L’eremita Morieno indica al suo allievo principe Khalid la Terra, fonte di sapere, M. Mayer, Symbola aureae mensae, 1617.
La strada il maestro ti spiana
ti guida il carisma la voce
l’intesa si affina più arcana
finché il fiume arriva alla foce
Allora, in che cosa consiste il cambiamento evolutivo e come lo si produce? Nella psicoanalisi, il cambiamento si produce come risultato della relazione paziente-analista all’interno di una cornice di fattori invarianti – il setting terapeutico. Ossia come risultato di una esperienza che offre al paziente la possibilità di rivivere gli eventi traumatici che lo hanno segnato e le relazioni disfunzionali che hanno strutturato il suo carattere e conseguentemente a loro volta gli stili relazionali che gli procurano sofferenza e disadattamento. Una volta che li ha rivissuti e compresi, il paziente può imparare a padroneggiarli, controllarli, compensarli, smorzarli, camuffarli, comunque a farne un uso più integrato e consapevole. Inoltre, all’interno del suo percorso terapeutico, imparerà a comprendere e gestire anche la relazione e la dipendenza che lo lega all’analista – come transfert su quest’ultimo della dipendenza dalle figure parentali – finché si affrancherà anche da essa ed accederà ad una relazione paritaria con lui; a questo punto non ne avrà più bisogno e sarà giunto il momento di congedarsene, forse per sempre. Nel cammino iniziatico, vi è analogamente una dipendenza dagli iniziati di grado superiore, che a volte è strettamente personalizzata, altre volte è più dipendenza dal gruppo che detiene il sapere iniziatico. Inoltre spesso risulta enormemente ampliato il valore della cornice formale, quella che nella psicoanalisi costituisce il setting, e rappresenta l’elemento di invarianza – il tempo e il luogo delle sedute, le regole, l’onorario dell’analista, contrapposto alla perenne mutevolezza della relazione. In alcune forme d’iniziazione l’apparato formale è enormemente dilatato, e diviene una cornice simbolico-cerimoniale che contribuisce alle esperienze emozionali preludio al cambiamento interiore. Questa cornice si impone per il forte impatto suggestivo, con cui si armonizza l’adesione interiore dell’adepto (da adipiscor, colui che ha raggiunto, che ha acquisito, che ha ottenuto), che si auspica fideistica. Su questo punto la psicoanalisi, nata da un pensatore laico, anzi ateo, respinge volutamente gli aspetti autoritari e suggestivi, e auspica che quella che è la loro fonte, la dipendenza transferale dall’analista in quanto figura parentale, venga infine analizzata e risolta. Nel cammino iniziatico non si prevede invece una analoga conclusione del rapporto di apprendistato, anzi, il maestro sarà sempre tale per l’adepto, entrando questi a far parte di una organizzazione piramidale in cui chi lo ha introdotto gli sarà sempre avanti per grado ed anzianità, oppure mantenendo comunque una relazione di deferente devozione. Gli aspetti fideistici non sono poi criticati, anzi sono ammessi e incoraggiati, come cemento dell’organizzazione, oltre che come molla iniziale del percorso; ma anche nelle varie organizzazioni psicoanalitiche gli aspetti di dipendenza, adesione acritica, potere carismatico, purtroppo non analizzati, assumono a tutt’oggi un valore eminente. Altrettanto determinante è il rapporto col guru nelle pratiche meditative delle religioni orientali. Qui, la funzione del precettore non è solo quello dell’esperto cui ci si deve rivolgere in virtù della sua competenza per acquisire la conoscenza, ma è anche quella dell’intermediario della grazia divina, che come tale deve intercedere presso la divinità affinché essa scenda sul discepolo, e non solo, perché una volta che l’esperienza estatica sia avvenuta, il guru deve confermare e interpretare il significato dell’evento (Goleman, 1988). Nel cammino iniziatico, la funzione del maestro è quella di mettersi in sintonia con un movimento interiore in atto nell’allievo, e di rendere possibile il conseguimento cui egli aspira. Questa concezione è legata alla trasmissione, più che del sapere, dell’essere; essa aborrisce un’imitazione pedissequa, che si risolve solo in un adeguamento esteriore, ma richiede l’acquisizione di un modo di essere davanti alla vita, di uno stile, di un padroneggiamento di conquiste esteriori ed interiori, corrispondenti al conseguimento di un livello dell’essere. Comune in Oriente, è pressoché sconosciuta in Occidente; nell’uno, l’insegnamento è scuola di vita, nell’altro, è trasmissione di nozioni. Con le parole di due discepoli di Gurdjieff, la de Saltzmann e Tracol:
Secondo le concezioni tradizionali, la funzione di maestro non si limita all’insegnamento delle dottrine, ma significa una vera incarnazione della conoscenza, grazie alla quale il maestro può provocare un risveglio e, per la sua stessa presenza, aiutare l’altro nella sua ricerca. Egli esiste per creare le condizioni di un’esperienza attraverso la quale la conoscenza potrà essere “vissuta” nel modo più totale possibile” (1975, p. 23).
