sta tra Spirito e Corpo. Qui il medico svizzero introduce un altro concetto, quello di corpo stellato, o corpo astrale, situato in posizione intermedia tra l’anima e il corpo (Robb, 1997). Si tratta del “carro dell’anima” platonico, raffigurato come involucro pneumatico, che alla sua discesa riceve l’anima dalle stelle e dai loro crudeli amministratori, gli Arconti. E’ qui che si manifestano le influenze astrali, ed è qui che stanno le “vesti” di cui l’anima si libera nel viaggio a ritroso attraverso le sfere di influenza degli Arconti. Paracelso considera i vulcani interni o fabbri interni i corrispondenti al livello del corpo degli Arconti, reggitori delle sfere planetarie. Questa è l’idea del fuoco interno dell’Alchimia, che è il vero agente della trasmutazione, poiché il fuoco esterno serve solo a innescarlo. Il vulcano interno, o fuoco occulto, è l’artefice e l’operatore di tutte le cose, perché nel più profondo della natura trasforma la materia in spirito e lo spirito in materia, secondo l’apoftegma Fac volatile fixum et fixum volatile.
Su queste premesse, la salute può essere ristabilita attraverso rimedi di natura anche minerale, non solo vegetale o animale. Ragionando per analogia, e caldeggiando l’impiego di medicamenti a base di minerali, Paracelso scopre alcuni dei principi fondamentali dell’omeopatia. Risente della dottrina della magia naturalis quando in maniera un po’ ingenua ritiene che la Natura abbia lasciato delle signaturae rerum, delle firme che rivelano le virtù occulte di una pianta o di un animale tramite qualche segno esteriore (una radice il cui aspetto la fa sembrare ricoperta da un’armatura dovrebbe proteggere dalle armi). Però poi dice anche che le malattie sono processi specifici, per i quali sono necessari rimedi altrettanto specifici, in disaccordo con la medicina del tempo, che adoperava rimedi contenenti parecchi elementi efficaci per tutte le patologie. Paracelso separa le “cause prime” dalle “cause seconde” nella malattia: interessandosi alle prime, che hanno a che fare con la costituzione, la personalità, il temperamento, e mettendo in secondo piano gli eventi scatenanti e i sintomi, egli valorizza l’individuo nella relazione con il mondo esterno, introducendo un approccio che oggi diremmo ecosistemico, od olistico. Egli è convinto che la malattia sia causata da parassiti che si annidano nel corpo umano, e usa rimedi omeopatici e pozioni disintossicanti per rafforzare l’organismo. Scopre il laudano, l’analgesico a base di oppio, l’etere solforico, isola l’idrogeno, ed ha afferma che l’aria non è un corpo semplice, ma una miscela di più elementi. Paradossalmente si deve anche a lui se la chimica ha cominciato a distinguersi dall’Alchimia, sempre meno operativa e sempre più spirituale.
Con le parole di Paracelso, Dio ci ha assegnato due fiaccole, quella della natura e quella della grazia; egli si è rivolto coi suoi studi soprattutto alla prima (Faivre, 1970-76). Infatti Dio ha riposto nelle erbe, nelle piante, nei germi una potenza che noi dobbiamo scoprire e utilizzare; l’uomo ha perduto questa forza originaria, che gli angeli hanno conservato, ma egli la può ritrovare nella natura, perché Dio vuole essere conosciuto attraverso le sue opere. Per questo Paracelso studia il corso degli astri e la loro influenza sul comportamento umano, ma anche gli spiriti della natura, gli elementali (ondine, silfidi, salamandre, gnomi, associati rispettivamente all’acqua, all’aria, al fuoco e alla terra), che parlano alla sua intuizione visionaria, e che distingue dagli angeli decaduti. Così, accanto al rigore scientifico e all’affidamento sull’esperienza, troviamo nel medico svizzero uno sconcertante pensiero magico. Il suo linguaggio ne riflette le contraddizioni: non è un linguaggio erudito e libresco, ma pittoresco ed emozionale, il cui il neoplatonismo cristiano e l’indagine scientifica della natura sono intrecciati e arricchiti con continui riferimenti all’alchimia, all’astrologia, alla magia, al folklore.
Paracelso è allo stesso tempo moderno e antico. Moderno perché è convinto che la scientia, la vera conoscenza, possa derivare solo dall’osservazione della natura; antico perché crede nell’astrologia e nella magia naturale. Quando l’uomo impugna la fiaccola delle grazia, diviene una sorta di intermediario tra Dio e la creazione, artifex e medium capace di scoprire e liberare le virtù nascoste dei minerali, delle piante, degli animali, e perfino delle parole e delle immagini; e infine diviene perfino un santo, perché con la sua sola fede domina le forze della natura, senza ricorrere ad operazioni magiche o teurgiche.
Paracelso si è interessato anche di questioni religiose, albergando idee messianiche. L’utopia dell’Alchimista si ritrova nella sua attesa di Elia Artista, che verrà un giorno, alla fine dei tempi, dopo la distruzione del mondo, a instaurare un regno di giustizia e a reintegrare la Creazione. In quell’età futura, si realizzerà l’ideale alchemico della trasmutazione dei metalli vili in oro e la redenzione della materia dalla sua imperfezione, reinstaurando sulla terra la mitica Età dell’Oro.
Nel personaggio di Los (anagramma di sol) William Blake riprende l’idea paracelsiana di Archeus, il vulcano interno, il fuoco occulto, artefice e operatore di tutte le cose, The Book of Urizen, Lambeth, 1794




[...] Per Paracelso, esiste un demone che fa l’alchimista dello stomaco, chiamato Archeus. Esso separa la materia velenosa degli elementi da quella che serve per la nutrizione (1987). Gli Archei sono più d’uno e corrispondono ai centri sottili della fisiologia mistica. Infatti la tripartizione Zolfo-Mercurio-Sale ha anche un altro significato, poiché corrisponde ai tre costituenti dell’uomo, Spirito, Anima e Corpo. Il Mercurio è lo Spirito, la funzione pensante; il Sale è il Corpo; lo Zolfo invece è l’Anima, che sta tra Spirito e Corpo. Qui il medico svizzero introduce un altro concetto, quello di corpo stellato, o corpo astrale, situato in posizione intermedia tra l’anima e il corpo (Robb, 1997). Si tratta del “carro dell’anima” platonico, raffigurato come involucro pneumatico, che alla sua discesa riceve l’anima dalle stelle e dai loro crudeli amministratori, gli Arconti. E’ qui che si manifestano le influenze astrali, ed è qui che stanno le “vesti” di cui l’anima si libera nel viaggio a ritroso attraverso le sfere di influenza degli Arconti. Paracelso considera i vulcani interni o fabbri interni i corrispondenti al livello del corpo degli Arconti, reggitori delle sfere planetarie. Questa è l’idea del fuoco interno dell’Alchimia, che è il vero agente della trasmutazione, poiché il fuoco esterno serve solo a innescarlo. Il vulcano interno, o fuoco occulto, è l’artefice e l’operatore di tutte le cose, perché nel più profondo della natura trasforma la materia in spirito e lo spirito in materia, secondo l’apoftegma Fac volatile fixum et fixum volatile (articolo). [...]