Il primo principio, il Fuoco-Legge, sotto al quale stanno le tenebre, che toccano a chi, come Lucifero, vuol porsi al di sopra, Jacob Boehme, Theosophische Werke, Amsterdam, 1682
Semplice calzolaio di Slesia, Jacob Boehme (Gorlitz, 1575-1624), marito della figlia del macellaio e padre di quattro figli, avrebbe passato una vita tranquilla e convenzionale tra la casa e la bottega, se essa non fosse stata sconvolta da una prepotente illuminazione mistica, che lo rese oggetto di persecuzioni fino alla sua morte da parte della Chiesa protestante, costrinse alla clandestinità i suoi testi e oggi lo rende uno dei più grandi mistici dell’Occidente ma anche un autore controverso e difficilmente comprensibile.
Nella ricerca di Boehme, si fondono in un insieme armonioso l’alchimia, l’astrologia, la cabala, la cosmologia gnostica, il neoplatonismo. Egli si ispira al misticismo di Paracelso e di Weigel. Il suo libro Aurora (scritto nel 1612 e pubblicato nel 1634) sostiene una totale fusione di mistica e filosofia naturale, un totale monismo che pone Dio stesso in contraddizione tra bene e male, e afferma in tal modo l’essenza divina della creazione, che sfocerà un giorno nella trasfigurazione. Il clero luterano di Goerlitz, preoccupato dalla sua dottrina eterodossa, denunciò Behme al tribunale ecclesiastico, e il suo libro venen bruciato.
L’essenza dell’opera di Boehme non è avvicinabile senza il sostegno di pratiche meditative che solo dopo di lui l’Occidente ha appreso dall’Oriente, o di tecniche di risveglio e di autoconsapevolezza che risalgono a Teosofi a lui ben posteriori. Nell’intuizione di Boehme il mondo è una manifestazione personale di Dio, e nell’uomo, specchio della creazione, conseguentemente ogni elemento spirituale poggia su un fondamento corporeo. L’uomo, prima della caduta, possedeva un corpo spirituale; adesso deve ritornare a Dio attraverso un percorso a ritroso che ripercorre la scala della creazione, e come questa è basata su una metafisica della contraddizione, analoga alla reciproca inerenza degli opposti del Taoismo. La via della salvezza è offerta dalla conoscenza, conoscenza di sé che è conoscenza di Dio. Il mondo è opera del conflitto degli opposti, che emana da e riporta a una creazione primordiale. La creazione proviene da Dio, ed è opera di una unità personale indifferenziata, che poi si divide nelle tre persone della Trinità. Dio non crea la materia ex nihilo, ma ex deo (Katz, 2005), attraverso quel conflitto degli opposti che lo attraversa dando origine al mondo materiale, e che permette Boehme di recuperare il negativo in una visione salvifica globale e dialettica. Lo spirito divino è la prima materia che origina l’intero universo attraverso la separazione degli opposti, luce e oscurità, fuoco e acqua, maschile e femminile; essi si ritrovano anche in Adamo che in queste due componenti in origine si divide e che l’uomo deve reintegrare in quel percorso salvifico che lo porta al ricongiungimento degli opposti nell’unione con Dio.
L’opera di Boehme è monumentale: per darne un’idea, citiamo alcuni passi
che Cynthia Bourgeault (2006), una religiosa anacoreta residente nella diocesi episcopale del Colorado, ha tratto dalla traduzione inglese (Boehme, 1978).
1. Lo studente disse al maestro: «Come posso conseguire la vita soprasensibile, in modo da poter vedere e ascoltare Dio?». Il maestro disse: «Se puoi innalzarti per un attimo dove nessuna creatura risiede, puoi sentire ciò che Dio dice».
2. Lo studente disse: «Questo luogo è vicino o lontano?». Il maestro rispose: «È dentro di te. Se riuscissi a mettere a tacere ogni desiderio e pensiero per un’ora, udiresti le ineffabili parole di Dio».