L’alchimista incontra la sua guida angelica, che gli spiega le meraviglie della creazione, dal Musaeum Hermeticum Reformatum et Amplificatum, incisione su legno, 1678.
Come il risultato di una cura psicoanalitica non è stabilito a priori, ma dipende da una serie di fattori terapeutici, così nella via iniziatica il valore trasformativo del simbolo e del rituale non può esser dato per scontato. Innanzitutto, bisogna vi sia corrispondenza tra lo stato interiore – il livello di sviluppo – dell’iniziato e il simbolo proposto. Il simbolo ha valore evolutivo quando si accorda ad una esigenza interna di conoscenza e di perfezionamento dell’adepto. Per questo ogni rituale, anche il più sfarzoso e suggestivo, è inutile se non entra in risonanza con una adeguata intenzione evolutiva del soggetto. In tal caso, il simbolo produce un cambiamento di livello; altrimenti, è un simbolo morto, una forma vuota, che vengono ripetuti meccanicamente, ma senza alcuna efficacia psichica, o peggio, con l’unico risultato di far sentire il soggetto a posto con se stesso, iniziato o analizzato a seconda della scuola, e quindi senza più alcuna necessità e di conseguenza alcuna tensione interiore verso il rimettersi in discussione, il verificarsi, il migliorarsi. Tutto l’apparato formale della psicoanalisi si riduce a forma vuota se l’analista e il paziente non intrecciano tra loro quella forte, reciproca rispondenza trasformativi che costituisce il circolo transfert-controtransfert, e la ritualità iniziatica è senza efficacia senza l’aspirazione dell’adepto a perfezionarsi realmente all’interno della relazione con un maestro e di un sistema di conoscenze che gli additano la strada. Infine le differenze riguardano il tempo del processo trasformativo e la presenza dell’Altro, terapeuta o maestro. Tempi scanditi, regolari, codificati per la psicoanalisi, tempi non sempre formalizzabili, a volte mutevoli e imprevedibili, anch’essi vere e proprie prove, per l’apprendistato iniziatico. La psicoanalisi, espressione estrema della relazione duale, apporta i suoi effetti attraverso di essa, anche se continua ad averne anche dopo la fine dell’interazione fisica tra i due partecipanti, potendo la figura dell’analista continuare a produrre eventi psicologici anche in absentia, attraverso il dialgo interno che il paziente ha instaurato con l’analista interiorizzato. Mentre le pratiche meditative ed iniziatiche possono richiedere un ritiro entro se stessi, una esperienza di inabissamento, che sospende la relazione col maestro anche quando questi è presente; e comunque a parte queste situazioni richiedono che il discepolo si assuma comunque fin dall’inizio la responsabilità dei suoi atti, indipendentemente dalla fiura del maestro. Guenon (1987) distingue tra piccoli misteri, che mirano alla reintegrazione dell’essere umano e allo sviluppo della pienezza delle sue potenzialità, quindi a una condizione di consapevolezza e padronanza di se stesso; e grandi misteri, che invece hanno a che fare con la realizzazione di “stati sopraumani”, iniziando da dove finiscono i piccoli misteri, e conducendo l’iniziato, attraverso questi stati sopraumani, ma sempre condizionati, fino allo stato incondizionato descritto come “liberazione finale” o “identità suprema”, nel quale egli diviene un jivan-mukta, un liberato in vita. I rischi di un’autoinvestitura da parte di personalità carismatiche e fanatiche sono evidenti e non viene precisato come si manifestano gli stati sopraumani. Ma nella dottrina dello Yoga si avverte che se durante il percorso il praticante acquisisce facoltà magiche o paranormali (siddhi), esse sono distrazioni, ostacoli, tentazioni fuorvianti ch’egli deve oltrepassare per giungere al fine ultimo della realizzazione e del samadhi (unione, assorbimento della coscienza individuale nell’Assoluto). Comunque nella psicoterapia la dipendenza del paziente dall’analista è accettata e riconosciuta, per potere essere poi analizzata – ovvero ricondotta alle sue determinazioni precoci nell’infanzia – e risolta; mentre nel cammino iniziatico la responsabilità grava interamente sulle spalle dell’adepto, non su quelle del maestro. Egli deve camminare da solo, e l’essenza del ruolo del maestro è quella contenuta in uno Zenrin giapponese:
Se desideri conoscere la strada che sale verso la montagna, dovrai chiederla all’uomo che la fa avanti e indietro (citato da Goleman, 1988).
Raimondo Lullo che, guidato da Mercurio che suona il flauto, ara la terra alchemica, R. Lullo, Opera Chimica, Firenze, XV sec.


