9.3.1 – La polifonia mistica di Ildegarda di Bingen

 Scivias, Ildegarda di Bingen, Codice Rupertberg, XII sec.

 Ildegarda di Bingen nasce a Bemesheim, Alsey, nel 1098, da nobile famiglia. In quanto decima figlia, è votata dai genitori fin dalla nascita al servizio di Dio. Quando ha otto anni, è affidata a Jutta di Spanheim, una nobildonna che fa vita da anacoreta presso il monastero di Disibodenberg e che poi sarà fatta beata; non si sa se anch’ella venga accolta secondo il rito degli anacoreti o se prenda i voti come oblata. A circa dodici anni entra in monastero e fa voto di verginità. Poiché molte donne si uniscono a Jutta e a Ildegarda, esse trasformano il loro eremo in un piccolo monastero di clausura che segue la regola di S. Benedetto. Nel 1136, Jutta muore, ed Ildegarda prende il suo posto a capo del monastero col titolo di magistra, che mantiene fino alla morte. Da ora in poi la sua vita è tutta un intrecciarsi di attività connesse alla sua responsabilità monastica e all’ispirazione mistica che si manifesta ben presto col dono della chiaroveggenza e della profezia, tanto che verrà chiamata “la sibilla del Reno”. King-Lenzmeier (2004) impiega per la sua vita il termine “polifonia mistica” per indicare l’insieme di interessi, impegni, responsabilità amalgamati in un tutto unico dalla sua profonda creatività ed ispirazione interiore, sì che ne escono molteplici ma concordi intonazioni. La questione della salute, ad esempio: Ildegarda è fin dalla nascita di salute malferma, e continuamente soggetta a malattie e dolori. Le visioni sembrano alleviare il dolore delle malattie, ma la lasciano debole e sfinita. Un giorno esse le dicono di scrivere, e di rivelare il loro contenuto, Ildegarda è dapprima incredula e dubita dell’autorità e dalla veridicità della chiamata. A questo punto  viene colpita da una malattia, che la costringe a rivedere le sue perplessità e a intraprendere il compito assegnatole. Un’altra malattia, che la costringe inferma a letto, si manifesta quando l’abate Kuno si oppone al trasferimento del monastero femminile da Disibodenberg a Rupertsberg. Agli occhi increduli e demistificanti dei moderni quelli di Ildegarda sono disturbi psicosomatici e di conversione, motivati da un conflitto inconscio – il desiderio di rendere manifeste le visioni e il timore di farlo – o dalla ricerca di un tornaconto secondario – il permesso di partire, vincendo l’opposizione dell’abate. Ma sarebbe un’interpretazione riduttiva. La polifonia mistica si manifesta non solo nell’opera di Ildegarda, ma in tutto il suo modo di essere. Il suo corpo malaticcio è in realtà uno strumento duttile di uno spirito volitivo e indomito, che porta in fondo il suo programma a dispetto degli ostacoli esterni e dei vincoli di resistenza interni: basta dire che tutta l’opera letteraria compare in età matura, dopo i 49 anni, mentre in età senile, dopo i 63 anni, hanno luogo i viaggi di predicazione, all’epoca estenuanti.
   Il resoconto scritto delle visioni di Ildegarda è accompagnato da un commento e da delle miniature, che integrano graficamente il loro contenuto. Inoltre compone musica, che si accorda con le visioni, e nei suoi canti fa uso della “lingua ignota”, fatta di neologismi, che probabilmente serve come codice ad uso interno delle consorelle del monastero. Ildegarda si considera una profetessa: la sua testimonianza profetica si svolge soprattutto come partecipazione al mondo di ciò che riceve nelle visioni, ed assume poi la veste di una nutrita attività epistolare e di un interventismo “politico” presso autorità ecclesiastiche e laiche, dettato dalle sue prese di posizioni ispirate. Entra così in comunicazione con S. Bernardo di Chiaravalle, che approva la sua regola, con vari papi e con l’Imperatore Federico I Barbarossa. Infine è taumaturga e scrive di medicina e scienza della natura, e oggi le sue ricette sono ancora considerate valide come cure olistiche. Raramente effettua predizioni del futuro, che comunque per lei è precostituito in Dio fin dal principio. E’ senza dubbio una sostenitrice dell’ortodossia, ponendo l’insegnamento della Chiesa come canone dottrinale, mediante il quale si può vivere in armonia secondo la volontà di Dio, mentre al di fuori esiste la tentazione del demonio e la possibilità del male. E’ riportata avere conseguito almeno una guarigione mediante esorcismo. 