3. Lo studente disse: «Come posso mettere a tacere il pensiero e la volontà?». Il maestro rispose: «Quando i pensieri e i desideri dell’io fanno silenzio, ti si riveleranno la vista, l’udito e la parola eterni… Il tuo udito, la tua volontà e la tua vista ti ostacolano, impedendoti di vedere e sentire Dio» (Boehme, Sulla vita soprasensibile, Sesto Trattato, 1978, p.171).
Anche in altre pratiche mistico-ascetiche si trovano delle procedure volte a disciplinare l’attenzione e i pensiero e a suscitare livelli più elevati di autoconsapevolezza. Conseguire il silenzio interiore è appannaggio degli iniziati che attraverso la meditazione hanno conseguito il controllo sull’incessante flusso di pensieri della mente, fino a poterli arrestare. Il passaggio successivo è quello che i Sufi chiamano dhikr, il ricordo (di sé), che permette di raggiungere un livello di consapevolezza più vitale, più vibrante, essenziale e carico di vita intenzionale. L’abitudine all’autoconsapevolezza può riversarsi misteriosamente dentro di noi quando non abbiamo più bisogno di sprecare la nostra energia per ricordarci che esistiamo. A questo punto Boehme introduce il punto più essenziale, la volontà rassegnata, la resa, l’abbandono. La parola tedesca è gelassenheit, che vuol dire qualcosa come calma o lasciarsi andare; ovvero, la calma volontà, che si avvicina più al concetto buddista di equanimità che allo stereotipo occidentale di sottomissione. Questo concetto non esiste soltanto in Boehme, poiché è il cuore del cammino mistico cristiano. Il modo tradizionale di descrivere questo stato (tanto in contrasto con le tendenze egocentriche della nostra cultura contemporanea) include le espressioni “arrendersi” e “abbandonarsi alla divina provvidenza”.
La Luce-Amore, il secondo principio, Jacob Boehme, Theosophische Werke, Amsterdam, 1682
Il punto essenziale è che per Boehme la volontà, il desiderio, il dolore, l’angoscia sono il materiale grezzo attraverso cui passa qualcosa di potente e poderoso. Dio è certamente amore, ma l’amore stesso è la conclusione trionfante di un processo i cui fondamenti nascosti ed eterni sono le passioni umane, che Boehme chiama “le creature”, e che non vanno temute o evitate, ma trasformate. Quando si volge la lente all’interno verso l’Io, il risultato è la moltiplicazione dei desideri e delle aspirazioni, e la generale frammentazione della consapevolezza. Questi io insaziabili, molteplici e contraddittori, che Boehme definisce “solo un’arida e angosciosa fame”, cercano freneticamente di riflettersi e vedere se sessi nell’essere. Solo quando la lente dell’introversione “si rassegna” (col significato di abbandono di cui si è detto prima) e viene tenuta saldamente rivolta verso l’alto per riflettere la luce divina, è possibile l’emersione dell’essere autentico dell’anima, che è l’amore. Come scrive Boehme nel Sesto Trattato:
“Lo studente disse: «Caro Maestro! Dimmi: dov’è [l’amore] nell’uomo?». Il Maestro rispose: «Dove l’uomo non risiede, quello è il suo posto». Lo studente disse: «Qual è il luogo in cui l’uomo non risiede in se stesso?». Il maestro rispose: «Esso è l’anima che si rassegna, portata al suolo. Laddove l’anima muore alla sua volontà e non desidera nulla più che la volontà di Dio, là sta l’amore. Nella misura in cui la volontà egoistica è morta a se stessa, esso prende per sé il posto prima occupato da tale volontà. Adesso in quel punto non c’è nulla, e dove non c’è nulla, è all’opera l’amore di Dio” (Boehme, 1978, p.179-80).
Essere nella volontà di Dio, essere nella volontà rassegnata, è un’apertura immediata e diretta, anche a livello energetico, alla Fonte di tutto l’essere. È un impegno a non volgere la lente verso l’interno, non spezzare il legame con “l’udito, la vista e la parola” eterni. Questo vuol dire essere nella volontà di Dio. Tutto il resto viene da Boehme severamente criticato: “Nessun lavoro esterno alla volontà di Dio può raggiungere il regno di Dio. Tutto è solo un futile intaglio nella grande laboriosità dell’uomo… Non è altro che uno specchio della contrastante ruota della natura, in cui il bene e il male si contrastano tra loro. Ciò che il bene edifica, il male distrugge; e ciò che il male edifica, il bene distrugge” (ibid., p. 123-24).
