11.8 – L’idea di Dio e la Creazione

Gustavo Doré (Strasburgo 1832-Parigi 1883), La creazione della luce, incisione

L’idea di Dio è per A qualcosa da cui non si può prescindere quando si risale attraverso le leggi e i principi alla struttura intelligente della Creazione. Percorrendo le leggi dell’Universo, tutte quelle che sono raggiungibili, si constata che esse conducono ad un unico punto, e quel punto è Dio. Un elemento di ambiguità è dato dal termine stesso Dio, che fa pensare a qualcosa di personale, se non di antropomorfico. In realtà Dio può essere anche una forza, la causa delle cause, la causa prima alla quale si risale attraverso le forze che conferiscono alla realtà la sua struttura. Meglio ancora si può parlare di un campo di forze originario cui gli uomini hanno dato il nome di “Dio”. L’organizzazione del creato è un’organizzazione non casuale, ma intelligente – “Dio non gioca a dadi”, diceva Einstein – tuttavia questa struttura universale non è Dio, o meglio, è il Dio manifesto, che non è il vero Dio, perché il vero Dio è il Dio immanifesto, che sta al di là della forma ordinata e razionale del cosmo.
Se ammettiamo un Dio che pensa, e questa non è che una necessaria approssimazione, Egli non può evitare che il proprio pensiero diventi creazione. Ma creazione è un termine improprio, perché implica che ciò che è stato creato prima non esisteva. L’idea di una creazione ex nihilo di un qualcosa che prima non esisteva risulterebbe però in una diminuzione dell’infinita perfezione di Dio. Altra cosa invece è l’emanazione: poiché non è possibile che le cose non esistano, Dio non fa altro che trarre fuori da Sé, pensando, una cosa che esisteva già in Lui allo stato potenziale ma che, pensata, diviene autonoma, cioè acquista una realtà attuale non più inglobata nella sua personalità ma capace di vivere una vita personale e indipendente. Pertanto non esistono cose nuove che Dio possa creare, tutte le cose sono esistite da sempre, dall’eternità, perché presenti nella realtà divina, e quando sono state “pensate” da Dio ne sono state emanate, ovvero hanno acquistato carattere autonomo e sostanziale.
La Realtà dunque è una proiezione di Dio, e una stessa sostanza e una stessa materia è il substrato comune di tutto l’Universo. Esiste però una sostanza universale, informe, vincolata alla causa prima, ed esistono delle individualità; queste sono date dall’aggregazione di qualità, che assumono i caratteri della personalità, dell’intelligenza e dell’immortalità. Le qualità della sostanza universale che si uniscono divengono una struttura le cui proprietà sono qualcosa di più della somma delle parti: esse divengono personalità. Le personalità sono a loro volta sistemi auto-organizzati, che elaborano l’informazione, e quindi in quanto tali essi hanno proprietà di mente. Sono dunque intelligenze. Le strutture autorganizzatesi con proprietà mentali hanno capacità discriminative e decisionali, e dunque hanno volontà. Esse inoltre sono immutabili ed eterne, create da Dio dall’eternità e per l’eternità, vale a dire esse sono immortali. Dalla sostanza universale informe si passa attraverso livelli di successiva evoluzione e di sempre maggiore complessità a forme di personalità individualizzate di carattere unico, irripetibile, intelligente, decisionale, immortale, ovvero agli spiriti. Esistono pertanto due piani della creazione: quello della sostanza, della materia universale, che sottende ogni parte della creazione, e quello dello spirito, principio intelligente, che pur essendo fatto come la sostanza dello stesso substrato universale, non va incontro alla disaggregazione e alla riaggregazione dei suoi componenti e del fluido universale che li costituisce, ma permane immortale, sin da quando esisteva increato nel pensiero di Dio e per a tutta l’eternità. Con le parole di A:
Gli spiriti, in altri termini, formano l’alter ego di una esistenza informe qual’è la realtà, perché infatti la realtà contiene la qualità dello spirito, contiene al sommo grado queste forze, ma è una realtà che non ha autonomia. In altre parole, alla realtà manca un carattere particolare che lo spirito possiede: l’individualità (1973, p.209).

