9.6 – Le società segrete: i Rosa Croce

Il simbolo della Rosa Croce, Joachim Frizius, Summum bonum quod est verum magiae, cabalae, alchymiae verae fratrum Rosae Crucis verorum, Francoforte, 1629

L’esistenza dei Rosa Croce è un classico esempio di quelle che Bateson chiama “proposizione la cui validità risiede nella fiducia che vi si ripone” (1972). I Rosa Croce sono per definizione gli invisibili: dunque, per esistere, devono non essere visti, e la loro invisibilità è un’ulteriore prova della loro esistenza. Al di là dei paradossi logici posti da questa misteriosa confraternita, e dall’uso che ne è stato fatto da altre, e ben più tangibili congreghe per attribuirsi un blasone, una credibilità, una – in barba alle intenzioni dei Rosa Croce, se mai ve ne fossero stati! – visibilità, le sue vicende pongono una serie di problemi storici rilevanti.
I Rosa Croce danno segno di sé nel 1614, a Kassel, in Germania, con un libello anonimo in lingua tedesca intitolato Riforma unversale e generale dell’intero universo. Seguita dalla “Fama Fraternitatis” dell’Onorevole Confraternita della Rosa Croce, indirizzata a tutti gli uomini dotti e ai sovrani d’Europa, e da una breve risposta inviata dal signor Haselmayer, al quale per questo motivo è stato arrestato e gettato in prigione dai Gesuiti e incatenato su una galera. Ora data alle stampe e resa nota a tutti i cuori sinceri.
Il complesso titolo è preceduto da un’illustrazione che rappresenta l’ancora della speranza allacciata al serpente di Mercurio. E’ seguito da un’oscura prefazione imperniata sulla polemica verso i Gesuiti e menzionante di Paracelso. La Riforma è un brano satirico che è la traduzione tedesca dei Ragguagli del Parnaso di Boccalini (edito a Venezia nel 1612), polemista italiano nemico dichiarato degli spagnoli. La Fama è una lettera aperta ai saggi e ai cuori fedeli, in cui si deplora la scelleratezza dei tempi e si racconta la storia della luminosa figura del protagonista, Christian Rosenkreutz. Nato nel 1378 da genitori poveri ma nobili, all’età di sedici anni intraprende il viaggio in Terrasanta col fratello P. A. L., che muore a Cipro. Una malattia lo costringe a fermarsi a Damasco presso i saggi di Damcar, dove introdotto in una cerchia di filosofi per anni impara l’arabo, i segreti della natura e l’occultismo. Quindi va a Fez, in Marocco, città santa dell’Islam e sede di una famosa università, dove fa la conoscenza degli “Elementari”  –  spiriti della magia -  e di una dottrina dell’unità dell’Universo. Deciso a portare in Europa questa antica saggezza e a fondare una società che operi per il bene dell’umanità, sbarca in Spagna, dove si scontra con i Gesuiti ed è costretto ad andarsene. Fa ritorno in patria, in Germania, dove dopo cinque anni trascorsi in solitudine, intento a fabbricare bellissimi strumenti, costituisce una comunità votata ai suoi santi ideali, che è la base della Confraternita della Rosa Croce. Presa sede nella “Casa dello Spirito Santo”, i suoi primi adepti si dedicano allo studio dell’antica saggezza e compiono opere miracolose, prima tra tutti guarire i malati. Christian Rosenkreutz vive 106 anni e muore nel 1484.  Dopo la sua morte, la sua opera è continuata dai suoi successori. Nel 1604 i confratelli stanno ristrutturando la loro sede quando trovano una porta nascosta, con una scritta in latino “Dopo 120  anni mi aprirò”. Dietro la porta c’è una volta a sette lati, illuminata da un sole artificiale che pende dal soffitto, con quest’ultimo, il pavimento e le pareti e il soffitto stesso carichi di scritte e figure simboliche; la stanza contiene bauli colmi di libri e oggetti rituali, un altare e una bara dove giace il corpo di Rosencreutz, perfettamente conservato, insieme alle iniziali di sei Fratelli della prima ora.   La scoperta della tomba viene interpretata dai Fratelli come un segno, che li invita a uscire allo scoperto, a diffondere la conoscenza segreta accumulata dal maestro, a compiere le opere di carità da lui indicate.