La “volontà di Dio”, secondo Boehme, è allora più o meno equivalente a quella che gli antichi ebrei chiamavano la “giustizia di Dio”: un campo carico di energia, non un astratto modello morale. È necessario trovare la propria via a questa volontà “energizzata”, e poi tenervi fede, astenendosi da qualsiasi azione in contrasto con essa, oltre che dai propri bisogni, desideri e volontà.
L’obiettivo di questo sforzo non è la rinuncia o la penitenza, ma qualcosa di infinitamente più potente. Infatti, solo al di là delle tempeste del caos personale si trovano il profondo potere dell’amore, la Fonte e il centro autentico. Boehme afferma: “Se lo trovi, arriverai a quel fondo da cui scaturiscono e in cui stanno tutte le cose, e sarai in esso come un re sopra tutte le opere di Dio” (ibid., p.179).
Boehme pone in Clavis la domanda che pochissimi hanno mai sollevato: come è possibile passare dal Dio a riposo, dall’«eterna, immensa e inintelligibile Unità» (ibid., p. 46) al Dio autore della multiforme diversità che è il nostro universo creato e percepibile? Cosa sarà successo internamente, nelle profondità di Dio, prima che il primo Fiat venisse pronunciato? Boehme ci conduce attraverso un sistema di tre principi, suddivisi in sette proprietà (talvolta chiamate “forme”), che occupano lo spazio tra la luce inaccessibile e quella accessibile. Essi restano presenti anche nel nostro universo come l’albero motore di tutti i processi temporali, osservabile nei nostri sforzi e in tutta la vita creata. L’immaginazione creatrice (Ein-Bildung) e la volontà, con un vero e proprio processo magico, creano le cose, la loro essenza. L’aritmosofia di Boehme è alla base della sua cosmogonia e della sua mistica. Ciascuna delle sette forme o Quell-geister manifesta un aspetto dell’essere, esiste dall’eternità. Sono i giorni della creazione nella Genesi, le note musicali, le sette forze grazie alle quali l’universo esiste. Le prime tre formano il mondo del Fuoco, attraverso il quale si manifesta il dio geloso, quello della Legge; le seconde tre costituiscono il mondo della Luce, dove si manifesta il Dio d’amore, il Figlio; la settima forma unisce le altre sei, come il centro della stella a sette punte, ed essa è il luogo dello Spirito Santo. Evidenti sono qui gli influssi cabalistici, nella nozione di collera di Dio come origine del Male, equivalente alla “rottura dei vasi” della Qabbalàh e alla perdita dell’equilibrio Misericordia-Giustizia. Boehme inoltre è il primo a parlare in Occidente di centri psichici analoghi a quelli del sufismo o dell’induismo. Altrettanto vicina alla Qabbalàh è la mistica sessuale. Gesù rappresenta per lui il prototipo dell’Androgino, che costituisce con Sophia una coppia celeste non priva di una qualche volontà sessuale, che ripropone al fedele una mistica nuziale in cui egli perde la sua identità nell’abbandono al Divino.
Il terzo principio, lo Spirito Santo, che nasce dall’unione dei primi due, del mondo del Fuoco-Tenebre e del mondo della Luce, Jacob Boehme, Drey Principia, Amsterdam, 1682.
Boehme opera una perfetta fusione tra macrocosmo e microcosmo, tra il processo cosmico e il cammino spirituale personale. “In entrambi, il viaggio passa attraverso la stessa strettoia: la trasformazione dell’angoscia. La profonda umanità di Boehme, così come il suo genio spirituale, consiste nell’intuizione che la volontà, il desiderio e il dolore sono la materia grezza attraverso cui viene foggiato qualcosa di più mirabile. L’amore è esso stesso la conclusione trionfante di un processo i cui fondamenti eterni e nascosti sono nel desiderio e nell’angoscia” (Bourgeault, 2006).