  

Scivias, Ildegarda di Bingen, Codice Rupertberg, XII sec.

Nel 1141, dopo avere udito il comando di Dio, comincia a scrivere lo Scivias  con l’aiuto di frate Volmar, che si occupa delle necessità religiose del monastero femminile, e della consorella Richardis, ai quali la lega un’intima solidarietà. Le visioni di Ildegarda suscitano il suo sconcerto, tanto che è fortemente perplessa di fronte al comando che da esse le viene dato di metterle per iscritto e di pubblicarle; ne parla con Jutta e con Volmar e alla fine nel 1146 scrive a Bernardo di Chiaravalle, che non solo la rassicura, ma si schernisce chiedendosi chi è lui per dirle cosa fare se le visioni vengono da Dio. Finché al Sinodo di Treviri Papa Eugenio III, un cistercense influenzato da Bernardo, dà pubblica approvazione e lettura della sua opera. Le sue composizioni musicali intanto sono già note e ammirate, come testimonia una lettera di Oddone di Soisson (che poi si farà chiamare Oddone di Parigi). Nel 1148  Ildegarda riceve una visione che le dice di lasciare il monastero di Disinbodenberg, che frattanto è diventato troppo piccolo per l’elevato numero di giovani che chiedono di esservi accolte; la visione è oggetto di molte discussioni, e l’opposizione dell’abate del monastero, Kuno, alla partenza di Ildegarda con venti monache è vinta solo a seguito dell’infermità di lei, nel 1150.  Poi Ildegarda è presa dalla costruzione del nuovo monastero, Rupertsberg, in una zona impervia e selvaggia, mentre intrattiene una fitta corrispondenza con importanti personaggi politici. Su richiesta dell’Imperatore gli fa visita a Ingelsheim, e nel 1155 egli le concede pieni ed esclusivi diritti di proprietà su Rupertsberg. Nel 1151 termina lo Scivias, ma deve sottostare a una grossa perdita: la diletta Richardis, di famiglia di lignaggio superiore del suo, viene fatta badessa a Bassum. Ildegarda si oppone alla sua partenza, ma alla fine nulla può. Richardis muore un anno dopo, nel 1152. La “sibilla del Reno” comincia a scrivere Physica e Causae et curae, opere di scienza e medicina. Nel 1156, malgrado la salute da sempre malaticcia, fa il primo viaggio di predicazione, scendendo sul Meno fino a Bamberga. Negli anni 1158-63 scrive il Liber vitae meritorum. Nel frattempo tra papato e impero divampa la “guerra delle investiture”, per il diritto alla nomina dei vescovi, che culmina nello scisma del 1159; essa durerà fino al 1177, e vedrà l’elezione di tre successivi antipapi. Ildegarda si mantiene apparentemente neutrale, e il risultato della sua prudenza è che l’Imperatore le garantisce con un documento scritto perpetua protezione imperiale per Rupertsberg, rivolgendosi a lei come abbatissa. In seguito, con l’inasprirsi del conflitto non manca nelle sue lettere di redarguire aspramente Federico Barbarossa. Nel 1163 comincia a scrivere il De operatione Dei. Nel 1165 fonda il monastero gemello di Eibingen, sull’altra sponda del Reno. Nel 1170 scrive la Vita di S. Disibod. Nel 1173-4 muore Volmar, che viene sostituito, dopo molte resistenze dal parte dell’abate, da Goffredo, e poi da Gilberto di Gembloux. Nel 1178 Rupertsberg viene posto sotto interdetto poiché Ildegarda, sempre a seguito di una visione, rifiuta di riesumare un uomo che è stato scomunicato, ma è morto col conforto dei sacramenti. Nel 1179, dopo molte lettere e suppliche, l’interdetto viene tolto, ma Ildegarda muore l’8 settembre dello stesso anno.

  Scivias, Ildegarda di Bingen, Codice Rupertberg, XII sec.

