La caverna, S. Trismosin, Londra, XVI sec.
Zampilla di vita l’aceto
la vergine nera si scioglie
percossa dal fuoco segreto
al re si prepara la moglie.
E’ venuto ora il momento di dire qualcosa della successione delle fasi dell’opus. Innanzitutto il tempo: secondo l’alchimista ebrea Maria la Profetessa la Grande Opera va eseguita in una stagione particolare, il mese egiziano pharmuthi, che corrisponde a marzo-aprile, e quindi l’inizio è sotto il segno dell’Ariete. Poi, vi è il problema della materia prima, il substrato dell’opus, su cui le definizioni sono così confuse e contraddittorie da porre un ostacolo insormontabile all’inizio del commino. Prima materia indica la Quintessenza, il principio universale della Creazione, mentre materia prima è la materia iniziale da cui i Filosofi estraggono il loro Mercurio. La Turba Philosophorum si esprime su di essa in termini contraddittori: “E questa cosa, nell’abbraccio, manifesta diversi colori, e la si trova dappertutto; è Pietra e non è Pietra; cara e vile, chiara e preziosa, oscura e conosciuta da tutti, non ha che un nome e ne ha molti; ed è lo sputo della Luna” (in Gruppo di Ur, Introduzione alla magia quale scienza dell’io, 1987, p.281). Da una reazione iniziale di misti imperfetti si ottiene, secondo Lucarelli (2005) una materia particolare, chiamata con molti nomi: satana, drago nero e scaglioso, serpente, vampiro, tarasca, materia lebbrosa, caos nero, primo caos, vaso scaglioso, ma anche vergine nera, conchiglia (di S.Giacomo di Compostella, il cui impervio pellegrinaggio è una metafora dell’opus), libro chiuso, vecchia quercia cava (latino ilex,che la cabala fonetica fa derivare dal greco hyle, selva, bosco, legna, materia), la nostra roccia, magnesia. La Turba philosophorum insiste sul fatto che si tratta di una sostanzia disprezzabile, di nessun valore, che tutti possono avere. In effetti è orrenda, fetida, sgradevole, ributtante, inutile per tutto se non per l’opera alchemica, di aspetto nerastro, coperta di lamine scagliose, spesso rivestita di puntini rossi o di uno strato giallo, friabile e fosca, dall’odore forte e nauseante, e sporca le dita quando lo si tocca, tanto che i Filosofi la definiscono toxicum e venenum. Vari sono stati i tentativi di individuare in una sostanza materiale questo improbabile punto di partenza dell‘opus. Tra questi, l’”alchimia umana”, o “alchimia corporale”, che ha voluto vedere nella prima materia delle secrezioni o emissioni corporee, equivocando in tal modo l’alchimia cinese, con la sua distinzione tra alchimia interiore ed alchimia esterna. Però nell’alchimia cinese i due processi vanno di pari passo e si influenzano reciprocamente, sì che la produzione dell‘Elixir o aurum potabile non ha nulla a che fare con l’operare estraendo una produzione o un componente dal corpo umano. Un’altra interpretazione è che la prima materia va intesa in senso spirituale, o metafisico, come Quintessenza, o anima mundi, il che giustificherebbe certe affermazione su di essa: che tutti la posseggono, si trova ovunque, è nota a tutti, non ha nessun prezzo, è disprezzata e si vende pubblicamente, ecc.
Il Sole e la Luna legano insieme il Dragone mercuriale, estraendone il secco solare e l’umidità lunare, Aurora Consurgens, Berlino, XVI sec.
All’inizio, vi è dunque la preparazione della Magnesia, della Vergine Nera, la sostanza primitiva e passiva destinata ad essere animata dallo spirito solare. Occorre per questo l’aiuto di un secondo corpo misterioso, chiamato fuoco segreto o filosofico, o anche acciaio, agente, verga, bastone, scettro, caduceo, asta, giavellotto, dardo: esso ha un aspetto salino, si trova nascosto nel ventre di Ariete (il segno degli inizi) ed è una materia molto comune che ci pare semplicemente utile (Lucarelli, ibid.). Con questo fuoco segreto si colpisce tre volte energicamente la roccia, e ne sgorgherà l’acqua misteriosa che contiene, come accadde a Mosè – inevitabile riferimento degli alchimisti – quando nel deserto fece sgorgare l’acqua dalla roccia. La sostanza che si ottiene con questa procedura è il mercurio comune, acqua viva, spirito della magnesia, leale servitore, cervus (servus) fugitivus, primo dissolvente, seconda Vergine, lac virginis, acetum fontis, aqua vitae. E’ il mercurio che sgorga dalla roccia, dal primo caos nero e tenebroso, la prima acqua o primo dissolvente. Dall’unione di esso con una seconda acqua, che è di natura differente ma dello stesso genere dello zolfo (in quanto come questo appartiene alle essenze metalliche), deriva una terza acqua che non bagna le mani, che i Filosofi chiamano mercurio riferendosi all’aspetto o zolfo riferendosi alle proprietà, il secondo dissolvente. E’ il mercurio duplice, o attivo, o filosofico, o Rebis. La sua preparazione costituisce la seconda fase, la coniunctio o complexio oppositorum, che avviene sotto il segno del Toro, e sotto l’impronta dell’apoftegma solve et coagula. Ma questo passaggio va spiegato più nel dettaglio. All’unione di Re (zolfo, principio secco e caldo) e Regina (mercurio, principio umido e freddo) segue la dissoluzione dei corpi e la separazione di un residuo secco (sale) in fondo al vas e di un Filius Philosophorum, un sublimato sospeso nel collo del vas, e che deve essere corporificato tramite le operazioni successive.
Fontana mercuriale, dalle cui tre bocche esce il lac virginis, l’acetum fontis e l’aqua vitae, e prima fase della coniunctio, Rosarium Philosophorum, Ms. 394, S. Gallo, Svizzera, XVI. sec.



[...] 6.3 – Le fasi dell’opus: la preparazione del Mercurio [...]