Quando il fedele sperimenta che “Cristo imperversa nel mio inferno, facendo a pezzi la mia bestia” nell’istante del suo sforzo, sta riassumendo, nella materia della sua stessa vita, il processo attraverso il quale l’amore acquisì per la prima volta una forma manifesta. Partecipa, per così dire, alla continua generazione della natura “effluita” di Dio e, al di là del perseguimento di una pratica spirituale finalizzata al suo semplice miglioramento, al “mantenimento reciproco” del cosmo, in tutti e tre i principi.
Boehme fa derivare l’anima dal primo principio, la collera, con una intuizione sconcertante quanto feconda. Si tratta di un’anima appassionata, super-identificata, un “falso io” che tanti scrittori spirituali hanno liquidato sbrigativamente, ma che è di fatto “la radice e la causa del moto” della trasformazione spirituale. Ciò che deve emergere nel fedele sarà una scintilla scaturita da quell’angoscia, accesa dalle profondità interiori della sua “bestia” e sempre, in un certo senso, recante l’immagine e l’apparenza trasformate di quest’ultima. Dunque, il falso io non è qualcosa che va distrutto affinché possa emergere il Sé autentico; piuttosto, è la radice del divenire, da cui il soggetto può far uscire se stesso quando la selce viene colpita davanti a Dio.
Nel passaggio dal primo al secondo principio, entra in scena una nuova dimensione. Il nuovo oggetto prodotto, la scintilla scaturita dalla selce, è uno specchio del vecchio, ma in una nuova dimensione; è un contraccolpo del vecchio. Il nuovo Amore è un contraccolpo dell’originale Unità, ma ora nella dimensione della percezione.
Secondo la Bourgeault (2006), questo stesso principio è all’opera nella tensione tra la psiche e lo spirito nella persona umana, e produce l’integrità attraverso l’accettazione del conflitto tra l’umano e il divino nella psiche individuale. Ma questa accettazione – che prelude all’emersione dello sfuggente “Sé autentico” – è in realtà un’irruzione in una nuova dimensionalità del soggetto, attraverso il suo abbandono. L’abbandono è ben più di un desolato esercizio di remissività, configurandosi come una coraggiosa partecipazione all’incessante e amorevole creatività di Dio. Solo nella “rassegnazione” l’uomo divento fecondo a se stessa, il fondamento dell’amore trasformatore.
Questa comprensione a sua volta apre la strada al migliore motivo per una rassegnazione autentica. Però, per non restare bloccati nella “soddisfazione dei desideri o delle creature”, che, volgendo soltanto su se stessi la propria luce, equivale a restare soltanto in un principio, bisogna ricercare una fecondità spirituale che, come il germogliare della natura, richiede l’interazione di due principi. Così dall’interazione dei due nasce il terzo, il Sé autentico, il figlio di entrambi i principi, l’unico in grado di riportare a Dio le meraviglie che l’uomo ha costruito e scoperto, per la gloria del Suo nome e per la nostra imperitura gioia.
La cosmologia di Boehme è in realtà un’estatica immagine della trasformazione della creazione attraverso l’amore. I suoi “tre principi dell’essenza divina” sono un’applicazione della Triade creatrice con cui egli offre un modello in cui i moti intimi della nostra scoperta e guarigione di noi stessi hanno origine e fanno ritorno alla fonte della creazione stessa. Inoltre porre al fondo delle cose il desiderio, l’Ungrund, la libertà primordiale senza fondamento, assoluta, vuol dire mettere alla base dell’Essere non la ragione, ma un principio irrazionale, e dunque recuperare, perdonare e abbracciare i momenti oscuri del cammino, riconoscendo allo stesso tempo che l’individuo che sostiene la Creazione in realtà contribuisce all’opera del Creatore stesso.
Le sette forme, che generano le sette qualità e i sette pianeti o “spiriti-fonte”, D. A. Freher, Works of J. Behmen, ed. Law, 1764




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