Coenders van Helpen, Caos, formato da calore, umidità, gelo, segretezza e aridità, da Escalier des sages, 1689

Bisogna distinguere tra la sostanza universale, che è la materia dell’Universo, e che nella sua realtà ultima è energia, perché la materia è la forma che assume l’energia; e la sostanza individuata, che rispetto alla sostanza universale ha l’autonomia e la circoscrivibilità. La sostanza individuata dello spirito è fatta da Dio relativamente infinita: è una porzione della sostanza universale che viene delineata spaziotemporalmente, infinita qualitativamente, e che non muore mai.  Pertanto, la sostanza individuata comporta una serie di qualità, ed in ultimo tende a diventare un’organizzazione intelligente; l’originario nucleo individuativo pone in essere la personalità, che comprende la volontà, e successivamente l’immortalità. L’immortalità infatti è data dal carattere individuale della struttura qualitativa dello spirito, che se venisse meno, comporterebbe un venir meno di una qualità “necessaria” della perfezione divina.  L’immortalità dello spirito è legata all’individualità, e se l’individualità permane, pur trasformandosi – secondo il principio d’evoluzione – lo spirito rimane immortale.  In queste trasformazioni non c’è uno spazio e un tempo perché l’aggregazione delle qualità elementari della sostanza è data da un principio formale – un’idea – in una struttura a capacità infinita, quale quella dello spirito. Le entità spirituali, i nuclei energetici autocoscienti, entrano nella vita universale secondo una possibilità di adesione alla realtà che è diversa per ognuno di loro.
Una volta che sono proiettati nell’esistenza, gli spiriti percorrono l’Universo in infinite traiettorie, l’una differente dall’altra, alla ricerca di ogni punto in cui possa intuirsi una realtà divina. Essi infatti presentiscono questa realtà che esiste in loro, la ricercano e tentano di avvicinarvisi, anche se essa è irraggiungibile, perché la distanza che separa Dio e lo spirito è infinita, e quindi incolmabile. Certo, essi avanzano nel relativo, si sforzano di superarlo, approfondendo la conoscenza di sé e dell’Universo, per cercare di immergersi nell’assoluto e cominciare così a comprenderne qualcosa; ma la verità è una linea infinita, e l’avvicinamento a Dio è asintotico. Se il cammino verso Dio è una scala, la cui struttura all’inizio è nascosta, ma si palesa un po’ per volta, e man mano che si sale nella scala si sale in Dio, allargandosi la visione e giungendo ad avvertire di Dio, ad un certo punto essi capiscono che in Dio ci sono già, e non c’è da cercarlo, perché Egli è già, in loro, e loro in Lui, da sempre. Anche se questo cammino tende all’infinito, perché solo Dio può capire se stesso, lo spirito tende ad approssimarvisi asintoticamente, senza mai raggiungerlo.
Nell’Universo esiste una intelligenza collettiva, a livello delle leggi e dei principi, ma non esiste un’intelligenza autonoma: l’Universo non decide mai niente, le parti dell’Universo perfettamente organizzate non hanno mai volizione su niente. Solo lo spirito ha poteri decisionali e autodecisionali, possiede la capacità di assimilare a un livello che non è meccanicistico, e cioè di valutare, di scegliere, di accogliere e di assumere in sé i significati della realtà. La sostanza individuata dello spirito configura una personalità, e da qui un’intelligenza e una volontà. L’Universo non pensa, non può dire “Io sono”. Lo spirito al contrario si pone in maniera autoidentificativa, “Io sono io”, in base al processo di presa di coscienza di se stesso.

J. J. Becher, La nascita del mondo degli elementi tra la sfera della luce celeste e il caotico mondo inferiore, da Opuscula Chymica, Norimberga, 1789

L’autocoscienza che lo spirito consegue però è un processo mediato, e può avvenire solo attraverso la progressiva scoperta ed esperienza della realtà, secondo la traiettoria evolutiva che è congeniale allo spirito. In questa attività lo spirito è l’intelligenza sostanziale dell’Universo, nel senso che esso è la sostanza individuata e perciò personale e intelligente; mentre l’organizzazione dell’Universo, le sue leggi e i suoi principi sono l’intelligenza formale di esso. Nel cammino di progressiva ricerca di sé, dell’Universo e di Dio, il fine dell’evoluzione non è quello di avvicinarsi a Dio, ma solo quello di scoprire la realtà, perché la realtà è un aspetto della divinità, e conoscendo la realtà, lo spirito conosce Dio. Lo spirito sa che Dio c’è, ma sa anche che è irraggiungibile, e che tuttavia, scoprendo la realtà, progredisce ulteriormente nel cammino della conoscenza di Dio.
Il rapporto dello spirito con Dio sta costantemente nella dialettica assoluto-relativo. L’uomo, lo spirito possiede il desiderio di Dio perché in lui vi sono gli elementi stessi di Dio. Ma così facendo avverte in se stesso, nel suo esser limitato, la negazione della infinita perfezione della divinità. Allora, per riempire la distanza insuperabile che lo separa da Dio, avanza nel relativo. Egli percorre un’infinità di traiettorie del possibile per avvicinarsi a Dio, ed ognuna gli da un plus di conoscenza, che accresce il suo bagaglio, ma non colma la distanza da Dio, che rimane infinita. E più avverte Dio come il sommo bene e la somma perfezione, più lo spirito si sperimenta come male relativo, imperfezione, o relatività di perfezione, che tuttavia adempie alla funzione essenziale di essere una parte unica, irripetibile, insostituibile del tutto; questa progressiva coscienza di sé e del mondo ha anche il merito di fargli sentire al contempo la sua relatività e la sua difformità e distanza da Dio.
Nel paradossale progresso per raggiungere una perfezione irraggiungibile lo spirito ha bisogno di certe strutture che appariranno provvisoriamente in antitesi con la struttura finale di perfezione. Questa è la ragione del “fare esperienza” della materia; in Dio, in un certo senso, è previsto tutto, e il bene e il male relativi si equivalgono nella Sua mente, e nell’equilibrio universale che deriva dal bilanciamento degli opposti. Lo spirito traccia un suo programma nel quale tende ad approfondire, a valutare e ad assimilare un certo tipo tipo di esperienza, per il quale sceglie un corrispondente tipo di materialità in contrapposizione al termine di spiritualità. Questa traiettoria di conoscenza e di scoperta della realtà è possibile allo spirito in quanto è possibile a Dio una proiezione dell’Essere che si concretizza nell’esistenza  individuale dello spirito, e che gli assicura la vita infinita che ha, e nella quale egli può mirare a e aspirare alla conoscenza di Lui e alla comprensione di Lui.