La descrizione della volta ha catturato l’immaginazione di molti: nell’Ottocento, la società occulta della Golden Dawn ha costruito per le sue cerimonie una volta corrispondente in tutto e per utto a quella descritta dalla Fama, mentre uno dei più importanti rituali massonici, il rito di iniziazione di Adeptus Minor, è una rappresentazione della scoperta del corpo di Rosenkreutz.
La Risposta di Adam Haselmayer, personaggio immaginario che si rifà idealmente a Paracelso, contiene in sostanza un messaggio apocalittico, annunciante il ritorno sulla terra del profeta Elia Artista, di paracelsiana memoria, che prelude all’avvento del regno dello Spirito Santo.
L’anno successivo, il 1615, compare la Confessio Fraternitatis, già preannunciata dalla Fama. Anche qui è presente un messaggio escatologico. Avvicinandosi gli ultimi giorni dell’umanità, si impone la necessità di diffondere la sapienza arcana ai giusti e chiamare tutti alla salvezza, invece di riservarla agli eletti come facevano gli alchimisti; detta salvezza consiste negli insegnamenti di Christian Rosencreutz e in un misterioso elisir universale; tuttavia, la Confraternita non potrà essere rivelata a nessuno senza uno speciale decreto di Dio, e si perderebbe chi volesse salvarsi al di fuori di essa.
Nel 1616 compare, pubblicato in tedesco a Strasburgo, un terzo documento,  Le nozze chimiche di Christian Rosenkreutz – Anno 1459, che inizia col protagonista immerso in meditazione quando viene chiamato da  una bellissima giovane che indossa un vestito celeste alle nozze di un re. Dopo un periglioso viaggio – dove compare tra l’altro il motivo della scelta della retta via – giunge al castello dove è accolto da un benevolo guardiano, ritrova la giovane che l’aveva avvertito e si unisce ad altri invitati. Questi passano la notte in grandi ambasce, consapevoli di essere partecipi di un rito di morte-rinascita. Il giorno dopo, alla pesa della virtù, Christian Rosenkreutz viene riconosciuto come il più puro e viene ammesso all’Ordine del Toson d’oro, ma a chi non supera la prova tocca la condanna a morte. Il quinto giorno gli ospiti sono ammessi al cospetto della giovane e bellissima regina, ed ha luogo un  rituale di marcato carattere alchemico: sei re sono decapitati da un Moro, che viene decapitato a sua volta da un cortigiano; i corpi sono messi in sei sarcofaghi e imbarcati su navi con le bandiere dei pianeti per la torre Olimpi che sorge su un’isola in mezzo al lago. Qui i corpi sono bolliti con la testa del Moro, ne viene estratto un uovo, da cui esce una fenice, dalle cui ceneri si preparano due omuncoli, che verranno abitati dalle anime dei sei re. Essi saranno la coppia reale che tornata nel suo regno fa giurare agli eletti che combatteranno senza pietà per la purezza e li proclama cavalieri della pietra d’oro. Christian Rosencreutz prende il posto del guardiano per espiare un suo vecchio peccato.