 Ildegarda rifiuta sempre l’idea che le sue visioni siano estatiche, perché quando le si manifestano essa rimane cosciente di ciò che la circonda e delle proprie occupazioni, mantenendosi desta sia alla dimensione quotidiana che a quella cosmico-soprannaturale. Così in una lettera a Gilberto di Gembloux parla della sua esperienza:
   Fin dalla prima infanzia, prima che le ossa, i nervi e le vene fossero divenuti forti, ho sempre avuto questa visione nella mia anima e anche oggi che ho più di settant’anni. In questa visione, quando Dio lo vuole, la mia anima si innalza in alto nella volta celeste e nel profondo del cielo mutevole e si diffonde tra popoli diversi benché lontano da me, in luoghi e terre remoti. E poiché li vedo  così dentro la mia anima, io li osservo in armonia col movimento delle nuvole e di altre cose create. Io non li sento con gli occhi esterni del mio corpo, né li percepisco attraverso i pensieri del mio cuore o una combinazione dei miei cinque sensi, ma solamente dentro la mia anima, mentre i miei occhi esteriori rimangono aperti. Così non soffro mai di perdita di conoscenza e di sensi durante le mie visioni, ma le vedo ben sveglia, giorno e notte. E sono senza tregua oppressa da qualche malattia e spesso in uno spasmo di dolore così intenso che minaccia di uccidermi; ma Dio mi ha sostenuta fino ad adesso. La luce che vedo non è nello spazio ma è molto, molto più chiara di una nuvola che riflette il sole. Non posso misurarne né il peso né la lunghezza né la larghezza; io la chiamo “l’ombra della Luce vivente”. E così come il sole, la luna e le stelle si vedono nell’acqua, così scritti, sermoni, virtù e alcune azioni umane prendono forma davanti a me e brillano all’interno di quella luce… Inoltre, io non riesco a riconoscere la forma di quella luce più di quel che non riesca a fissare direttamente la sfera solare. Talvolta, ma non spesso, io vedo all’interno di quella un’altra luce, che chiamo “la Luce vivente”. E non posso descrivere quando e come la vedo, ma mentre la vedo ogni pena e angoscia mi abbandona, tanto che mi sento come una fanciulla innocente e non come una povera vecchietta (King-Lenzmeier, 2004, p.225-6).
   Le visioni di  Ildegarda presentano alcuni elementi comuni a un tipo particolare di emicrania, l’emicrania oftalmica o scotoma scintillante. Durante gli attacchi di questa malattia le cose appaiono come luci splendenti (stelle, puntini) su uno sfondo scuro, c’è percezione di aure, compaiono nel campo visivo edifici e strutture merlate. Immagini analoghe si riscontrano nelle sue visioni, e ciò ha fatto sorgere dei dubbi sull’ispirazione divina delle stesse. Certo, l’interpretazione di  qualsiasi esperienza avviene in un contesto, per cui le visioni che al tempo di Ildegarda sono considerate frutto di ispirazione divina oggi le vediamo con gli occhi disincantati della scienza: dunque possiamo attribuirle ad una abnorme eccitabilità neuronale che, in modo analogo all’epilessia temporale, la porta ad avere stati di coscienza alterati ed aperture verso mondi superiori. Nella sibilla del Reno un’intima unione del soma, della psiche e dello spirito fa sì che anche le fragilità somatiche vengano utilizzate al servizio di uno spirito indomito e di una fede incrollabile. Del resto già ai suoi tempi c’è chi sospetta che esse siano opera del demonio. Probabilmente Ildegarda deve a un concorso di circostanze – l’essere di nobili origini, il precoce ingresso nella vita monastica, l’approvazione di S. Bernardo di Chiaravalle e poi del papa – il fatto che il contenuto delle sue visioni e le sue tesi dottrinali siano accettati dalla Chiesa, e non proscritti e bruciati sul rogo. Comunque le sue visioni le danno adito ad una realtà e a dei piani di esperienza diversi da quelli accessibili coi sensi ordinari, verosimilmente in virtù di uno sdoppiamento coscienziale cui ella da il nome di “doppia visione”.

 De operatione Dei, Ildegarda di Bingen, XIII sec.