Robert Fludd, I raggi del Sole scendendo verso la Terra si condensano e danno luogo ai pianeti, da Utriusque Cosmi I, Oppenheim, 1617

Tuttavia secondo l’Entità A la tensione di conoscenza non è un ritorno e non porta al riassorbimento e all’annichilimento in Dio come vorrebbe la mistica, poiché ciò renderebbe inutile la creazione stessa e il percorso individuativo ed evolutivo dello spirito. La dissoluzione in Dio non ha ragion d’essere anche perché gli spiriti non sono mai usciti da lui e, coscienti o meno, in quanto componenti della realtà universale, sono parte di Lui. Il riassorbimento dello spirito in Dio è impossibile  perché lo spirito non potrà mai colmare l’abisso qualitativo che lo separa da Dio, e poi perché quando anche ciò fosse l’annullamento finale sarebbe un assurdo, perché vanificherebbe il bagaglio di conoscenze che lo spirito ha acquisito, in maniera certo non indolore, lungo l’arco delle sue esistenze.
La contrapposizione tra lo spirito e Dio, tra il relativo e l’assoluto, è fittizia, ed è frutto della carenza di potere conoscitivo dello spirito stesso, che non vede l’unità della realtà al di là delle sue molteplici manifestazioni e non discerne l’ubiquitarietà di un’unica sostanza al di là degli accidenti. Se lo spirito lascia la sua angusta prospettiva e si abbandona all’”Universo sostanziale”, lì si trova in una condizione in cui non esiste più l’alto o il basso, così come non esiste più lo spazio-tempo e neppure la differenza evolutiva fra gli spiriti. Qui gli spiriti infatti sono tutti uguali, pur avendo livelli evolutivi diversi, perché se l’elemento di paragone è Dio essi sono tutti, rispetto a Lui, alla stessa distanza infinita. Essendo Dio irraggiungibile, tutte le distanze da Lui sono infinite, e dunque gli spiriti, pur progredendo, non possono avvertire una distanza sempre minore da Lui; quindi sono al di fuori di un concetto spaziale, e lo stesso ragionamento può applicarsi al tempo necessario per raggiungere Dio, che è l’eternità, e che non finirà mai, e non permetterà mai il raggiungimento di Dio. Nel riferimento a Dio, tempo e spazio per lo spirito spariscono; essi valgono invece per la Creazione, e uno spirito può accorgersi di essere in una condizione evolutiva migliore rispetto ad un altro spirito, ad esempio per la conoscenza acquisita. Ma se ciò è vero in senso relativo e soggettivo, è errato in senso oggettivo e assoluto, perché se il riferimento è Dio le differenze spazio-temporali fra le cose create si annullano. Dunque le categorie di spazio e di tempo cessano di esistere in rapporto alla Causa Prima, e questo comporta per lo spirito, man mano che progredisce nell’evoluzione, una crescente diminuzione della dicotomia, della scissione e dell’ambivalenza che sono legate al pensiero discriminativo e alla categorizzazione della realtà, operazioni mentali necessarie per rapportarsi ad essa in Universo materiale, ma che costituisce un ingombro in un Universo sostanziale, dove il confronto diviene esclusivamente Dio, e non c’è più ragione di considerare il proprio prossimo spirituale o il proprio prossimo nell’Universo materiale.

Robert Fludd, Lo spirito di Dio aleggia come una colomba sulla Creazione, da Utriusque Cosmi I, Oppenheim, 1617

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