Johann Valentin Andreae, Le nozze chimiche di Christian Rosencreutz (1616), ed. J. van Rijckenborg, 1967

A questi scritti ne seguono numerosi altri, sia di di detrattori, sia di sostenitori. La risonanza  del  fenomeno è tale che molti scrivono chiedendo alla Confraternita di essere ammessi, altri la denigrano, altri si spacciano millantatamente per suoi membri. Il filosofo Gabriel Naudé rivela che essa è organizzata in gruppi di sei sparsi per tutto il mondo, e la accusa di servire il Diavolo e di praticare il sabba e la levitazione.  Vengono attribuiti alla Confraternita personaggi illustri, come gli alchimisti Michele Maier, Robert Fludd, Michel Potier e Comenius, filosofi come Cartesio – che sente parlare di loro, cerca di trovarli, e in quell’occasione fa un sogno che gli sembra sia di fondamentale esperienza, il sogno del melone, perché lo porta alla convinzione che la matematica sia l’unica chiave per la comprensione della natura, ma non ci riesce, e tuttavia è accusato di essere uno di loro, e fa della propria visibilità la prova che non è membro della Confraternita degli invisibili  – Francis Bacon – cui si deve il romanzo iniziatico Nuova Atlantis, che riecheggia visibilmente Le nozze chimiche di Christian Rosenkreutz –  Spinosa e Leibnitz. Il problema è che anche coloro che si dichiarano apertamente simpatizzanti dei Rosa Croce, una volta richiesti se appartengano effettivamente alla Confraternita, rispondono immancabilmente che lo desiderano, ma non ne sono degni.
La vasta eco che assume il fenomeno rosacrociano si spiega con le condizioni storiche che lo precedono e lo accompagnano, nella Germania dell’inizio del secolo XVII. La Riforma di Lutero si è conclusa da poco più di cento anni, e la Germania è in parte protestante e in parte cattolica. Le due fazioni non hanno ancora raggiunto un equilibrio, si respira un’aria di incombente calamità, che sfocerà nella Guerra dei Trent’anni, uno dei conflitti più sanguinosi d’Europa.  Agli sfarzi e alla corruzione della chiesa cattolica si contrappone in casa protestante la delusione per le vaste attese suscitate e poi mancate dalla Riforma. La Germania luterana è teatro di un’intransigenza, di un dogmatismo e di un’atmosfera di sospetti senza precedenti. Particolarmente aspro è il conflitto con i difensori della Controriforma, i Gesuiti, e col loro campione, il Cardinal Bellarmino. Nello stesso tempo, la società tedesca è percorsa da spinte mistiche potenti e pervasive. Esse si rifanno dall’attesa della fine del mondo proclamata dal movimento apocalittico di Giochino da Fiore, che crede nelle tre ere dell’umanità, di cui la prima, quella del Padre, dell’Antico Testamento, della Legge e del timor di Dio è passata, la seconda, quella del Figlio, del legame con la Chiesa e del dogmatismo, è in atto, la terza, quella dello Spirito Santo, della gioia e della libertà, è imminente. e nell’avvento dello Spirito santo. Le attese escatologiche sono riprese da Paracelso, che attende il ritorno di Elia Artista che porterà a compimento la perfezione della materia.  Proseguono con Tommaso Campanella, domenicano calabrese perseguitato dagli spagnoli per le sue attività sovversive, salvato dal papa Urbano VII con l’espediente di metterlo in prigione a Roma per farlo giudicare come eretico dal tribunale dell’inquisizione. Nella sua cella Campanella compone trattati di filosofia, scienze naturali, astrologia, astronomia e etnologia politica; è al corrente con tutto quanto succede in Europa e, grazie al discepolo Tobias Adami, viene in contatto con un gruppo di teologi e pastori protestanti colti, infervorati e polemici, il cenacolo di Tubinga (vedi infra), che può conoscerne in anteprima gli scritti, in particolare la Città del Sole, venendone evidentemente influenzato. Ma soprattutto la Germania ha una sua inesauribile corrente di mistici, con Meister Eickart,  Giovanni Taulero, Jacob Boehme, Geert Groote e i Fratelli della Vita Comune, Tommaso di Kempis, a cui si aggiunge nel Brabante Jan van Ruysbroeck. Lo spirito apocalittico pervade tutto il XVI secolo, con Paracelso e Martin Lutero che in modi diversi annunciano gli sconvolgimenti che avrebbero preceduto l’imminente avvento della quarta monarchia o regno dello Spirito, raccogliendo in tal senso la profezia gioachimita. Un’epoca di inquietudini, di speranze e terrori di fine del mondo, resi ancora più acuti dall’inerzia spirituale che ha ben presto preso il sopravvento sul fervore iniziale della Riforma, e che riaccende la fede nelle dottrine esoteriche della salvezza attraverso le pratiche dell’estasi e la speranza in una prossima parusia.