   Tre sono i trattati teologico-visionari di Ildegarda di Bingen. Il titolo del primo, Scivias, è una contrazione di scito vias, conosciate le vie (del Signore). Esso inizia con una prefazione che ribadisce il carattere non estatico delle visioni, da Ildegarda ricevute in stato di veglia, “con la mente e gli occhi e le orecchie del mio essere interiore” (ibid., p. 60). Esse le sono divenute familiari fin dall’infanzia, come un’esperienza confortatrice, anche se a volte inquietante, o imbarazzante, esperienza che ha per oggetto Dio come “la luce vivente, colui che illumina l’oscurità”. L’espressione più frequente che ella usa per riferirsi alla Luce divina è viriditas, verdezza, con cui intende la sorgente animatrice di ogni vita.  Si può pensare che la consuetudine con luoghi naturali caratterizzati da una vegetazione rigogliosa e prorompente abbia suggerito alla visionaria questa metafora che celebra la forza generatrice della vegetazione. D’altra parte, tutto il pensiero di Ildegarda ruota intorno al tema dell’Incarnazione e a una serie di polarità,  tra il Dio creatore e il frutto della sua azione creatrice, e all’interno di quest’ultima tra le coppie di opposti maschile e femminile, bene e male, e luce e ombra, vita sessuale e verginità, che animano una ricerca di sintesi e un percorso spirituale in cui l’uomo viene dalla Luce e tende a ritornarvi, pur se sviato in questa sua tensione dal mondo delle ombre, della materia e del Male. Il testo è accompagnato da preziose illustrazioni, intessute di filigrana d’oro, che non solo fanno da contrappunto al testo, ma lo spiegano e lo chiariscono. La sibilla del Reno si rivolge a “un’epoca effeminata”, un’età che va alla deriva, lontana dalla conoscenza e dalla verità di Dio. Ella fa grande uso di figure allegoriche, per lo più al femminile, illustrazioni dei vizi, delle virtù, di idee astratte, che danno grande forza narrativa al discorso. 
   Il secondo trattato, il Liber vitae meritorum, parla dell’incontro tra la parola e la carne, accentuando l’aspetto allegorico, perché è una descrizione della relazione tra virtù e vizi. Esso è una sorta di libro purgatoriale, trattando del Purgatorio come un livello superiore dell’Inferno, dove i vizi sono emendati dal confronto con le virtù. La maggior parte dei nomi astratti in latino sono al femminile, non soltanto quelli delle virtù: potrebbe essere una coincidenza, ma verosimilmente l’autrice la usa per dare corpo ai vizi, anche se con ciò non vuole equipararli al principio femminile.
   Il terzo trattato, De operatione Dei, l’attività o le opere di Dio, riprende e completa le idee dei primi due, il macrocosmo del primo e il microcosmo del secondo, per dar vita alla connessione tra l’universo come è concepito e abbracciato dalla divinità e il mondo della creazione che culmina con l’uomo. Qui sono figure femminili non solo le personificazioni delle virtù, ma anche le ipostasi che riflettono il divino. Il trattato è diviso in tre parti, in ossequio alla natura trinitaria di Dio: la prima parte riguarda il mondo dell’umanità, la seconda il mondo dell’aldilà, la terza la storia della salvezza, cioè del macrocosmo. Nel prologo, ella descrive una visione straordinaria nella quale riceve l’intuizione del significato del Vangelo di Giovanni. Ildegarda, contrariamente alle sue abitudini, dice qui che è talmente commossa e scossa dalla visione da uscire fuori di sé, e da avere quindi un’esperienza estatica. Le visioni della prima parte rappresentano l’umanità all’interno di una struttura circolare, simile a un mandala. In questo trattato si rivela nella maniera più completa la piena padronanza da parte di Ildegarda della conoscenza dell’epoca, che colloca l’uomo al centro di un microcosmo e in corrispondenza con un macrocosmo. La seconda parte consiste in un’unica visione nella quale ella vede il mondo al di là del corpo, commentando la Genesi e l’ordinamento della creazione. Ogni elemento possiede sia una funzione naturale che un significato allegorico, ed è in connessione con i sensi e con la morale, come nel Liber vitae meritorum. Nelle visioni della terza parte ella ritorna al tema della salvezza, intesa in senso più che storico spaziale, legando il mondo della rivelazione divina al mondo sperimentato dagli esseri umani.

Il sistema dei quattro elementi e temperamenti, dei punti cardinali e dei venti, Isidoro da Siviglia, Enzyclopadische Sammelhandschrift, Colonia, 800 ca.

