6.2 – Così in alto come in basso: la visione cosmico-antropologica dell’alchimia

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Il micro-macrocosmo alchemico, il Filosofo giardiniere sul monte dei pianeti-metalli, Juniter Pansophus, Musaeum Hermeticum, 1749.

La vita dall’Alto s’effonde

nell’uomo s’arresta la traccia

potenti presenze nell’onde

splendore divino che abbraccia

Lungo il corso dei secoli, l’Alchimia fu influenzata ed influenzò correnti culturali e mistico-religiose che scorrevano in parallelo con essa. L’idea di quinta essentia come principio basilare che sta al di là dell’articolazione dei quattro elementi empedoclei, e l’analogia nella costituzione tra corpo umano ed essenze dei metalli è ripresa dal pensiero ellenistico. Come rileva Patai (1994), l’Alchimia condivide con la Qabbalah una visione unitaria del tutto, considerato da entrambe come contenitore ed espressione di un’unica essenza sostanzialmente identica, e questa affinità conduce ad importanti lasciti nei due sensi. La Qabbalah fornì un’importante conferma alla visione alchemica della corrispondenza tra Macrocosmo e Microcosmo con la sua credenza nei quattro mondi dell’emanazione, interrelati e sviluppati l’uno dall’altro, e con l’idea conseguente di una reciprocità di azioni trasformatrici tra l’Alto e il Basso – espressa dal famoso apoftegma della Tabula Smaragdina – , in virtù della quale le influenze che emanano da ciascuno dei mondi agiscono sull’altro, o gli altri, in entrambe le direzioni. Così, il potere del Sole determina la maturazione dei metalli fino all’oro, ma anche gli atti umani possono produrre importanti cambiamenti nel Macrocosmo, come quando il re Davide portò a compimento la perfezione della Luna. Un’altra importante acquisizione fu l’uso della ghimatriyya, il metodo cabalistico di interpretare le parole bibliche mediante il calcolo del valore numerico delle lettere che le compongono, metodo che venne adottato dagli alchimisti cristiani. Questo condusse alla rinascita di un atteggiamento dell’alchimia ellenistica: l’attribuzione di una potenza misteriosa alle parole, in particolare alle parole ebraiche. La numerologia mistica è una legittimazione della visione alchimistica di una interdipendenza dei mondi e dell’esistenza di un’essenza comune che sta alla base della variabile molteplicità delle forme tangibili. D’altra pare, i cabalisti trassero dallo studio dell’Arte Regia il sostegno alla loro visione unitaria del tutto, espressione, nelle sue molteplici manifestazioni, di un unico, basilare principio che tutte le permea. Per esempio Khunrath, alchimista ebreo particolarmente studiato da Jung, afferma che la Pietra Filosofale è identica al Ruach Elohim, lo Spirito di Dio che sovrastava le acque al principio della creazione.

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La materia nel vas: il bestiario alchemico, Tractatus Alchemici, Leida, inizio XVI sec.

In realtà, però, la tramutazione dei metalli in oro non può essere per il cabalisti qualcosa di essenziale, anche perché mentre l’argento è il simbolo della parte destra dell’albero sefirotico, e quindi del maschile, dispensatore della grazia e dell’amore, l’oro si colloca nella parte sinistra, e corrisponde al femminile, al rigore e al giudizio. Ed in effetti nell’ebraismo, e in particolare negli ambienti cabalistici, raramente si praticava l’alchimia. C’è da chiedersi perciò, con Scholem (1984), perché a lungo Qabbalah e Alchimia sono state a lungo avvicinate nell’immaginario magico-mistico, e la spiegazione va ricercata nel passaggio di forme da un universo simbolico all’altro, nell’attingimento di entrambi da un fondo comune dato dalle immagini bibliche, nell’opera degli umanisti rinascimentali di unificare in un’unica visione del mondo, espressione della religione delle origini, Cabala, magia e Alchimia, infine nell’operazione dei teosofi inglesi rinascimentali, come Vaughan e Fludd, di interpretare la fabbricazione dell’oro come il simbolo del perfezionamento interiore dell’uomo attraverso l’identificazione con Cristo; impostazione che è stata ripresa e ampiamente diffusa dal movimento rosacrociano. Quando gli aspetti speculativi prevalsero su quelli operativi, alle qualità dei metalli si ricercò una corrispondenza con le qualità psichiche che, per effetto delle influenze astrali, si trovano diversamente assemblate in ogni essere umano, onde condurre anche su di esse un’opera di trasmutazione. Secondo questa teoria, alcuni metalli erano corpi, altri spiriti; i corpi e gli spiriti potevano essere trasmutati gli uni negli altri, così come un metallo in un altro. Questo portò a considerare anche lo spirito umano soggetto alla manipolazione e alla nobilitazione alchemica, e l’alchimista volto al perfezionamento dell’essere umano, sì che anche il processo di trasmutazione alchemica fu volto a portare l’individuo psichico all’espressione più completa e perfetta inerente al suo stesso essere. L’identificazione dei metalli con i pianeti da retaggio dei magi babilonesi divenne nell’Alchimia rinascimentale, in concomitanza con la riscoperta della civiltà classica, corrispondenza anche con gli dei dell’Olimpo. Nell’epoca successiva a Paracelso, una notevole parte degli scritti alchimistici verosimilmente non perseguiva fini puramente chimici, ma utilizzava i procedimenti chimici come indicazione di un lavoro mistico dell’uomo su se stesso. Per molti autori si può ammettere che abbiano consapevolmente pensato a una identificazione tra processo chimico e processo mistico, e ciò vale soprattutto per gli alchimisti degli ambienti rosacrociani. Vi sono poi gli alchimisti moderni e contemporanei, che in una identificazione rigorosa con la tradizione, pure consapevole dell’avanzamento delle conoscenze scientifiche, continuano a far propria la triplice articolazione cosmologica dell’Alchimia. Come dice Limojon de Saint-Didier, citato da Fulcanelli (1957), per l’alchimista ci sono tre tipi di oro. Il primo è il principio macrocosmico dell’oro, “è un oro astrale, il cui centro sta nel Sole, che con i suoi raggi lo comunica insieme alla sua luce a tutti gli astri che gli sono inferiori”(p. 263). Il secondo è il principio microcosmico dell’oro, che come tale si ritrova in quanto espressione di perfezione in ogni substrato materiale, “è un oro elementare, cioè la più pura e fissa porzione degli Elementi e di tutte le sostanze che ne sono composte” (ibid.). Il terzo è il metallo con cui abbiamo dimestichezza. L’opus alchemico ha a che fare con il principio microcosmico dell’oro, che è la Quintessenza delle cose.Infatti:

(Quanto alla Pietra), dopo la separazione e la purificazione che ne fa il Saggio… è propriamente l’oro della seconda specie; e quando quest’oro, perfettamente calcinato ed esaltato sino alla nettezza e al biancore della neve, ha acquisito col magistero una simpatia naturale con l’oro astrale di cui è diventato il vero magnete, attira e concentra in se stesso una quantità così grande di oro astrale e di particelle solari… da trovarsi nella disposizione prossima ad essere l’Oro vivo dei Filosofi, infinitamente più nobile e prezioso dell’oro metallico, che è un corpo senz’anima” (ibid.).

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Allegoria del magistero alchemico con l’Arbor scientiae, l’insegnamento dei dottori e la materia purificata e trionfante nelle immagini dell’uomo nudo e del re, R. Lullo, Opera Chimica, Firenze, XV sec.

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