E’ in questo clima di irrequietezza e di attesa salvifica che prende corpo il programma di un gruppo di vivaci intellettuali protestanti, che Arnold (1955) chiama il cenacolo di Tubinga. Negli  scritti rosacrociani, che si devono secondo lui alla paternità collettiva del gruppo, si ritrovano le aspettative  apocalittiche insieme all’identificazione della Nuova Babilonia con la Chiesa di Roma, soprattutto nei suoi esponenti più indifendibili come Bonifacio VIII e Giovanni XXII, e alla polemica contro i Gesuiti, braccio armato della Controriforma. I dottori del cenacolo, nutriti dall’insegnamento spirituale dell’Alchimia, di Paracelso e Campanella e dall’eredità dei grandi mistici, e colpiti nello stesso tempo dalle profezie di Giochino da Fiore e dello stesso Paracelso, si convincono di essere nell’ultima, oscura stagione del mondo, alla vigilia della sua distruzione e dell’avvento dello Spirito Santo. Per questo, le trasmutazioni spirituali devono essere affrettate, e il compito conseguente che si assumono è di fare una pesca d’anime. Lo strumento che scelgono è il ludibrium, lo scherzo colto, e da qui scaturiscono i manifesti della Rosa Croce, che propongono al mondo una parabola della via della salvezza.
Di questo gruppo il pastore e teologo Johann Valentin Andreae, cui da più parti si sono attribuiti per intero i manifesti rosacrociani, è forse l’esponente più in vista, o almeno quello che rimane più esposto. Ad ogni modo per Arnold (1955), la stesura degli scritti rosacrociani è un lavoro a più mani, in cui sarebbe imprudente assegnare dei ruoli precisi nella compilazione delle diverse parti. Gli estensori dei manifesti sono un vero e proprio movimento di pensiero che si oppone all’ambiente ufficiale dell’ortodossia luterana, giungendo ad attirare su di sé anche accuse di eresia. All’interno del gruppo nasce l’idea di operare un’azione per risvegliare le coscienze, scuoterle dal torpore e dall’ignavia in cui stanno sprofondando, e rianimare le attese di rinnovamento e di palingenesi. Probabilmente è proprio Valentin Andreae, ingegno precocissimo, che già si è fatto ammirare per la brillantezza dello stile e delle argomentazioni, a dare a tutta la faccenda un’impronta scherzosa, di ludibrium, poiché nessuno sa usare meglio di lui la malizia e il mito al fine di “perseguire uno scopo serio e di inculcare nel lettore l’amore per il Cristianesimo”.

Le tre ere del mondo di Gioachino da Fiore, Gioachino da Fiore, Italia, XI sec.