    Ildegarda di Bingen è altrettanto nota come scrittrice e visionaria quanto come autrice di opere musicali. Nell’ambiente monastico lo scandire della giornata è strettamente legato ai canti che accompagnano le preghiere. La musica religiosa è per i credenti un riflesso dell’armonia delle schiere angeliche al cospetto di Dio. La musica di Ildegarda fa parte dei suoi doni di visionaria: ella afferma di avere ricevuto l’insegnamento della notazione musicale e le sue composizioni allo stesso modo in cui ha imparato a leggere e scrivere in latino e a comprendere le Scritture, ovvero tramite le visioni. Il testo e la musica di Ildegarda sono strettamente intrecciati, e le sue composizioni sono state definite “sinestesica” per la capacità di tradursi immediatamente in immagini visive. Per di più, lo scopo di questa musica è di evocare l’unione di microcosmo e macrocosmo, nel contesto della quale le rivelazioni di Ildegarda vogliono tradurre in immagini o suoni l’effetto provocato in una mente umana dalla fonte originaria, la Luce vivente. Ella ha composto tra i 71 e i 77 canti, il cui insieme forma la Symphonia, e un dramma allegorico e liturgico, l’Ordo virtutum. I motivi dei canti sono come negli scritti l’Incarnazione, l’incontro tra cielo e terra, la redenzione del creato. L’Ordo virtutum celebra i temi più cari all’autrice, l’incarnazione della Parola, la verginità come condizione della discesa di Cristo in terra e stato prossimo al divino, la realtà della sofferenza e del male, il trionfo del bene e la redenzione del mondo. Si è supposto che il dramma sia destinato ad un uso liturgico, nell’occasione della consacrazione di una vergine.

   Nelle opere medico-scientifiche, Physica e Causae et curae, Ildegarda si occupa del mondo della Creazione, il microcosmo, dove l’evento della Caduta ha fatto sì che si producesse la disgregazione dell’armonia tra le

sfere, e quindi la malattia e lo squilibrio. Il peccato non è la sola causa dei dolori e degli acciacchi, ma nemmeno le cause fisiche sono le sole determinanti per la salute e il benessere del corpo. D’altra parte, a causa delle infermità di cui ha sofferto fin da bambina, ella non può considerare la malattia una punizione divina, ma semmai una prova da superare, per riportare l’equilibrio all’interno del corpo e l’armonia nel rapporto tra l’anima e quest’ultimo. Ne viene fuori una visione “olistica” della malattia e della cura, e non a caso i consigli e i rimedi di Ildegarda sono ancor oggi tenuti in considerazione dalla Medicina Non Tradizionale. Ella segue la dottrina classica dei quattro elementi cui corrispondono i quattro umori nel corpo, come la ritrova in Isidoro da Siviglia: per mantenersi in buona salute, la composizione somatica deve essere armoniosa, poiché lo squilibrio degli umori conduce alla malattia o all’eccesso di certi tipi di temperamento e di condotta. Ildegarda esalta la verginità come condizione grazie alla quale la persona può concentrare tutta la sua attenzione su Dio, tuttavia dimostra nelle sue opere di conoscere e di comprendere gli altri aspetti del femminile, in particolare quelli legati alla sessualità e alla maternità, e appare in possesso di non comuni doti di intuizione e di empatia, sia verso le donne sposate che verso gli uomini.
   Nella musica è più evidente l’immagine di Ildegarda come mistica polifonica, in quanto i suoni sono per lei inseparabili dalla sua esperienza della Luce vivente e integrati col resto della sua opera. La sua musica è affascinante dal punto di vista tecnico per i musicologi. Al suo tempo non si usava il pentagramma, ed ella ricorre ad un numero relativamente piccolo di motivi che ripete con ingegnose variazioni. Le liriche non hanno rime secondo le convenzioni dell’epoca e lo stile del verso libero è perfetto per l’accompagnamento musicale e viceversa. Il latino approssimativo e solamente liturgico ha una valenza espressiva particolare. Il tutto è al servizio della teologia che si è formata con le visioni e l’esperienza storica e psicologica e spirituale della vita monastica. Con la King-Lenzmeier:
   “La musica di Ildegarda era un’espressione della sua vita spirituale come monaca benedettina, l’uso del canto era dettato dal momento e dalle circostanze e i soggetti nei suoi canti e in particolare nel suo dramma allegorico erano pieni di intuizioni psicologiche riguardanti il carattere degli umani” (ibid., p.184).

De operatione Dei , Ildegarda di Bingen, XII sec.

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