I più stretti compagni d’avventura spirituale di Andreae sono Cristoph Besold, il suo miglior amico, traduttore dei Ragguagli di Boccalini, conoscitore dell’arabo, della Qabbalàh, dell’Alchimia e delle scienze occulte, ma anche fautore di un dialogo con i cattolici, atteggiamento questo che lo porterà nell’età matura a convertirsi al cattolicesimo; Wilhem Wense, entusiastico patrocinatore dell’esperienza mistica e animatore dell’idea del ludus di Andreae; Johann Arndt, padre spirituale del gruppo, sostenitore di una interpretazione personale della Bibbia e di una via mistica alla salvezza, precursore del Pietismo.  Arnold parla di un gruppo di trenta luterani cui si deve la paternità dei manifesti, che sono senz’altro frutto di lavoro collettivo. Infatti vi è una discrepanza fra lo stile molto personale, vivace, istintivo, elegante, concreto e truculento delle Nozze chimiche  e degli scritti successivi di Andreae e lo stile minuzioso, preciso, obiettivo, carente di spontaneità e immaginazione, impregnato di una logica purista e pedante che caratterizza i manifesti. Secondo lui un gruppo, del quale fa parte Andreae, esprime un pensiero che vuole essere incisivo e trasformatore, e ne affida la stesura dei testi a uno o due redattori revisionando il tutto. Del gruppo esteso fanno parte il teologo Johann Gerhard, che si  segnala per le dispute col cardinale Bellarmino e poi per la negoziazione di un accordo con i Gesuiti di Dillingen, Polykarp Leysen padre e figlio, polemisti luterani acerrimi avversari dei gesuiti, e altri che si celarono sotto uno pseudonimo, come Schweighardt (pseudonimo?), lo storico del gruppo, Iulianus da Campis, da questi definito il porta-spada della confraternita, che insiste sull’assunzione interiore della via della salvezza, e Irenaeus Agnostus, prima stretto collaboratore di Andreae ed estensore di lettere provocatorie per la causa dei Rosa Croce, poi suo acerrimo avversario quando questi deciderà di scindere le sue responsabilità dal gruppo.
Infatti dal 1616 al 1619 Andreae fa una specie di ritrattazione: ammette di essere l’autore delle Nozze chimiche, che però sono un frutto, secondo la sua dichiarazione, della sua penna d’adolescente; ma denuncia la Confraternita dei Rosa Croce come una farsa, un ludibrium, un gioco  intellettuale, e allo scopo pubblica una serie di pamphlet e satire, scritti con penna vivace e talento drammatico, in tedesco e in latino. Nello stesso tempo lancia un nuovo movimento, “da opporre all’indegna farsa della Fama”, cui da il nome di Christianopolis, Città cristiana, una specie di Gerusalemme celeste messa sotto la diretta protezione di Dio. Arnold spiega il voltafaccia col fatto che Andreae si ritrova esposto più di tutti gli appartententi del gruppo nella pubblicazione dei manifesti –  che, per quanto anonimi, sono rivelatori per lo stile e per i contenuti – e viene lasciato solo con se stesso a fronteggiare il clima di intransigenza e di sospetto della Germania luterana, pertanto deve adottare un atteggiamento prudente ed alquanto defilato per salvare la sua carriera ecclesiastica, minimizzando la partecipazione all’avventura rosacrociana che non può del tutto negare.
Frances Yates (1972) contestualizza ulteriormente il lavoro del cenacolo di Tubinga individuando un movente politico-esoterico alla sua attività. Le Nozze chimiche sono evidentemente simboliche, anche se molti dettagli sono tratti dal matrimonio tra Federico V, Elettore Palatino del Reno, e la principessa Elisabetta, figlia di Giacomo I Stuart Re d’Inghilterra e di Scozia, nipote di Elisabetta I e sorella di Enrico, erede al trono. Federico ha riunito ad Heidelberg, capitale del Palatinato, scienziati e filosofi, è studioso di scienze ermetiche e protestante di ampie vedute, punto di riferimento degli scienziati tedeschi e boemi. Elisabetta, splendida, poco più che adolescente, vivace, curiosa, ha ereditato dalla zia la passione per la “occulta filosofia”. Profondamente legata al fratello Enrico, entrambi sono amici di Federico fin dalla giovinezza. Ma Enrico muore di febbre tifoidea nel 1612. Il matrimonio di Federico ed Elisabetta, nel 1613, suscita enormi aspettative: la speranza di un governo ideale, nel Palatinato, una specie di governo dei filosofi, ispirato alla tolleranza, allo studio della conoscenza e all’incentivazione delle scienze occulte. Dopo il matrimonio, a Londra, avvenuto alla presenza di John Dee e degli altri loro amici occultisti, Federico ed Elisabetta iniziano ad attuare il loro progetto, riunendo intorno a se intellettuali amici e diffondendo gli scritti proibiti di Agrippa, Campanella. E contano di espandere il loro dominio…
Nel 1614 infatti esce la Fama, che secondo la Yates farebbe parte di un piano ben orchestrato per guadagnare consenso al programma della coppia regale del Palatinato. Infatti l’Imperatore del Sacro Romano Impero Mattia d’Asburgo, successo a Rodolfo II, appassionato di scienze occulte, predispone l’elezione al trono di Boemia di un suo lontano cugino cattolico, il Duca di Stiria, che prende il nome di Ferdinando II. Ma i Boemi, in maggioranza protestanti, non accettano l’investitura: il divieto da parte del nuovo re di costruire alcune chiese protestanti sfocia nell’episodio della seconda defenestrazione di Praga (che avviene senza vittime) e nell’offerta della corona a Federico V, la cui candidatura è appoggiata da molti altri protestanti, tra cui il poeta John Donne. Fiducioso nell’appoggio inglese e olandese Federico accetta la nomina e viene incoronato Re di Boemia nella cattedrale di Praga il 4 novembre 1619 da un pastore protestante di fede ussita.  I suoi sostenitori ne fanno una figura messianica, il promotore di una rigenerazione spirituale destinata a estendersi a tutta l’Europa, traendo ispirazione dalle idee degli occultisti inglesi John Dee ed Edward Kelley, che hanno soggiornato presso l’Imperatore defunto Rodolfo II d’Asburgo. Ma con la sua accettazione della corona di Boemia egli dà inizio alla prima fase della Guerra dei Trent’anni. L’Imperatore Mattia  organizza l’esercito della Lega Cattolica ed invade la Boemia, sconfiggendo l’esercito boemo nella battaglia della Montagna Bianca. Federico è costretto ad andare in esilio, e deve abbandonare anche il Palatinato, invaso dall’Imperatore. Si rifugia con la sua corte, immiserita ma sempre colta, all’Aja, e per  il suo breve regno in Boemia passerà alla storia col nome di Re d’Inverno.

Johann Valentin Andreae, Rei publicae Christianopolitanae descriptio, Strasburgo, 1619

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§ One Response to “9.6 – Le società segrete: i Rosa Croce”

  • [...] L’esistenza dei Rosa Croce è un classico esempio di quelle che Bateson chiama “proposizione la cui validità risiede nella fiducia che vi si ripone” (1972). I Rosa Croce sono per definizione gli invisibili: dunque, per esistere, devono non essere visti, e la loro invisibilità è un’ulteriore prova della loro esistenza. Al di là dei paradossi logici posti da questa misteriosa confraternita, e dall’uso che ne è stato fatto da altre, e ben più tangibili congreghe per attribuirsi un blasone, una credibilità, una – in barba alle intenzioni dei Rosa Croce, se mai ve ne fossero stati! – visibilità, le sue vicende pongono una serie di problemi storici rilevanti. I Rosa Croce danno segno di sé nel 1614, a Kassel, in Germania, con un libello anonimo in lingua tedesca intitolato Riforma unversale e generale dell’intero universo. Seguita dalla “Fama Fraternitatis” dell’Onorevole Confraternita della Rosa Croce, indirizzata a tutti gli uomini dotti e ai sovrani d’Europa, e da una breve risposta inviata dal signor Haselmayer, al quale per questo motivo è stato arrestato e gettato in prigione dai Gesuiti e incatenato su una galera. Ora data alle stampe e resa nota a tutti i cuori sinceri. Il complesso titolo è preceduto da un’illustrazione che rappresenta l’ancora della speranza allacciata al serpente di Mercurio (articolo). [...]

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